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“Dal maggio 1950, quando partì la proposta di mettere inizio all'avventura europea, e poi nelle tappe successive fino al passaggio, quasi mezzo secolo dopo, dalle monete nazionali all'euro, l'oggetto della costituzione europea è stato soprattutto economico. Ma la natura, il significato, l'impulso sono sempre stati e sono politici”. Il processo di integrazione economica europea è stato un grande successo e “il processo di unificazione europea è la più forte eredità positiva che il secolo lascia agli uomini nella sfera degli ordinamenti politici”. Tra queste due affermazioni si snoda la ricostruzione e l'analisi, attente, informate e profonde, che Tommaso Padoa Schioppa fa di questa vicenda straordinaria. Come uno dei primi borsisti CECA, nel 1955, e membro attivo del movimento federalista europeo, dallo stesso anno, nell'ambito del gruppo pavese che aveva come leader Mario Albertini e punto di riferimento Altiero Spinelli, tutti gli eventi di questo processo mi sono familiari, dalla battaglia per l'elezione diretta del Parlamento europeo, a quella per lo SME con le dolorose incomprensioni con Paolo Baffi, ai tanti impegni a favore della moneta europea. Oggi, alla luce di ciò che è successo, forse, noi federalisti intransigenti comprendiamo che certe rigidità istituzionali che ci animavano erano sbagliate e che il metodo del gradualismo e del funzionalismo era quello appropriato, l'unico possibile, in una realtà così complessa come l'Europa. “L'Europa si è fatta realtà sul terreno economico – scrive ancora Padoa Schioppa. Se per misurare ciò che è stato costruito usiamo il metro dell'economia e guardiamo come è mutata la ricchezza delle nazioni, dobbiamo prima di tutto constatare il grande successo del progetto europeo. Nel 1960 l'economia europea (calcolata per i quindici membri attuali) era pari ad appena il 60 per cento di quella americana, mentre a partire dagli anni '90 la supera”. Oggi l'Europa esiste sul piano economico e su quello monetario, con una moneta unica ed una banca centrale, fatto questo che sta cambiando tantissime cose nel comportamento delle persone ed è diventato, a sua volta, potente fattore di unificazione; sul piano dell'ordinamento giuridico e giudiziario, con una Corte alla quale i singoli cittadini possono rivolgersi direttamente e con leggi europee sovraordinate alle leggi nazionali; sul piano istituzionale, con istituzioni che certamente non rispondono ai dettami di un elegante disegno costituzionale ma che sono uno straordinario esempio della fantasia e della capacità creatrice della storia e che, bene o male, funzionano; sul piano culturale e dei grandi valori che sono sempre più comuni, come anche la tragedia di Madrid ci ha fatto sentire e capire. “Oggigiorno noi siamo convinti che una guerra fra gli Stati membri dell'Unione Europea sia impensabile ed anche impossibile. Ma tale convinzione non deriva tanto dal sentirci legati ad un sistema istituzionale di tipo federale per noi giuridicamente vincolante, quanto piuttosto dalla consapevolezza di aderire ad una Comunità e ad un'Unione ispirate a valori e a principi accettati e rispettati da tutti i popoli europei. Sono questi valori e questi principi a preservare la pace fra gli Stati europei ed è stato il “buon governo” instaurato dal metodo comunitario che ha consentito agli Stati e ai popoli europei di superare gli immani problemi creati dalla seconda guerra mondiale e di sviluppare in pace le loro economie fino a raggiungere l'eccezionale livello di benessere e di prosperità di cui oggigiorno essi possono godere” (Fausto Capelli, Una Costituzione per governare l'Europa (bozza)). E' giusto che la nostra generazione che tanto si è spesa per questi obiettivi viva anche momenti di appagamento e di compiacimento. Ma poi bisogna guardare avanti. Oggi l'Europa esiste e rappresenta un piedistallo formidabile per andare avanti, ma viene a trovarsi in un nuovo contesto radicalmente diverso da quello nel quale è cresciuta, mattone dopo mattone, e ciò apre rischi e sfide radicalmente nuove. E' a questi che dobbiamo indirizzarci e soprattutto indirizzare le nuove generazioni. La famosa dichiarazione di Robert Schuman del 9 maggio 1950, redatta da Jean Monnet, che, proponendo l'unione della produzione di carbone e di acciaio di Francia e Germania, dava il via alla CECA ed all'intero processo di integrazione europea, aveva un obiettivo ”limitato ma decisivo”: creare le premesse per far sì che “una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile ma materialmente impossibile”. Ora questo rischio è sepolto; quell'obiettivo “limitato ma decisivo” è stato non solo raggiunto ma largamente superato; quella sfida è definitivamente vinta. La seconda grande sfida che ha funzionato come propellente e collante del processo di integrazione europea fu l'esigenza di resistere alla mortale minaccia del totalitarismo comunista proveniente sia dall'interno dei nostri Paesi che dalle armate e dai missili sovietici. Sembra che il primo a pronunciare la parola Conseil de l'Europe ai microfoni della BBC fu, nel 1943, Winston Churchill. Certamente fu lui il primo a proporre la creazione di una Armata Europea il 10 agosto 1950. Anche questa seconda grande sfida è stata vinta, in modo miracolosamente incruento (nuova conferma della grandezza del pensiero dello stratega cinese Sun Zu, settimo secolo a.C.: “Chi in cento battaglie riporta cento vittorie, non è il condottiero più abile in assoluto; al contrario chi non dà nemmeno battaglia e sottomette le truppe dell'avversario è il condottiero più abile in assoluto”), grazie certamente alla forza dell'America e della Nato e al lungimirante intervento del Piano Marshall, ma anche grazie alla capacità dell'Europa di dar vita ad un continuo e miracoloso processo di integrazione nella pace e nella collaborazione, di sviluppare la propria economia, di realizzare un'economia sociale di mercato, di contenere e battere democraticamente i partiti comunisti interni, di fare dell'Europa “uno spazio privilegiato della speranza umana” (progetto del trattato che istituisce una Costituzione per l'Europa). Svanite queste sfide e queste minacce che sono state anche propellente e collante del processo di integrazione europea, la nuova grande sfida è, paradossalmente, quella di governare il successo . Il successo chiama l'Europa ad uscire dal suo guscio e ad assumere un ruolo più importante nei confronti a) dei paesi che vogliono aggregarsi; b) degli Stati Uniti; c) delle grandi economie emergenti (Cina, India, Russia, Brasile); d) dei paesi da pacificare e da sviluppare rientranti nella sua diretta sfera di influenza. Rapporti con i paesi che vogliono aggregarsi – Urgenza della Costituzione europea – I valori fondantiUna volta ancora l'Unione Europea sta vivendo un momento storico. I paesi limitrofi al nucleo storico dei sei paesi firmatari dei Trattati di Roma del 1957, già allargato a 15, premono per diventare parte dell'Unione. Già dieci paesi sono entrati (Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Cechia, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Malta e Cipro). Mentre altri dieci sono prossimi alla soglia, per un totale di oltre 500 milioni di persone. Ci sono persino personaggi che straparlano, configurando un'Unione europea allargata alla Russia. Questo processo di aggregazione è positivo; è frutto del successo, ma va governato. Oggi persino i confini geografici dell'Europa diventano incerti. Tanti anni fa nella piazza dell'isola greca di Kastelorison, prospiciente alla costa turca, vidi dei cartelli, in varie lingue, che dicevano: “Qui inizia l'Europa”. Quando la Turchia entrerà nella Unione (ed io spero che entri), quei cartelli andranno rimossi. Ma dove li metteremo? Se i confini geografici diventano incerti, cosa sarà dei valori unificanti, dei confini istituzionali, della politica monetaria unificata? Che diavolo di Europa ci aspettiamo mettendo insieme paesi guidati da politiche come quella espressa con grande franchezza dal presidente polacco Alexander Kwasniewski nei seguenti termini (Herald Tribune, 24 gennaio 2003) : “Se questa è la visione del presidente Bush, questa è anche la mia”. Il rischio, dunque, di una diluizione del processo di integrazione europea, ammucchiando disordinatamente Paesi che non ne hanno condiviso il travaglio creativo, che non si sono confrontati con i valori fondanti ma sono mossi da pura convenienza mercantile, è molto alto. E' urgente, dunque, che si arrivi rapidamente alla ratifica del Trattato che istituisce una Costituzione per l'Europa. Da ex federalista fondamentalista convertito, trovo il lavoro fatto dal gruppo guidato da Valery Giscard d'Estaing eccellente. Anche in materia economico-sociale il progetto di Costituzione è, sul piano costituzionale, ottimo. Esso, infatti, delinea un progetto di sviluppo ragionevole basato “su una crescita economica equilibrata, un'economia sociale di mercato fortemente competitiva che mira alla piena occupazione ed al progresso sociale e ad un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente”; combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni; promuove la visione economica, sociale e territoriale e la solidarietà tra gli Stati membri; riconferma le libertà fondamentali di circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali e garantisce la libertà di stabilimento, costituisce il sistema delle banche centrali che fa capo alla Banca centrale europea, la cui indipendenza “nell'esercizio dei suoi poteri e nelle sue finanze” è costituzionalmente riconosciuta; riconosce la necessità di un commercio internazionale “libero ed equo”, pone la persona al centro della sua azione. Questa è l'Europa. Chi è dentro a questi principi è in Europa; chi è fuori è fuori, qualunque sia la contiguità fisica. Tutto ciò è più che sufficiente sul piano costituzionale; per il resto lasciamo fare alla politica. Rapporti con gli USA. Un'Europa armata? Coerentemente con tale impostazione potremmo escludere l'esigenza di spese militari da parte dell'Unione. Tuttavia mi sembra condivisibile la linea di Todorov che ritiene una forza militare europea comunque necessaria, e quindi un po' di spese militari dovranno essere messe in conto nel bilancio dell'Unione. Non per avviare una politica di potenza, per scimmiottare gli Stati Uniti, non per nutrire l'ambizione di gestire o intervenire negli affari del mondo intero, ma per esercitare una “potenza tranquilla” in relazione ad obiettivi limitati, sostanzialmente di “peace keeping”, di antiterrorismo, con unità superspecializzate ed una “great intelligence” europea, e di interventi nelle grandi calamità naturali. Per il resto il contributo maggiore alla pace l'Europa può darlo con il suo esempio di forza gentile, come ha testimoniato John Hume, premio Nobel per la pace 1999, affermando che il ristabilimento della pace in Irlanda del Nord è stato possibile applicando i principi ricevuti dall'esperienza comunitaria. Ma vi sono due altri temi, non citati da Robert Kagan, di natura economica, in relazione ai quali dobbiamo prepararci a serie divergenze di visione e di impostazione con gli USA. Il primo è lo stesso concetto di sviluppo. Nessun presidente degli USA , rappresentante di un paese dove la competizione più esasperata è legge, potrebbe firmare l'articolo 3 del progetto di Costituzione con il suo riferimento esplicito all'”economia sociale di mercato”, una categoria estranea alla cultura americana. Anche in campo economico dobbiamo smetterla di scimmiottare gli USA, di porci l'obiettivo di colmare il “gap” con gli USA. Dobbiamo disegnare il nostro sviluppo, con i nostri ritmi, con la nostra qualità di vita, con i nostri obiettivi. L'economia americana è, tra l'altro, dominata, anche nei suoi sviluppi tecnologici, dalle colossali commesse finanziarie militari, ed è dominata da quell' “establishment militare-industriale” del consolidarsi del quale il presidente Eisenhower ammonì i suoi concittadini nel suo ultimo profetico discorso. Ecco uno sviluppo che l'Europa non può e non deve imitare. E chi contrasterà l'ossessione americana per la crescita quantitativa ad ogni costo, inserendo la consapevolezza che i tempi chiamano ad una crescita qualitativa, se non l'Europa? Il secondo tema è legato all'Euro. Il successo dell'Euro ed il suo emergere come seconda moneta di riserva a livello mondiale, creerà inevitabili tensioni ed anche momenti di conflitto con gli USA, abituati da decenni a vedere il mondo retto solo dal dollaro, “our money and your problem” , secondo la ormai famosa definizione di un ministro americano. Queste divergenze potranno restare nei limiti di una costruttiva, anche se sofferta, dialettica, e potranno anche attenuarsi. Ma sono la realtà del nuovo mondo ed al tempo stesso una delle sfide per la nuova Europa. Come conclude Kagan: “In breve, benché sia difficile prevederne la scomparsa, il divario fra la visione del mondo americano e la visione europea potrebbe rivelarsi meno incolmabile di quanto non appaia ora. Non è detto che debba esserci uno “scontro di civiltà” all'interno di quello che fino a poco tempo fa veniva chiamato l”Occidente”. Ciò che occorre da entrambe le parti, è un riaggiustamento alla nuova realtà dell'egemonia statunitense. E, forse, come dicono gli psichiatri, il primo passo verso la soluzione del problema è riconoscere in che cosa consiste”. Sono d'accordo con Kagan. L'egemonia, soprattutto militare, americana va capita accettata ed interiorizzata. Ma i falchi americani devono ripiegare e porre nel cassetto il sogno che fu di Franklin Delano Roosvelt “di rendere l'Europa irrilevante sul piano strategico”. L'Europa potrà essere, ed auguriamoci che continui ad esserlo, militarmente irrilevante. Ma non sarà mai irrilevante sul piano economico, culturale e strategico. Troppa esperienza e troppa storia del mondo sono accumulate nel suo spazio. E del resto il mondo ha bisogno sia dell'iperpotenza egemone statunitense, sia della forza gentile dell'Europa. Importante è che l'uno non cerchi di scimmiottare l'altro, ma che ognuno porti i suoi doni veri e genuini. Rapporti con le grandi economie emergenti (Cina, India, Russia, Brasile) Oggi Cina, India, Russia, Brasile rappresentano altrettanti soggetti chiave di un nuovo sviluppo e, quindi, allo stesso tempo nuovi competitori e nuove minacce, ma anche nuove straordinarie opportunità ed occasioni di sviluppo. Le singole forze produttive e sociali europee (in primo luogo le imprese) devono svolgere il loro ruolo per cogliere queste opportunità e contenere le minacce. Ed i singoli stati europei devono collaborare e sostenere i rispettivi operatori. Ma la dimensione continentale di questi soggetti e la complessità di certe partite economiche da giocare sono tali da richiedere, accanto ed insieme agli Stati nazionali, nell'ambito di una politica di convergenza e di sussidiarietà, un'Europa che sappia parlare ed agire unitariamente o, perlomeno, in modo coordinato e convergente. Credo che il presidente della Commissione Europea nominato dal Parlamento europeo, coadiuvato dal ministro degli affari esteri nominato dal Consiglio Europeo e che assume il ruolo di vicepresidente della Commissione, come prevede il progetto di Costituzione, potranno, in questo senso, svolgere un ruolo prezioso.
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