|
|
Anche tutte le battaglie che verranno dopo, che sembrano “negative” – sono contro lo statalismo, contro l'accentramento – trovano qui la loro radice positiva. Contro lo statalismo perché è per l'autonomia, perché è per la comunità, perché è per tutti i valori positivi per i quali si batte in questa fase centrale della sua vita e per i quali realizzerà, come dirò, anche alcuni risultati importanti. Sturzo inizia con il Comune, anche perché i cattolici a quell'epoca avevano divieto di interessarsi alla politica nazionale, mentre nella politica delle comunità il divieto era meno rigido e potevano impegnarsi. Da lì parte, quindi, questo giovane sacerdote, che ha ricevuto il messaggio dell'impegno sociale e politico dalla Rerum Novarum , che è del 1891 – lui a quel tempo è ancora in seminario – ed è da questa grande enciclica che riceve la scossa, il messaggio forte che gli fa dire a se stesso: “Non basta essere sacerdote, voglio essere un sacerdote impegnato per la mia società, per la mia comunità”. E' da lì che nasce, come lui stesso spiega in tanti suoi scritti, questo suo grande impegno. E attenzione, non è casuale tutto ciò. La Rerum Novarum è l'enciclica che pone con grande chiarezza il fatto che prima di tutto viene la persona, la libertà della persona, la dignità della persona, e che è per preservare questa che si sviluppano le società intermedie, che non derivano dallo Stato, ma sono cellule primordiali della società: la famiglia, il Comune, e da lì si sale, secondo il principio di sussidiarietà, verso l'organismo Stato. L'organismo Stato deve assicurare delle regole del gioco per cui questi soggetti possano vivere pacificamente ed esplicitare, in modo costruttivo, la loro energia. Ma l'energia è lì, la libertà è lì, è radicata nelle persone, nel Comune, che è la prima società, non derivata dallo Stato, nella famiglia e nell'impresa. Quindi non è casuale che Sturzo parta dal suo Comune, con la convinzione profonda che è da lì che si deve incominciare per creare una società più democratica, più civile, più partecipata, più coinvolgente, più giusta, più libera, per dare vita ad uno sviluppo integrale “il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo”, che è poi l'obiettivo unitario, sul piano dell'impegno politico-sociale, della sua vita. Inizia ad interessarsi ai temi della sua città, collocandosi all'opposizione nel Consiglio comunale, nel 1899. A quell'epoca, la città è dominata da due forze politiche: i notabili liberali, che avevano un po' il dominio in tutta l'Italia, e un movimento radicale, più populista che popolare, dalle idee molto confuse. Il Comune, in quella fase, è fondamentalmente uno strumento per gestire interessi di parte, per realizzare gli obiettivi della classe dominante, che domina ed è convinta di dominare per l'eternità oltre che fornire un minimo di servizi pubblici essenziali. E' contro questo schema che si muove il piccolo, esile pretino di Caltagirone. E si muove subito con una grande competenza, con grande tenacia, con grande serietà. Non lascia niente al caso: studia, prepara la sua squadra. Questi cattolici che si affacciano alla vita politica sono cattolici che lavorano, ricercano, sviscerano i problemi, guidati da quest'uomo che ha, certamente, un talento naturale particolare. Quando si leggono certe riflessioni di diritto amministrativo, di economia, di bilanci dello Sturzo trentenne, ci si domanda dove abbia imparato tutte queste cose, perché egli, rapidamente, mostra, accanto alla passione e alla lucidità politica, una competenza straordinaria, anche tecnica. E questa è una delle caratteristiche della sua azione, lì e sempre. Ha la passione, ha la fede, ha la lucidità, è impegnato allo spasimo su quello che fa; ma è anche tecnicamente bravo: studia i problemi fino in fondo e insegna ai suoi colleghi a fare lo stesso. I cattolici si preparano duramente per sei anni, dal 1899 al 1905, e si preparano, per la prima volta nella scena politica italiana, partendo dai progetti, dalle idee, dalle prospettive, non da puri scontri di interesse personali o personalistici, cui era abituata la dialettica politica non solo a Caltagirone. E quindi c'è un pensiero. Ciò coincide con quello che avveniva nello stesso periodo a Milano, l'altro grande punto in cui si incomincia a pensare ad un nuovo ruolo dei Comuni. A Milano sono i socialisti ed anche i democristiani - Murri e gli altri - che pongono le basi di un pensiero municipale che non è municipalismo spiccio. E' partire dal Comune per un disegno, per un progetto più ampio. Le idee nella politica, e non solo gli interessi a breve termine dell'uno contro l'altro. Questo è il fatto nuovo che nasce a Caltagirone, grazie a Sturzo, che poi lo porterà a livello nazionale nel 1919, con il manifesto a “Tutti gli uomini liberi e forti”. Sei anni di preparazione su che cos'è il Comune, la logica del Comune, i principi del Comune, che cosa è necessario perché il Comune sia una comunità e non un puro aggregato amministrativo al servizio di qualcuno che in quel momento ha in mano le leve del potere. Questo è il grande sforzo di pensiero che Sturzo sviluppò segnando un momento che resta nella storia intellettuale e politica del Paese. Il discorso del 1902 è stato giustamente chiamato la Magna Charta del municipalismo italiano e se lo si rilegge oggi si ritrovano moltissimi pensieri e riflessioni di straordinaria attualità. Nel 1905, dopo sei anni di preparazione ed a nove anni dall'uscita dal seminario e dall'ordinazione a sacerdote, Sturzo vince, alla grande, le elezioni a Caltagirone. Vince e porta i cattolici al comando del Comune: trentadue consiglieri (trenta presenti al momento dell'investitura del governo comunale) sono del centro cattolico e otto sono radicali. Sturzo ha trentaquattro anni, viene nominato pro-sindaco (perché come sacerdote non poteva essere sindaco, ma di fatto vuol dire sindaco) e rimarrà tale dal 1905 al 1920, dando alla sua città un impegno straordinario le cui tracce sono ben visibili ancora oggi. Anche prima, negli anni in cui era all'opposizione, è sempre stato un consigliere costruttivo, non ha mai preso una posizione frontale, ha preso una posizione critica sui problemi, sui principi, sugli obiettivi, ma quando c'era da collaborare sul bilancio e sugli altri problemi concreti è sempre stato un consigliere cooperativo, perché l'obiettivo di governare la città bene era il suo obiettivo centrale. E anche come oppositore faceva sì l'opposizione, ma dove era necessaria la sua capacità, la sua competenza, era pronto a donarla ai suoi avversari. La sua visione è basata su alcuni concetti fondamentali. Il Comune non è un ente che nasce con un atto di decentramento dello Stato; è una comunità primaria che ha dei suoi diritti innati, di libertà e di autonomia, che vanno inseriti nel disegno statuale, ma che non sono “concessi”, sono originari. Tante volte si è dibattuto se Sturzo fosse federalista. Di quell'epoca è un discorso in cui si definisce “federalista impenitente”. Negli anni venti dirà che non è federalista perché si è spostato su una visione regionalista, ma queste sono parole. In realtà egli non ha mai dubitato di questi punti fondamentali: il Comune non è soltanto un organo amministrativo; è una cellula politica, è una comunità; il Comune, i servizi comuni, sono al servizio della comunità; questa comunità non è creazione dello Stato, non è derivata dallo Stato, ha la sua forza originaria, la sua autonomia, la sua sfera di libertà e di energia che deve essere liberata. E questo è il nucleo fondante del pensiero federalista, al di là delle definizioni. Quindi io considero Sturzo autenticamente e profondamente federalista, anche se so bene che dagli anni venti e poi dal 1946 in poi l'organizzazione statuale lo porta a certe conseguenze ed a certe conclusioni anche diverse, ma non nella filosofia di fondo. L'altro punto fondamentale di Sturzo è che egli non si chiude mai nel municipalismo autarchico, gretto (“penso solo alla mia città”), bensì, fin dall'inizio, vede, sente la necessità di costruire una rete di contatti e di pensiero, perché è anche un grande realista e sa che restando soli si è sconfitti, non si va da nessuna parte. Qui i suoi contatti importanti sono a Milano, dove, come dicevo, si stava lavorando seriamente sia sul fronte socialista che sul fronte dei murriani della prima Democrazia Cristiana, e ha un collegamento e degli scambi di idee e di collaborazione molto stretta. Ma lavora molto anche nell'ANCI, l'associazione dei Comuni italiani creata a Parma nel 1901 dalle forze socialiste. Ecco ancora una prova della sua grande libertà di pensiero: Sturzo non si domanda se l'ANCI è o meno socialista; è un disegno che lui apprezza e dice “dobbiamo esserci” e ci va, e ci va in quanto sindaco. E' qui la distinzione fra lo schieramento partitico come selezione di una classe politica e la responsabilità istituzionale. Come sindaco, dice Sturzo, devo essere presente in questa organizzazione dei Comuni italiani che si sta formando, per rafforzare quella filosofia, quella logica secondo cui i Comuni devono contare e non devono essere soffocati dallo Stato centralista (ricordiamo che l'unificazione d'Italia è stata fatta in fretta e furia in pochi mesi, estendendo a tutta l'Italia l'ordinamento piemontese). E quindi grande impegno: diventerà anche vicepresidente dell'ANCI e darà un forte contributo di pensiero all'Associazione nella creazione di un pensiero municipalista. Sturzo non vuole il “partito dei sindaci”, non se lo sogna neanche. Quando vuole fare un discorso di politica nazionale - dopo cinquant'anni di lavoro! - fonda il Partito Popolare. Vuole piuttosto che i Comuni, in quanto istituzioni, crescano nell'ordinamento nazionale italiano; vuole che il principio dell'autonomia, passo dopo passo (essendo realista sa che nessuno inventa niente e che bisogna conquistare ogni trincea) vada avanti. Vede il Comune come momento di educazione delle comunità, educazione politica, sociale, economica, educazione al lavorare insieme. La legge 142 del 1992 (quasi cento anni dopo), che viene dopo venti anni di regime fascista e cinquant'anni di blabla sulla riforma degli enti locali, con tutti i suoi difetti, è stata una legge eccellente, ha aperto delle possibilità nuove e si muove lungo la linea dell'antico retaggio del pensiero municipalista di Sturzo. Queste possibilità nuove io le ho viste all'opera, soprattutto nelle parti più difficili del nostro paese. Ho visto paesi e cittadine del sud, che erano abbandonate da trenta o quarant'anni, rifiorire, riprendere una via, una speranza, attraverso questi sindaci nuovi portati dall'elezione diretta che ha rotto la crosta della nomenclatura partitica e ha permesso a delle energie della società di venire fuori. Questi sindaci sono talora delle persone straordinarie e sono tutti, magari senza saperlo, sturziani. Sturzo avrebbe aiutato questi sindaci a venire fuori non come “partito dei sindaci”, ma a venire fuori come leader istituzionali che aiutano il progresso delle nostre leggi, delle nostre istituzioni, dei nostri Comuni. Perché la 142 doveva essere l'inizio, non la fine di un ciclo. E invece è rimasta ferma lì, non è successo quasi più niente, mentre i sindaci di grande notorietà si sono buttati nel caudillismo . Quindi questa bellissima stagione, animata da quelli che io chiamo, senza esagerazione, “eroi civili” (perché a fare il sindaco in certi momenti, volendo fare dei risultati, in certe parti d'Italia, ci vuole uno spirito eroico, che Sturzo avrebbe apprezzato) rischiava di abortire un'altra volta, anche perché rischia di essere soffocata dal ritorno della partitocrazia o del “partito dei sindaci” che è caudillismo e non municipalismo come ce lo ha insegnato Sturzo. Ritornare a capire come fosse profondamente diversa la visione del Comune da parte di Sturzo è dunque importante. E attenzione: Sturzo non parlava da un paese facile. Giolitti, nelle sue memorie, ci ricorda che era venuta esattamente da Caltagirone la richiesta dell'abolizione dell'istruzione elementare, perché i contadini e i minatori non potessero, leggendo, assorbire idee nuove. Ed il Procuratore della Repubblica, inaugurando a Caltagirone l'anno giudiziario del 1894 (che è proprio l'anno in cui Sturzo intensifica il suo impegno), diceva: “il saper leggere e scrivere ha dato luogo a molti inconvenienti e, specie nelle contese elettorali, alla rovina morale delle masse”. Sturzo partiva da qui. Però a Caltagirone c'era anche un vescovo (Monsignor Saverio Gerbino, che ordinò sacerdoti Luigi e Mario Sturzo), che è quello che lo guidò nei primi passi e lo protesse, che, invece, cercò di eliminare tutte le opere assistenziali del vescovado dicendo: dobbiamo creare lavoro, dobbiamo creare attività! E promosse la creazione di una manifattura per confezionare “scope, funi, funicelle e stuoie”, dicendo: “Dando lavoro a chi ne manca, la beneficenza sarà più proficua, non favorendo l'accattonaggio e riservando le limosine a coloro solamente che l'età e le malattie rendono incapaci di provvedere altrimenti ai bisogni della vita”. E' questo un altro dei grandi insegnamenti che Sturzo ha posto a base della sua concezione di sviluppo. Questi episodi vi danno l'idea di una società in formazione, in lotta, tra grandi contrasti. E grazie al Cielo in quel momento i cattolici erano prevalentemente una forza positiva, progressista, che andava avanti, guardava e cercava di valorizzare la persona dell'uomo in una concezione integrale dello sviluppo. Quando Sturzo si presenta, stravince le elezioni con un programma molto concreto: uso frequente dei referendum popolari per coinvolgere il più possibile la popolazione, creazione di aziende municipalizzate (che allora rappresentavano una posizione molto avanzata), autonomia finanziaria del Comune, recupero dei beni comunali utilizzati abusivamente (gli “usurpi”, come li chiamavano allora). Io ho provato al Comune di Milano a liberare gli “usurpi” fatti dai partiti in Galleria e ho avuto grossi problemi: il fenomeno è sempre lo stesso. Si dedicò ad eliminare gli “usurpi” che erano stati fatti a danno del Comune. E motiva molto bene: questi signori che hanno fatto l'usurpo “creano il danno degli altri cittadini”; non creano il danno del Comune, creano il danno degli altri cittadini. Se il Comune ha un dovere primario, questo è proprio evitare che, attraverso il Comune, dei cittadini possano danneggiare altri cittadini, possano rubare a degli altri cittadini. Sturzo fa una battaglia durissima per recuperare quei beni comunali che nel tempo, nella disattenzione, nella corruzione, erano stati oggetto di “usurpo”. E si impegna per la creazione dell'impianto per la produzione elettrica (allora l'elettricità era alle prime realizzazioni in Italia); per l'acqua potabile, che mancava; si impegna, e molto, per l'istruzione e la formazione nelle scuole civiche, ed è questo il fatto, più che innovativo, rivoluzionario per l'epoca. E qui è interessante vedere che si ispira a Milano. Milano, fin dal 1860-1870, ha investito sulle scuole civiche e l'importanza che hanno avuto le scuole civiche a Milano è straordinaria. E Sturzo, questo pretino di Caltagirone, lo sapeva e dice ai suoi: dobbiamo fare come Milano! E fa le scuole civiche, fonda la scuola della ceramica e investe tutto quello che può in quella direzione. Era quindi una politica delle cose, che però non scadeva mai nella logica della pura amministrazione. Faceva politica, facendo buona amministrazione. Ma era politica, era disegnare e guidare un certo progetto di sviluppo. Mai Sturzo ha pensato che gestire bene un Comune voglia dire non fare politica. Amministrare bene vuol già dire fare politica, perché vuol dire impegnarsi per certi rapporti fra i cittadini, per garantire equilibri, equità e per avere un disegno di sviluppo. E per fare le cose bene bisogna essere molto competenti. E Sturzo era molto competente. Studiava sempre, imparava sempre, era un mostro di bravura anche tecnica! Il principio dell'autonomia degli enti locali non è mai stato da Sturzo giocato in chiave antinazionale, in chiave antistatale. Mai. La sua posizione era: l'autonomia municipale è un grande bene, ma non va mai vista come elemento disgregante la compagine nazionale. E' anzi un elemento collante. Perché se nelle comunità dei Comuni la gente è forte, è convinta, è unita, è felice, se c'è un disegno in tutti i Comuni, allora anche il disegno nazionale può venire bene. Altrimenti la disgregazione è nei fatti, prima che nelle volontà. Ecco quindi che Sturzo ha sempre avuto chiaro che quello che faceva era parte di un disegno, era un tassello in questo disegno, e tutto si ricomponeva in una visione di sviluppo nazionale e internazionale. Ma vediamo adesso alcuni dei punti concreti che affrontò quando divenne pro-sindaco nel 1905, le prime cose che fece. a prima cosa è molto divertente: licenziò il capo dei vigili! Che era una cosa che qui a Milano doveva fare anche il sindaco Formentini, e Formentini lo sapeva benissimo! Io ero in Giunta e in Giunta discutemmo che bisognava mandare via quel capo dei vigili di Milano. Ma poi Formentini non l'ha fatto: ecco la differenza! Ha preso paura, non aveva la spina dorsale. Sturzo invece l'ha fatto. E perché l'ha fatto? Perché i vigili, giocando su quel clima dove i vertici approfittavano, avevano “approfittato degli approfittatori” ed erano diventati una forza autonoma che gestiva il proprio potere come diavolo voleva. Erano “servi che si facevano pagare caro”. E quindi Sturzo licenzia il capo dei vigili, scioglie l'intera forza municipale e la rifonda totalmente, perché dice: non riesco a fare un discorso di nessun tipo avendo “uno strumento corrotto”.
|
||
|
politicadomani.it |
|||