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L'ultimo Appello ai siciliani è del 24 marzo 1959 (Sturzo ha ottantasette anni e morirà pochi mesi dopo, l'8 agosto di quell'anno). E' uno scritto importante, largo, vigoroso, tutto proiettato sul futuro. La sua visione della Sicilia e della politica economica siciliana (e meridionale) è cruda e realistica. Io credo che il dono migliore che posso farvi non è di tentare una mediocre sintesi di questo ultimo scritto di Sturzo sui temi dello sviluppo, ma di leggerne una parte insieme a voi, perché nulla più che questo scritto può meglio sintetizzare “la logica sturziana per un sano sviluppo economico”. E' uno scritto ai siciliani sulla Sicilia, ma vale, oggi, se non in tutti i contenuti certamente per l'approccio e per il metodo, per tutta l'Italia ed oltre: “Dall'altro lato, i siciliani – chiamati a costituire e governare la Regione - fin dai primi giorni presero l'aria di voler ricopiare il Parlamento e il Governo nazionali. Si attribuirono compensi pari a quelli dei deputati e dei senatori di Roma. Mostrarono una larghezza pomposa e costosa, e vennero meno alla dovuta regolarità dell'amministrazione, alla fermezza della disciplina, alla rigida responsabilità legislativa e attiva. Errori questi della prima attuazione del nuovo istituto, come quelli che sono capitati alla Repubblica Italiana dal 1946 in poi, pur avendo lo Stato e le regioni approvato leggi utilissime, adottato criteri savi e attuato interventi equilibrati. Ma poi sopravvenne la crescente e opprimente partitocrazia, che dal centro alla periferia ha infettato la nazione, compresi gli enti locali e le nascenti regioni. La Sicilia ne fu sopraffatta, anche per certe tare ataviche, che persistono nelle nostre vene. Chi legge, infatti, la storia siciliana nelle sue fasi medioevali e moderne, trova la stessa piaga delle divisioni dei siciliani di fronte al potere esterno, non importa se papale o valoisiano, se aragonese o asburghese, se borbonico o savoiardo. La politica è fatta di economia e viceversa. La Sicilia ha in sé non solo possibilità politiche e morali per superare la crisi, ma ha tale potenziale umano e produttivo da vincere, volendo, la disoccupazione, la sottoccupazione e l'insufficienza dei redditi attuali. Ma la politica economica della Sicilia va riveduta da capo a fondo. Punto di partenza il sistema forestale. Rilevava il prof. Giuseppe Medici (lo diceva da professore e non da ministro) che con 500 laghetti collinari si potrebbe ottenere una maggiore umidità atmosferica nelle campagne siciliane. Fino ad oggi sono stati costruiti appena una cinquantina di laghetti. Il tempo passa a nostro danno. Non mancano leggi in Sicilia; direi che ce ne sono troppe e che se ne fanno con ritmo accelerato (come a Roma), specie per favorire categorie impiegatizie (come a Roma) o per la creazione di enti inutili, parassitari, costosi (come a Roma); ma le vere sistemazioni idrauliche e forestali, a parte le poche e non tutte fortunate della Cassa per il Mezzogiorno, sono non meno abbandonate alla loro sorte (come a Roma). Non valeva la pena di istituire la Regione per fare una copia dell'inabilità amministrativa dello Stato italiano in tale materia: e fosse la sola! Agricoltura: dopo avere dato uno scossone con la Riforma Agraria, che la Regione fece metà di sua impronta e metà ad imitazione della legge “stralcio”, per maggiore danno consentì un esagerato spezzettamento di quote per i concessionari, così da non corrispondere alla minima unità poderale, né soddisfare i bisogni di una famiglia colonica. A questi errori di impostazione seguirono quelli di esecuzione con spese inutili, mentre si trascuravano quelle necessarie. Fu adottata in pieno la teoria statale (contraria a quella economica) del massimo sforzo e del minimo risultato. Orientamento produttivo: a parte la coltivazione del grano duro, si è lasciato senza sufficiente assistenza l'allevamento degli animali da latte; manca un valido piano zootecnico e produttivo, base necessaria all'agricoltura siciliana. Non si è curata la produzione de1 cotone; non si è dato impulso all'intensificazione dei foraggi verdi per tutto l'anno; si è abbandonata l'idea della coltivazione dei semi oleosi e così di seguito. Mi dicono: gli agricoltori non ne hanno voglia, non hanno mezzi, non hanno speranze; sono sfiduciati, perché oberati da tasse, colpiti dalla pressione previdenziale, resi incerti dalle agitazioni sindacali. Tutto ciò in parte è vero, in parte esagerato; ma la Sicilia aveva la sua Regione, invece di mandarvi quasi tutta gente incompetente, poteva fare migliori scelte per i propri deputati. Quale serio contributo hanno dato agricoltori e tecnici in Sicilia alla ripresa agraria? Assai modesto, nonostante i bei nomi di professori e di tecnici che abbiamo in loco. Conclusione per me evidente: le possibilità agrario-forestali siciliane sono molte. Bisogna riunire insieme tecnica, politica e lavoro; destare fiducia, cooperare sul serio, senza venir meno ai propri doveri (ecco il punto difficile) per discordie politiche, né per errori pratici. L'industrializzazione siciliana va avanti lentamente, superando difficoltà e affrontandone altre, ma va avanti. Non accenno qui agli episodi dell'Eni, della Sicindustria, della Finanziaria Sofis, e altre piccole e grandi noie locali; sono elementi di una economia nascente che si afferma. La Sicilia, al centro del Mediterraneo, non può non essere tutta industrializzata: tempo, pazienza, fiducia nell'iniziativa privata. Le nazionalizzazioni e le regionalizzazioni sono le nemiche della produttività e della stessa classe lavoratrice. Bisogna avere il coraggio di affermare questa verità e difenderla nel campo pratico. La Regione dovrebbe limitarsi a dare esenzioni fiscali o aiuti integrativi, non pretendere di fare il doppione dell'infausto Ministero delle Partecipazioni Statali, che è uno dei bubboni politico-economici dello statalismo imperante. Sbocchi commerciali: la competenza principale è del Ministero del Commercio con l'Estero; la Regione coadiuvi, aiuti, consolidi le conquiste: vino tipico, cotone tipico, agrumi tipici; tipizzare, specializzare con serietà tale da meritare la piena fiducia dei paesi importatori. Così arriviamo al punto principale di questo mio appello ai siciliani: bisogna puntare alla formazione di tecnici, di studiosi, di personale specializzato, costino quel che costino. La Regione, invece di tenere due o tre mila impiegati più o meno senza titolo nei vari dicasteri ed enti, che ha il piacere di creare a getto continuo, ne tenga solo mille, ma contribuisca ad avere mille tecnici di valore, capi azienda specializzati, professori eminenti, esperti di prim'ordine. Solo così la Regione vincerebbe la battaglia per oggi e per l'avvenire; sarebbe così benedetta l'autonomia da noi vecchi e dai giovani, i quali ultimi invece di chiedere un posticino nelle banche o fra le guardie carcerarie, sarebbero i "ricercati" delle imprese industriali, agricole e commerciali nazionali ed estere. Scuole serie, scuole importanti, scuole numerose, scuole che insegnano anche senza dare diplomi, al posto di scuole che danno diplomi e certificati fasulli a ragazzi senza cultura.” Il tipo di sviluppo per il quale si batte Sturzo vale per la Sicilia e per il Meridione tutto. Ma questa sua battaglia per lo sviluppo del Meridione degli anni '50 è accompagnata dalla sua ultima dura battaglia, a livello nazionale, per evitare che l'intera economia italiana sia sopraffatta dallo statalismo e dall'affarismo. E' questa battaglia che lo ha fatto relegare da alcuni in una posizione di ultraliberista e che ha alimentato nei governanti democristiani del tempo (i postdegasperiani), quelli che porteranno il Paese e la stessa Democrazia Cristiana alla rovina, una ostilità tenace contro Sturzo ancora oggi non sopita e che porta, ancora oggi, i più longevi di loro a versare veleno sul più grande pensatore politico cattolico del ‘900. E' giusto evitare il tentativo di appropriazione strumentale del pensiero e della persona di Sturzo da parte di singole componenti dell'agone politico. Ed è giusto evitare che esso diventi bandiera di finti ultraliberismi (che poi alla prova dei fatti sono tutt'altro che tali) alimentati solo da interessi di parte. Il pensiero di Sturzo è troppo profondo, lungimirante, universale per prestarsi ad operazioni di questo tipo. Ho già detto che ridurre il pensiero economico di Sturzo alla, pur importantissima, battaglia antistatalista degli anni '50, è operazione errata. Chi vuol capire le radici e la sostanza del pensiero economico di Sturzo, deve calarsi nello Sturzo municipale, della lunga e sfolgorante stagione nella quale, servendo la sua città, ha, in realtà, sviluppato il più serio e concreto pensiero municipalista italiano di tutti i tempi, ancora oggi di straordinaria attualità. Deve poi proseguire con lo Sturzo dell'Associazione dei Comuni Italiani e dei primi programmi di politica economica nazionale per tentare di fronteggiare il nascente fascismo con una linea d'azione più aggiornata del tardo giolittismo. E' qui che si capisce che il suo pensiero economico è profondamente radicato nel principio di sussidiarietà e nel principio di libertà: l'ente pubblico ha un grande ruolo di guida, stimolo, sostegno. Il Comune deve sollevare le classi povere, attivare i servizi pubblici attraverso le municipalizzate; promuovere la piccola proprietà privata; promuovere l'educazione attraverso le scuole civiche (per le quali Sturzo guardava soprattutto all'esempio di Milano); ma per poter fare bene queste cose non deve soffocare la persona e la sua autonomia. Deve farla emergere, responsabilizzarla, suscitare e rispettare l'iniziativa del singolo; e soprattutto non deve svolgere attività che i cittadini possono svolgere meglio direttamente. Quando l'ente pubblico si inoltra su questo sentiero si verificano sempre ed in ogni luogo inefficienze e corruzione. Sono queste le radici profonde del pensiero economico sullo sviluppo di Sturzo che nel corso degli anni '50 lo chiamano alla sua ultima, disperata, solitaria, eroica battaglia contro lo statalismo nell'economia e contro l'inevitabile affarismo nello statalismo. Quello Sturzo non è un vecchio liberista al servizio di forze conservatrici, come allora lo classificarono i distruttori della DC. E' un uomo di pensiero che conosce la storia dell'uomo, che è ancorato ad un sistema di valori eterni, radicati nei principi della verità e della libertà. E' lo stesso pretino che a trent'anni combatté la dura battaglia per liberare il suo Comune dagli intrecci politico – affaristici e per realizzare la vendita dei latifondi comunali; e che ad ottant'anni si ritrova a combattere la stessa battaglia, su base nazionale, contro il nuovo intreccio politico-affaristico che porterà il Paese alle tragedie degli anni '70 e '80 (inflazione, terrorismo, recessione). Solo negli anni '90 il Paese cercherà di ritrovare una via più sana di sviluppo dando realizzazione, sia pure parziale, agli obiettivi indicati da Sturzo negli anni '50. Sturzo rivendicò sempre l'unitarietà della sua linea: prima del ‘19 e dopo il ‘19; prima del ‘24 e dopo il ‘24; prima del '46 e dopo il '46 . E' sempre lo stesso Sturzo sui principi di fondo. E chi conosce il suo pensiero non può non riconoscere questa continuità ed universalità, proprio perché il suo è un pensiero radicato in un sistema collegato di principi universali: verità, libertà, unitarietà della libertà (non può esistere libertà politica e civile senza libertà economica), persona umana al centro dello sviluppo, principio di sussidiarietà. Il ricupero generale dei principi di Sturzo nel corso degli anni '90 non è strumentale e non è futile anche se non sono certo mancati improvvidi e grossolani tentativi di strumentalizzazione. E' in linea con le tendenze mondiali, nate dopo il totale fallimento dello statalismo in tutto il mondo. Già Guicciardini aveva detto: “Quanto uno privato erra verso el principe e committe crimen laese maiestatis volendo fare quello che appartiene al principe, tanto erra uno principe e committe crimen laesi populi, faccendo quello che appartiene a fare al popolo e a' privati; però merita grandissima riprensione el Duca di Ferrara faccendo mercatantia, monopoli e altre cose meccaniche che aspettano a fare a' privati”. La strenua ed isolata battaglia di Sturzo negli anni '50 non è dunque un servizio all'ultraliberismo, ma è solo un urlo contro il crimen laesi populi . Certo egli vede cose che altri non vedono ancora. Egli, come è tipico degli uomini speciali, dei profeti, vede le cose prima che diventino visibili a tutti. Vede i primi, deboli segnali di pericolo e grida: allerta!. Ma gli uomini non sono mai allerta. Hanno bisogno che la casa bruci prima di accorgersi del pericolo. Ed altri non se ne accorgono neanche dopo che la casa è bruciata. Forse a quel tempo la polemica di Sturzo poté apparire, in qualche momento, esagerata (tale apparve, sul piano stilistico, anche ad Angelo Costa che pure aveva un'altissima stima di Sturzo). Ma con il senno di poi, essa non appare né ingiusta né esagerata. Ma, ancora una volta, non è sui dettagli di stile che ci dobbiamo soffermare. E' sulla sostanza del pensiero che ci dobbiamo soffermare. Sturzo rappresenta una vetta del pensiero economico-cattolico-liberale. La maggioranza delle sue indicazioni, rilette oggi, appaiono veramente profetiche. Il suo pensiero si inserisce nel grande filone centrale del pensiero laico occidentale illuminato dal principio di libertà. Ma al contempo è straordinariamente coerente con il pensiero della dottrina sociale della Chiesa. Sturzo riceve l'impulso decisivo all'azione sociale e pubblica dalla Rerum Novarum , come lui stesso ci ha raccontato. E tutto il suo pensiero ed azione economica è inquadrabile nei principi di fondo di quella enciclica (E' necessario avere sempre una azione positiva a favore dei “proletari”; la soluzione socialista – accentrare la proprietà – non è la risposta; la risposta è diffondere la proprietà; l'uomo e la famiglia sono anteriori allo Stato; la proprietà richiede un uso produttivo come è di ogni bene che, pur individuale, è patrimonio comune del genere umano; lo Stato deve intervenire in via sussidiaria ed i limiti del suo intervento sono “determinati dalla causa medesima che esige l'intervento dello stato”; né il capitale senza il lavoro, né il lavoro può stare senza il capitale). Potrei sviluppare questa lettura in relazione ad altri documenti della dottrina sociale della Chiesa, soprattutto in relazione alla Mater et Magistra (“Anzitutto va affermato che il mondo economico è creazione dell'iniziativa personale dei singoli cittadini”) ed alla Centesimus Annus . Il pensiero e l'azione economica di Sturzo si muovono sempre entro il sistema fissato da questi principi e valori, e da questi ricevono forza e capacità di durare nel tempo. Egli è l'unico economista cattolico che si muove sempre dentro la dottrina sociale della Chiesa. Per questo egli è stato ignorato e deriso dalla grande maggioranza dei cattolici degli anni '50 sino agli anni '90. Perché i cattolici di questi decenni, ed anche la grandissima maggioranza degli uomini di Chiesa non hanno né conosciuto né rispettato la dottrina sociale della Chiesa, anche se De Gasperi aveva assegnato proprio questo compito alla nascente Democrazia Cristiana. Da un punto di vista sociale ed economico Sturzo è sempre parso a me un santo per la sua capacità di fare politica, pur in una fedeltà assoluta ad un forte sistema di valori, che hanno la loro radice più profonda nel cristianesimo e nel cattolicesimo. Mi è sembrato santo perché nei momenti veramente decisivi era sempre dalla parte giusta. Mi è sembrato santo per la enorme pazienza e capacità di rassegnazione che aveva, senza farsi prendere dallo scoramento. Mi è sembrato santo perché la sua opera di introduzione dei cattolici nella vita pubblica e nella cultura del Paese è stata opera sovrumana. Mi è sembrato santo perché è stato forse il maggiore contributore all'evoluzione della Chiesa verso la riscoperta del valore assoluto e cristiano della libertà. Sturzo ha registrato nella sua lunga battaglia tante sconfitte temporanee. Ma la lucidità e lo spirito di verità non intaccarono mai l'ottimismo o meglio la speranza cristiana che sempre, sino all'ultimo, ha sorretto l'esile pretino di Caltagirone. Le ultime parole dell'ultimo Appello ai siciliani dicono: “Ma voglio andare all'altro mondo, quando Dio vorrà, con il mio ottimismo. Che potrei dire di più? E' forse mio compito fare appello a colleghi sacerdoti e a parroci zelanti per l'educazione cristiana delle famiglie? Senza questa educazione cade tutto, perché “in principio erat Verbum et Verbum erat apud Deo et Deus erat Verbum”. Per questo Sturzo, che subì tante sconfitte nella vita politica è oggi un vincente. Perché ha ancora tante cose da dire oggi a noi e domani ai giovani che seguiranno; mentre i suoi avversari nulla ci hanno lasciato se non i loro errori, le loro distruzioni e, talora, i loro orrori. “Purtroppo avvertiamo in Italia un vuoto culturale del mondo cattolico. Penso dipenda soprattutto dal fatto che l'insegnamento sociale della Chiesa non è diventato cultura del popolo di Dio, né dei cristiani impegnati in politica” (Monsignor Alfredo Battisti, arcivescovo di Udine. Workshop su La Chiesa in montagna tra riorganizzazione e nuova evangelizzazione, S. Pietro al Natisone, 30 ottobre 2000).
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