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E così inizia la sua battaglia sulla moralizzazione della macchina amministrativa e della politica comunale, come precondizione: non si può fare nessuna politica avendo in mano degli strumenti corrotti, rilassati, irresponsabili. Era un impegno molto grosso che vide Sturzo impegnato in battaglie molto dure. Perché poi sono cose facili da dire o da raccontare traendole dai libri di storia, ma bisogna immaginarsele fatte là, in un paese che da non era abituato a questa serietà, a questo rigore. Il secondo punto è la modernizzazione della burocrazia comunale. Sturzo lavorò moltissimo soprattutto per ricostituire l'ufficio tecnico comunale. Ancora una volta si trattava di uno strumento, ma aveva già in mente di fare le cose che dirò dopo - gli “usurpi”, le “quotizzazioni” - e diceva: come posso fare queste cose, che sono politica importante, se non ho l'ufficio tecnico comunale che funziona? Ecco il suo grande impegno per la ricostituzione dell'ufficio tecnico comunale, che era sparito, era sfasciato, non esisteva più. E questi sfasci amministrativi e organizzativi non sono mai casuali. Sono sempre frutto di una scelta, sono strumentali alla prevaricazione dei potenti. Sono la via per impedire il dovere dell'imparzialità che dovrebbe essere fondamentale per ogni amministrazione pubblica (art. 97 – Costituzione). In particolare due erano i grandi obiettivi per i quali un ufficio tecnico funzionante era essenziale. Il recupero degli “usurpi”, come ho detto, i beni del Comune di cui dei privati si erano appropriati attraverso la “distrazione”, diciamo così, del Comune; e le “quotizzazioni”. Le “quotizzazioni”, cosa sono? Sono le privatizzazioni. Caltagirone in quel tempo era una cittadina agricola, di agricoltura piuttosto ricca, dove si pagavano pochissime tasse perché il Comune era un grande proprietario terriero. Aveva seimila ettari; era il più grande proprietario terriero. Questa proprietà si era costituita nei secoli per tanti motivi, ma uno dei motivi più importanti era molto preciso: durante la dominazione araba, gli arabi non riscuotevano le imposte per persona, le riscuotevano per Comune; arrivavano e dicevano: signor Comune, mi devi dare tanti soldi. Se il Comune non aveva la cassa pronta, devastavano il paese. E quindi i Comuni si organizzavano ed erano produttori perché dovevano essere pronti a far fronte a quelle scadenze fiscali. Il Comune di Caltagirone era ricco di terra e anche di terra molto buona. Tra le sue proprietà c'era un sughereto che era probabilmente il più bel sughereto d'Europa, che si chiamava e si chiama ancora S. Pietro, che risale addirittura ai normanni: Caltagirone era stata fedele alleata dei normanni e questi per premiarla le avevano donato questo grande bosco. Questo bosco è diventato una meraviglia della natura, che dovrebbe essere protetta. Sturzo è un privatizzatore e inizia la sua battaglia per quelle che allora si chiamavano le “quotizzazioni”. La sua linea era chiara: oramai gli arabi non ci sono più, distribuiamo la piccola proprietà fra i contadini, trasformiamo in proprietari-produttori questi contadini, dividendo fra loro i beni del Comune, arricchiamo così lo spessore produttivo della comunità ed incentiviamo il suo spirito imprenditoriale. Si noti bene che questa politica la sostenevano anche i radicali, quando Sturzo era all'opposizione. Però, mentre i radicali si fecero travolgere ancora una volta dalla demagogia e dal populismo e avevano il piano di distribuire i lotti i più piccoli possibile, perché se facevano i lotti piccoli accontentavano tante persone e, forse, raccoglievano più voti, Sturzo - che aveva lo stesso obiettivo, ma in più aveva il rigore tecnico ed era misteriosamente (non so come, lo dirà la divina Provvidenza) anche un eccellente economista agrario - diede le misure e disse: non si possono fare lotti più piccoli di così, perché altrimenti non si può ottenere un rendimento; non si possono fare i lotti senza la casa colonica. Quindi inquadrava con rigore tecnico la politica della “quotizzazione”. Anni e anni di fatiche, beninteso. Però Sturzo riuscì. Privatizzò molti terreni comunali. Ma si fermò davanti al sughereto. Il sughereto – disse - no. Il sughereto è un patrimonio comune troppo importante. Solo come bene comune può essere protetto e può vivere. E quindi lui, che era un privatizzatore, lotta per difendere il sughereto come bene comune, e questa lotta fu uno dei motivi per cui nel 1920 sarà battuto, dall'alleanza dei suoi nemici locali di sempre con i fascisti. Che cosa è successo poi di questo sughereto? Questo sughereto c'è ancora, è vero che è ancora proprietà del Comune, ma è quasi tutto bruciato: se uno va a vederlo gli si stringe il cuore nel vedere questi sugheri millenari bruciati. E sapete perché è bruciato? Perché negli ultimi quindici anni - non so di preciso - la Regione siciliana ha incominciato a fare una politica dell'annuncio, dicendo: il sughereto diventerà un parco nazionale e allora nessuno potrà più mettervi piede. E dato che lì sono ancora vigenti gli antichi usi e costumi, per cui la gente va a raccogliere la legna e fa altre cose, i contadini hanno detto: ah, diventa parco, non potrò più mettervi piede, allora lo brucio. Forse è ora, tardivamente, diventato parco. Nel frattempo è però in buona parte bruciato. Questa è la cattiva politica, che suscita queste reazioni certamente non giustificabili ma spiegabili, che hanno portato alla parziale distruzione di questo grande patrimonio che Sturzo era riuscito a proteggere, pur facendo le privatizzazioni. Altro punto fondamentale. Sturzo diceva: il Comune deve parlare veramente ai suoi cittadini attraverso il suo bilancio. E dedicò moltissimo tempo a rendere comprensibile, leggibile il bilancio, a comunicarlo, ad educare la sua comunità a discutere il bilancio. Anche questa è una cosa dalla quale siamo ancora oggi lontanissimi, perché la maggior parte della gente che prende in mano un bilancio comunale, come viene ancora oggi rifilato, non capisce niente, ed il bilancio è una manipolazione, più che una comunicazione. Quindi siamo ancora molto lontani dall'obiettivo che in questo campo aveva raggiunto Sturzo. Vi ho detto del Comune come soggetto di sviluppo, sviluppo dell'istruzione, sviluppo della capacità produttiva - ispirandosi a Milano, “città molto inoltrata nelle attività sociali”, diceva Sturzo - con una gestione del territorio produttiva e valorizzante il territorio stesso. E poi la luce elettrica. Anche questo è un episodio pieno di insegnamenti. Una storia che richiese, anche questa, molti e molti anni di lavoro. Inizialmente Sturzo era favorevole a creare l'impianto per la produzione di energia elettrica come azienda municipalizzata, il che era un programma molto avanzato - era più o meno quando nasceva l'AEM a Milano. Ma poi quando fu pro-sindaco, dinanzi ai problemi concreti di bilancio, nel 1910 cambiò parere e sviluppò un progetto di project financing - allora non si usava la parola project financing , ma è la stessa roba! E disse: questa è un'unità produttiva, io le risorse che come Comune dovrei mettervi, preferisco metterle nelle scuole, in tutte le altre cose di cui ho bisogno, e dove il project financing non mi può aiutare. Invece questa è un'azienda produttiva, che avrà dei ricavi e avrà dei costi e allora la metto in appalto. E la assegnò in appalto e quindi divenne un'azienda autonoma gestita da privati. Per risparmiare risorse al Comune, per altre cose, e anche, diceva, perché “un'officina elettrica è un'industria che per svilupparsi ha bisogno della libera volontà, dell'iniziativa e magari degli ardimenti del privato interessato e non può reggersi se essa deve fondarsi e svolgersi mediante la disposizione della legge comunale e provinciale con tutti gli ostacoli, gli inceppamenti e i vincoli che essa comporta”. Esattamente le cose che io ho detto come assessore del Comune di Milano nel 1994 quando ho svolto l'azione di fondo per arrivare al processo che ha trasformato la municipalizzata AEM in S.p.A.. Lui l'aveva capito nel 1910 e aveva già fatto un salto in avanti. E fece costruire una bellissima centrale elettrica che c'è ancora, con un edificio che chi va a Caltagirone può ancora oggi ammirarle. L'insieme di queste cose ci fa capire il valore della fusione tra competenza e politica, la vera politica e la vera competenza, animate da una passione per la propria comunità, per la propria città, in una visione non economicistica ma umanistica dello sviluppo. Ma, alla fine, Sturzo dovette lasciare questo suo compito, dopo quindici anni di impegno e di grandi realizzazioni (che hanno posto questa città in una posizione di grande dignità che ancora conserva). Fu sconfitto, fra il 1919 e il 1920, dall'unione della demagogia con la violenza. E fu la riprova di quello che lui sapeva: che da soli non si regge a lungo, sul fronte del rigore, della serietà e di tutte le cose che lui aveva fatto. Fu proprio questa sua ricerca dell'unione di forze che non è riuscita, mentre altri si erano uniti. Sono gli anni in cui la violenza fascista si impossessa del nostro paese, e approfitta dei disagi reali del paese per imporre un'occupazione del potere con la violenza, di cui anche Sturzo rimase vittima. Tutti gli interessi che lui aveva colpito in quei quindici anni, e soprattutto gli interessi dei “caprari”, che erano quelli che volevano il sughereto di S. Pietro e che lui aveva sempre tenuto fuori dall'uscio, trovano nuova forza, nuove alleanze, e l'alleanza fra questi radicali violenti ed i “caprari” si salda con il movimento fascista. Il primo che andò a Caltagirone fu Starace; poco dopo andò anche Mussolini - in una piazza, mi raccontano, dove nessuno batteva le mani, perché lui andò per castigare questo “prete intrigante” (però la definizione non è di Mussolini, ma di Giolitti). E questa è una sconfitta di Sturzo, ma una sconfitta solo temporanea. Perché, come spero di essere riuscito a trasmettervi, tutti i suoi insegnamenti, attraverso la parola e l'azione, come sindaco di Caltagirone, conservano una straordinaria attualità, anzi con il passare del tempo diventano sempre più attuali. E, ancora una volta, appare uno straordinario parallelismo fra Caltagirone e Milano. Perché Sturzo perde le elezioni amministrative del 31 ottobre 1920 e in quello stesso anno 1920 i socialisti intransigenti milanesi cacciano Caldara, che era stato un grande sindaco e che viene cacciato dagli stessi socialisti, con un patto strano che diceva che se i socialisti vincevano le elezioni l'amministrazione del Comune doveva spettare solo a chi avesse rispettato il programma massimalista - e Caldara non era un massimalista. Caldara era un uomo di responsabilità, come Sturzo. Quindi Sturzo esce a Caltagirone, e Caldara, grande sindaco milanese, esce a Milano. Ci sono due anni di pena e nel 1922 Caltagirone viene commissariata ed il più violento dei radicali viene nominato commissario dal podestà. E' la fine del Comune come municipalità autonoma. E' lo stesso anno in cui, il 3 agosto, i fascisti, anticipando cose che faranno poi a livello nazionale, occupano Palazzo Marino, la sede del Comune milanese. E' una coincidenza significativa: finisce questa stagione bellissima - perché dietro Sturzo, dietro Caldara, c'era Einaudi e tanti altri che hanno dedicato al pensiero del Comune, in quei decenni, un patrimonio di idee, e Sturzo anche di realizzazioni; è una stagione meravigliosa che si chiude con il podestà e che poi non si è più riaperta, perché subito dopo, finita la guerra, si apre la fase della partitocrazia. E qui si salda la grande polemica, la grande lotta finale di Sturzo contro lo statalismo, che non era solo una lotta sul piano dell'economia, ma era anche sul piano delle autonomie, della cultura politica. Sono bellissime le pagine di quegli anni in cui lui dice: “il Comune non esiste più”, se il sindaco viene stabilito da una scelta di partito lontana, che non ha più niente a che fare con la comunità. E' quando lui dice: ascoltiamo i partiti nazionali, è importante che ci siano, ma le scelte delle comunità devono avvenire lì, sorgere da lì, e lì fare le loro prove. Dal 1946 in poi questo non c'è stato, fino a pochi anni fa. Adesso, nonostante tanti problemi ed una forte recrudescenza, negli ultimissimi anni, di una famelica partitocrazia, è rinata un nuova speranza, che ritrova in queste radici, in questi uomini, in questo pensiero una straordinaria attualità. Quindi scaviamo dentro, andiamo a cogliere questo retaggio, queste lezioni, per evitare di essere ancora una volta vittime delle “tre male bestie” (come lui stesso le chiamava) contro le quali si batté Sturzo sino a che ebbe un filo di voce: la partitocrazia, lo statalismo e l'abuso del denaro pubblico. Ho preferito soffermarmi a lungo su questa fase di Sturzo pro-sindaco, piuttosto che tentare una teorizzazione generale, nella speranza di farvi comprendere concretamente le radici profonde del pensiero di Sturzo sullo sviluppo, che poi influenzeranno tutta la sua attività nel periodo più conosciuto 1946 – 1959. Ho sempre sostenuto, infatti, in contrasto con Montanelli ed altri, che esiste un solo, unitario, coerente Sturzo che pianta le sue solide radici nella sua attività di pro-sindaco di Caltagirone. Ed è con soddisfazione che leggo ora le parole di una seria studiosa che ha recentemente dedicato un bel libro a Sturzo (Gabriella Fanello Marcucci, Luigi Sturzo, Vita e battaglie per la libertà del fondatore del Partito popolare italiano , Mondadori, 2004). Riferendosi alle linee di fondo sui temi dello sviluppo post-bellico, dettate da Sturzo nel 1947, la studiosa osserva: “Come si vede, le indicazioni date da Sturzo sono le stesse che avevano informato la sua politica municipale a Caltagirone, dove agli inizi del secolo era riuscito a promuovere opere pubbliche e di politica del territorio di valore permanente. Il suo essersi occupato di problemi a livello mondiale, dei conflitti e delle intese tra le grandi potenze, non gli aveva fatto perdere l'attenzione verso ciò che, in concreto, avveniva nell'amministrazione italiana”. Dopo la battaglia per la difesa della democrazia dal 1919 al 1924 contro il totalitarismo fascista, del quale Sturzo fu uno dei pochi a capire, per tempo, la vera portata, Sturzo viene dalla sua Chiesa spinto al lungo esilio, nel corso del quale continuò la sua battaglia, solo sul piano delle idee. Durante questa fase il suo centro di interesse si sposta dai temi dello sviluppo ai grandi temi della pace e della guerra, della libertà, dell'ordine mondiale, delle fondamenta di un pensiero sociologico e politico che possa contribuire a porre il mondo su un piano meno distruttivo. I temi dello sviluppo ritornano al centro del suo interesse al termine del conflitto mondiale, approssimandosi il desiderato ritorno in patria e, dopo il ritorno, dal 1946 alla morte nel 1959. Sturzo si impegna, sin dagli Stati Uniti, per uno statuto che assicuri alla Sicilia una forte autonomia e, una volta ottenuto questo traguardo, per un uso retto, produttivo e serio dell'autonomia. Ai democratici cristiani siciliani che stanno riorganizzando l'azione politica nell'isola raccomanderà: “circondatevi di tecnici, di esperti in ogni campo: l'agricoltura, la bonifica, le miniere, la scuola, il credito, la cooperazione, il turismo, i lavori pubblici, la marina mercantile”. A tutti i siciliani raccomanda di contare sulle proprie forze, di creare, rifare, riorganizzare localmente senza aspettare nulla dal centro, dove i problemi locali erano visti in modo improprio, burocratizzato, politicizzato. Invita la Regione a promuovere l'afflusso di fondi esterni utili allo sviluppo, ma in primo luogo, dice, sono i capitali siciliani a doversi muovere (“se i capitalisti siciliani preferiscono gli impieghi tranquilli, quali i Buoni del Tesoro e le cedole dei prestiti statali, i redditi degli affitti dei latifondi e della riposante e alternata coltivazione dei poderi, allora l'industrializzazione della Sicilia, nonostante i lavori pubblici presenti e futuri, sarà rimandata di un altro secolo”). Raccomanda una struttura burocratica e una finanza pubblica agile e produttiva. Non scimmiottate la burocrazia romana, implora Sturzo; e la Regione non inventi le sue “partecipazioni statali”. Impegniamoci per l'industrializzazione, ma che non sia fatta di cattedrali nel deserto (“quando parlo di industrializzazione non intendo dire che sorga qui una fattoria, là un'officina come segni sporadici di piccole iniziative locali”) . Ma non sviluppiamola a detrimento dei beni e delle esigenze prioritarie della Sicilia: turismo, agricoltura specializzata, foreste, pesca, impianti idro-elettrici, connessa utilizzazione di acque irrigue, porti, ferrovie. Leggere i suoi scritti di quegli anni sulla Sicilia e sul Mezzogiorno in generale (l'unico incarico che accettò dopo il 1946 fu quello di presidente del Comitato Permanente per il Mezzogiorno, istituito dal secondo congresso della Democrazia Cristiana il 28 novembre 1947) stringe il cuore. Infatti i siciliani ed i meridionalisti in generale fecero esattamente il contrario di quello che raccomandò Luigi Sturzo. E la domanda: che cosa sarebbero oggi la Sicilia ed il Meridione se gli abitanti di queste terre avessero seguito gli indirizzi di Luigi Sturzo? lascia sgomenti. Sturzo ne è consapevole e ne soffre. Ma mai, mai perde la speranza, la volontà di battersi, l'ottimismo della volontà.
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