La logica sturziana per un sano sviluppo economico
Marco Vitale
Pontificia Università Lateranense
Cattedra di Dottrine Economiche, Scienza Economica e Dottrina Sociale della Chiesa
Corso su “ L'Opera di Luigi Sturzo nelle scienze sociali
Lezione di Marco Vitale
(Roma, 19 gennaio 2005)

 

Per amore della libertà Sturzo è liberale e non viceversa; per amore della libertà egli instaura la sua battaglia contro lo statalismo che soffoca l'iniziativa e soprattutto deresponsabilizza l'azione del singolo, cioè la rende assolutamente priva di rischio e di creatività. Da qui nasce il suo liberalismo economico che si dilata in tutte quelle micro-soluzioni politiche che possono favorire l'iniziativa del singolo: regionalismo, sussidiarietà in ogni sua forma, libertà di educazione ”.
(Maria Novella Todaro, “ Perché la DC non ha seguito Luigi Sturzo? )

L'impresa è il nucleo fondamentale dell'economia, come la famiglia lo è della società ”.
(Luigi Sturzo)

Coloro che affermano che la libertà individuale ancora esiste solo perché il cittadino può parlare, scrivere e votare (cosa che sotto le dittature più non avviene), non si accorgono che la quasi scomparsa della libertà economica sotto la valanga dell'interventismo statale, in tutti i campi della produzione, porta fatalmente all'attenuazione e alla scomparsa della libertà politica che vi è connessa, riducendo le libertà formali (di riunione, di parola o di voto) mancanti di contenuto e quindi sterili e vane”.
(Luigi Sturzo)

Come Einaudi e quanti altri possono considerarsi leader del liberalismo moderno, difendevo anch'io la dottrina della libertà indivisibile… La libertà dello spirito, della cultura, quella politica e quella economica, tutte sono ugualmente importanti e si condizionano a vicenda e altrettanto vale per l'assenza di libertà ”.
(Wilhelm Roepke)

 

 

Vi sono persone che ricordiamo per il loro passato, cioè per l'influenza che hanno avuto nel passato. Vi sono persone che ricordiamo non solo per il loro passato, ma per il loro presente e per il loro futuro, per l'influenza cioè che continuano ad avere sul presente ed a proiettare sul futuro. Luigi Sturzo appartiene a questo secondo tipo di persone.

Vi sono persone che con il passare del tempo si allontanano, ed i loro profilo si sfuoca. Vi sono persone che con il passare del tempo ingigantiscono ed assumono una forma ed una visibilità sempre più nitida. Luigi Sturzo appartiene a questo secondo tipo di persone. Cercherò, a mò di inquadramento generale, di illustrare brevemente le ragioni di questo fenomeno in relazione a Luigi Sturzo (naturalmente non si tratta di un fenomeno relativo solo a lui; un altro grande italiano la cui figura ho visto crescere più forte e nitida con il passare del tempo è stato Carlo Cattaneo).

Luigi Sturzo non è stato solo un uomo di fede e di pensiero; è stato un uomo d'azione, un grande coraggioso combattente. Come tale si è scontrato, via via, con grandi interessi e con grandi mode che hanno cercato di zittirlo, di offuscarlo, di cancellarlo. Man mano che il tempo passa le cortine fumogene sollevate da questi interessi e da queste mode si diradano e la figura di Sturzo emerge più chiara e più nitida.

Sturzo fu un grande sindaco della sua città, Caltagirone, al Comune della quale si dedicò dal 1899 al 1920 (cioè dai 28 ai quasi 50 anni) ed un grande sostenitore ed animatore delle autonomie locali sia in Sicilia che su base nazionale. Eppure questa sua formidabile stagione di amministratore pubblico e questo suo straordinario contributo di pensiero e di azione fu a lungo minimizzato, cancellato, dimenticato. Infatti mentre Sturzo vedeva nel Comune ed in una sua ampia autonomia la cellula primaria di uno stato bene ordinato (come vedeva nell'impresa la cellula primaria della vita economica e nella famiglia la cellula fondante di una buona società), poco dopo il regime fascista cancellò addirittura la figura del sindaco, sostituendola con quella del podestà, emissario e prigioniero del potere centrale.

Sturzo poneva a base di tutta la sua costruzione morale, sociale, economica il valore assoluto e fondante della libertà. Eppure questa sua fondamentale dimensione fu ignorata e negata anche dai giolittiani – liberali. Questi non perdonarono mai a Sturzo (entrato nell'agone politico nazionale con l'appello “Tutti gli uomini liberi e forti” diffuso la sera del 18 gennaio 1919 che segnò la nascita del Partito Popolare Italiano) di non avere appoggiato un nuovo tentativo di formare un governo di Giolitti. Non compresero mai che Sturzo aveva capito che il vecchio regime liberale non reggeva più e che bisognava sforzarsi di creare una più solida difesa della libertà e della democrazia, coinvolgendo nel governo i nuovi partiti di massa con una logica ed un'impostazione nuova. Ma per i liberali – giolittiani è sempre rimasto il “prete intrigante” che cercava l'accordo con i socialisti di Turati, secondo l'ottusa definizione che di lui diede Giolitti. E' questa la chiave che ha, sino all'ultimo, impedito di capire Sturzo anche ad una persona di grande intelligenza ed esperienza come Indro Montanelli.

Sturzo fu il più rigoroso cattolico nel sostenere la inconciliabilità ontologica tra pensiero cristiano e fascismo, come sostenne con coraggio in tante occasioni e soprattutto nel fondamentale discorso al Congresso del Partito Popolare di Torino del 12-14 aprile 1923 e come è testimoniato dall'odio mortale di Mussolini nei suoi confronti ( “il discorso di un nemico” lo definì Mussolini). Eppure la Chiesa lo umiliò e lo costrinse a dare le dimissioni da segretario del Partito Popolare e ad andare in esilio dal 25 ottobre 1924 al 6 settembre 1946 (22 anni di esilio), perché questa era una delle condizioni chiave poste da Mussolini per un patto concordatario. E Sturzo, nonostante la sua totale obbedienza, fu dagli ambienti ecclesiastici accreditato come una specie di rompiscatole.

Quando nel 946 ritornò dall'esilio a 75 anni, fu quasi di imbarazzo per i suoi vecchi amici del Partito Popolare che avevano fondato la Democrazia Cristiana insieme ai giovani professorini che si erano formati sotto il fascismo, ricevendone un indelebile “imprinting”. E quando, invece di stare zitto come tutti speravano, iniziò la sua ultima vivacissima battaglia, durata sino alla morte nel 1959, per far entrare nell'organizzazione sociale delle nuove istituzioni repubblicane i principi di libertà, responsabilità sociale, sussidiarietà, fu subito ed a lungo trattato come un vecchio liberale, un personaggio superato dai tempi, un rudere intellettuale, da tutti quei democristiani avanguardisti che si accingevano a continuare, in modo solo formalmente diverso, la gestione dell'economia centralista e socialistoide di matrice fascista, che è durata per lunghi decenni ed in parte ancora dura, e ad impossessarsi delle partecipazioni statali, sviluppandole più in chiave di potere partitico e personale che di sviluppo del Paese.

Tutti questi avversari, in prevalenza appartenenti allo stesso mondo cattolico, hanno sempre sollevato, dunque potenti cortine fumogene intorno alla figura di Luigi Sturzo, distorcendola e nascondendola agli occhi dei più, e dicendo su di lui autentiche falsità. Ed ora che il passare del tempo sta diradando queste cortine fumogene ecco apparire, sempre più nitida (e per molti è una vera scoperta), la figura di:

•  Sturzo grande amministratore pubblico e modello di sindaco;

•  Sturzo inesauribile apostolo della libertà, radicata fortemente nella sua fede religiosa, una libertà funzionale alla dignità della persona, secondo la migliore dottrina sociale della Chiesa;

•  Sturzo coraggioso ed intransigente antifascista;

•  Sturzo rigoroso antistatalista e difensore dell'integrità della finanza pubblica, di fronte all'assalto della diligenza pubblica che i democristiani soprattutto, e poi anche i socialisti, avevano scatenato;

•  Sturzo vigoroso sociologo ed economista dello sviluppo, da mettere insieme ai grandi del pensiero dell'umanesimo liberale, ai Roepke, Passarin d'Entrèves, Bresciani Turroni, Luigi Einaudi ed ai pensatori tedeschi riuniti intorno alla rivista Ordo ed alla scuola di Friburgo di Walter Eucken (Franz Boehm, Alexander Rustow, Alfred Mueller Armack), che rappresentarono la base intellettuale dell'”economia sociale di mercato”, il paradigma socio-economico sulla base del quale il cancelliere Adenauer e Ludwig Erhard (suo ministro dell'economia) hanno guidato la spettacolare rinascita economia e democratica tedesca, paradigma che è recentemente entrato nella nuova Costituzione Europea.

Per molti Sturzo è dunque una figura nuova che emerge oggi, in tutta la sua grandezza ed attualità, finalmente nitida nella sua vera dimensione di grande religioso, pensatore, politico, sociologo, economista. Per molti parlare di Sturzo economista è una sorpresa. Ma non certo per Erhard, che definì Sturzo: grande economista. Ed è alla luce di questo inquadramento generale che io vi parlerò di Sturzo economista e segnatamente di Sturzo economista ed operatore dello sviluppo.

Sturzo si dedicò costantemente al tema dello sviluppo, una costante del suo pensiero e della sua azione, ma, in modo più specifico, il tema dello sviluppo fu al centro del suo pensiero soprattutto in due fasi: nella fase in cui agì come sindaco di Caltagirone; e dopo il suo rientro in Italia nel 1946 quando si batté per l'impostazione di uno sviluppo sano prima nella sua Sicilia e poi nell'Italia tutta ed in Europa. Sviluppo ho detto e non semplice crescita economica. Sturzo è impegnato per lo sviluppo integrale della persona e della comunità, secondo una concezione che è propria della grande scuola di pensiero economico italiana (dal Verri a Beccaria a Carlo Cattaneo attraverso Romagnosi) ma anche della dottrina sociale della Chiesa, e che verrà esplicitamente posta a base dell'enciclica Populorum Progessio da Paolo VI nel 1967: “Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo”. Così inteso lo sviluppo è qualcosa di più di un'aspirazione. E' un dovere, in senso teologico: “Nel disegno di Dio ogni uomo è chiamato a uno sviluppo… Tale crescita (intesa come sviluppo integrale o crescita in umanità) non è d'altronde facoltativa… così la crescita umana costituisce come una sintesi dei nostri doveri…. Mediante l'applicazione tenace della sua intelligenza e del suo lavoro, l'uomo strappa a poco a poco i suoi segreti alla natura, favorendo un miglior uso delle sue ricchezze. Mentre imprime una disciplina alle sue abitudini, egli sviluppa del pari in se stesso il gusto della ricerca e dell'invenzione, l'accettazione del rischio calcolato, l'audacia nell'intraprendere, l'iniziativa generosa, il senso della responsabilità”. Credo che queste parole riassumano bene il concetto di sviluppo del quale fu portatore Luigi Sturzo sin da quando nel 1895, sotto la congiunta influenza della Rerum Novarum , dei fasci siciliani, degli studi romani all'Università Gregoriana, e della visione delle miserie di un quartiere popolare di Roma che visitò, per la benedizione pasquale, nel Sabato Santo di quell'anno, decise di impegnarsi nel sociale, di fare cioè quello che la Populorum Progressio , sulla scorta del Concilio Ecunemico Vaticano Secondo, raccomanderà 72 anni dopo.

Ma questa visione di sviluppo come fatto integrale (crescita economica e civile o incivilimento, come lo definivano i grandi pensatori italiani laici dello sviluppo del 700-800) risultante dall'intelligenza, dalla libertà di intraprendere, dalla volontà, dalla responsabilità, dalla legalità, propria di Luigi Sturzo, presenta straordinarie analogie con il pensiero di un altro grande italiano, Carlo Cattaneo, in un saggio sullo sviluppo intitolato: “Del pensiero come principio d'economia publica” che fu pubblicato nel 1861, dieci anni prima della nascita di Luigi Sturzo. E' improbabile che Sturzo abbia mai letto questo saggio, ma rimarcare le analogie di pensiero sul tema dello sviluppo tra personaggi così diversi tra loro è importante per rivendicare il fatto che questa visione profonda ed umana dello sviluppo è una costante nel grande pensiero italiano sullo sviluppo, sia laico che religioso, a partire almeno dall'illuminismo lombardo. E dobbiamo sottolineare ciò anche e soprattutto perché da almeno 50 anni, invece, la teoria dominante americana non solo identifica sviluppo con crescita quantitativa economica ad ogni costo, ma ha anche alimentato un concetto distruttivo di crescita economica basata solo o prevalentemente sul capitale e sullo sfruttamento più cieco delle risorse disponibili. Questa impostazione è probabilmente arrivata al capolinea ed emerge, così, la necessità di un ripensamento del concetto di sviluppo, per il quale è di grande importanza riprendere i nostri grandi economisti dello sviluppo da Sturzo a Cattaneo, Romagnosi, Gioia, Pecchio, Beccaria, Verri, ricollegandoli con gli insegnamenti, sempre di grande interesse, della dottrina sociale della Chiesa.

E' dunque questa concezione integrale di sviluppo come incivilimento, tipica della tradizione italiana, che anima e guida Sturzo quando sviluppa la sua azione sociale tra i contadini siciliani fondando casse di mutuo soccorso, casse rurali di prestiti (lo sviluppo delle casse rurali cattoliche in Sicilia fu, in quegli anni, prodigioso: la prima fu fondata nel 1895; nel 1905 erano già 145), cooperative; quando organizza l'azione politica e amministrativa dei cattolici nel municipio di Caltagirone a partire dal 1899 (Sturzo ha ventotto anni); quando nel 1905 diventa pro-sindaco con un maggioranza di 32 seggi su 40 (ha trentaquattro anni) responsabilità che conserverà sino al 1920, a quarantanove anni.

E' importante ritornare a questa stagione che sembra così lontana, che è così lontana. Ma i progressi della nostra società sono in genere così lenti che i problemi e le soluzioni conservano una loro attualità che ritorna sempre, mentre il pensiero forte, quando c'è, non passa con il tempo. E quindi quello che è possibile trarre dal periodo che Sturzo dedicò come pro- sindaco alla sua città è pieno di insegnamenti per noi ancora oggi. Spero di riuscire a trasmettervi questa consapevolezza, riassumendovi un po' di quella vicenda, di quel periodo che è poco conosciuto ma copre la parte centrale della vita di Sturzo.

Solo negli ultimi anni un bravo studioso come Umberto Chiaramonte ha fatto emergere questa stagione di Sturzo in tutto il suo significato (Il Municipalismo di Sturzo , Morcelliana, 1992; Luigi Sturzo nell'ANCI Rubettino, 2004).

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