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“ Tu lascerai ogni cosa diletta/più caramente; e questo è quello strale/ che l'arco dello esilio pria saetta. Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro lo scendere e salire per l'altrui scale”. Con questi versi del Paradiso della Divina Commedia, Cacciaguida, trisavolo di Dante, gli preconizza il suo destino di esiliato, di emigrante. Dante è solo una delle decine di milioni di italiani che sono stati emigranti. Cristoforo Colombo, marinaio in cerca di fortuna con una buona cultura da autodidatta, è un altro. Nei secoli in cui l'Italia era il Paese culturalmente più vivo d'Europa abbiamo avuto una emigrazione, per così dire, nobile, fatta soprattutto di talenti alla ricerca di esprimersi al meglio in un mondo globale. Sono stati emigranti ma non conquistatori; hanno scoperto la globalità ma si rifiuteranno di gestirla. Sono individui, persone, sempre soli, orgogliosamente e coraggiosamente soli. Marco Polo, Caboto, Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci, Giovanni da Terrazzano scoprono il mondo ma il loro status è quello dell'emigrante e passano, con indifferenza, dal servizio di uno Stato all'altro. La Francia del ‘500 e ‘600, cioè la Francia moderna, vede un grande contributo degli emigranti italiani, di quella che uno storico francese ha chiamato l' ”emigration conquérant”. Carlo VIII recluta intere legioni di artigiani italiani per rifare il volto alla Francia medioevale. Ed è un emigrante italiano, un frate francescano, Frà Giocondo da Verona, a progettare ponti sulla Senna che ancora oggi attraversiamo, compreso il ponte di Notre Dame. Ed è ancora un emigrante italiano, Domenico da Cortona, il progettista del “Palais de la Ville”. A Lione, città dei tessuti e delle fiere, metà della popolazione è italiana e nel corteo che accompagna il re in occasione di una sua visita alla città, il primo posto spetta ai lucchesi, seguito dai fiorentini e dai milanesi e poi dai notabili di Lione. Così come emigrante italiano è il grande ministro Giulio Mazzarino (“di nascita vile e di fanciullezza canagliesca”). Ma se volessi elencare tutti gli emigranti italiani che hanno contribuito a costruire la Francia trovando qui un ambiente adatto per esprimersi al meglio, non basterebbero cento pagine, sino al grande scrittore Emilio Zola, veneto d'origine, il grande pittore Paul Cézanne, figlio di un cappellaio lombardo di nome Cesana, che fece in Francia una grande fortuna, il grande cantante di bellissime canzoni, il cantante francese per eccellenza, il toscano Yves Montand. E la situazione sarebbe simile se mi riferissi all'Austria, alla Spagna, all'Inghilterra.

Ma poi in tempi a noi più vicini viene l'emigrazione di massa, l'emigrazione dei poveri, dei disperati, che ha il carattere di una vera e propria fuga dall'Italia, dalla miseria, dall'oppressione. Nel 1861 l'Italia ha ventuno milioni di abitanti ed i suoi emigranti saranno ventisei milioni con una fuga che continuerà a lungo. Partono per primi, contrariamente a quello che si crede, gli uomini e le donne del Nord: piemontesi, liguri, friulani, veneti, lombardi. Solo qualche decennio dopo si muovono i meridionali, più legati al borgo natio. Ma quando si muoveranno sarà, in certe zone, uno spopolamento. E' stato giustamente scritto che questa è stata la vera “rivoluzione” incruenta del contadino italiano che, partendo alla ricerca della speranza di poter vivere, canta: “su bravi, o signorini, gettate gli ombrellini; gettate i vostri guanti, lavoratevi i campi; noi andiamo in America” e grida “viva la Merica e morte ai signori”. Uno studioso della materia (Ludovico Incisa di Camerana, Il grande esodo, Corbaccio, 2002) scrive: “in un secolo (dal 1860 al 1960) emigreranno venti milioni di potenziali rivoluzionari”. E' un'epopea grandiosa e commovente che, girando il mondo, emerge da ogni angolo (già Cesare Balbo scriveva: “Una storia intiera e magnifica e peculiare all'Italia sarebbe a fare degli italiani fuori d'Italia”). E tra questi emigranti vi è quello che diventerà il fondatore della Bank of America, che nasce come Bank of Italy, il ligure Amedeo Giannini; vi è il futuro trombettiere del generale Custer; e in una fredda giornata del marzo 1889 sbarcherà a New York insieme a 1400 emigranti una piccola suora, Francesca Cabrini che diventerà Mother Cabrini, la prima santa americana. Ma è anche una storia di enormi sofferenze, di fatiche immense, di umiliazioni, di inganni, di linciaggi subiti quasi sempre con la polizia connivente, come quelli di New Orleans (1891), di Walsenburg, Colorado (1895), di Hahnville, Louisiana (1896), di Tallulah, Louisiana (1899), di Erwin, Mississipi (1901), di Tampa, Florida (1910). E il candidato al governo del Mississipi, Jeff Truly, tuona: “Sono una razza inferiore. L'immigrazione italiana non risolve il problema del lavoro: gli italiani sono una minaccia e un pericolo per la nostra supremazia razziale, industriale e commerciale”. Sembra di sentire il ministro Roberto Calderoli. Ma “gli italiani di Merica” non sono una razza inferiore. Sono grandi, coraggiosi lavoratori e risparmiatori come testimonia Jacob Riis, un cronista del New York Times che, dopo aver denunciato le condizioni disumane nelle quali vivono gli immigrati italiani nei quartieri ghetti di New York, afferma: “A dispetto di tutte le loro difficoltà questi meridionali avevano virtù immense e fondamentali. Erano gli immigrati più poveri della città. Ma solo una minima parte si rivolgeva all'assistenza comunale. Lavoravano e risparmiavano come formiche mandavano in Italia vaglia postali per cifre sbalorditive anche se i più guadagnavano solo un dollaro al giorno”. E nonostante una diversa fama creata da minoranze violente, secondo il capo della polizia di New York del tempo: “di tutte, l'emigrazione italiana è quella che dà il minor contingente agli assassini, ai ladri, ai facinorosi di ogni specie”.

Senza questi immigrati l'America non sarebbe quello che è. E senza questi emigranti non sarebbe quella che è l'Italia che, per quasi un secolo e sino al 1950 circa, ha trovato nelle rimesse degli emigrati uno dei suoi pilastri economici fondamentali; e senza questi emigranti il mondo non sarebbe quello che è, perché ovunque il lavoro italiano ha dato buoni ed importanti frutti.

Al museo storico cittadino di Lucerna, c'è un toccante piccolo angolo dedicato alla presenza degli emigranti italiani a Lucerna. Senza i muratori italiani, dice un breve commento in tedesco (dove l'unica parola italiana è: muratori), Lucerna non avrebbe potuto svilupparsi come si è sviluppata. E la nota illustra l'isolamento iniziale dei lavoratori italiani, superato gradualmente con il lavoro e con le prime attività sociali, come la costituzione di un cicloclub fondato nel 1907 da un gruppo di giovani italiani. Storie grandi e storie minime, come questa, ma sempre significative e commoventi.

Scrive ancora Prezzolini nel 1948:

“ La fama dell'Italia è oggi grande nel mondo per la seduzione del suo sistema di vita, che non è codificato in nessun libro ed aspetta uno scrittore che lo raccolga, dagli esempi di molte vite, antiche e contemporanee. Chi ha formato questa fama? Non i retori, non i letterati, non gli uomini politici, non certo i generali e gli ammiragli, non gli amministratori e nemmeno i preti cattolici, che pur certamente sono un prodotto genuino della civiltà italiana. Se mai la fama si deve ai narratori, ai poeti, ai pittori e scultori ed architetti, agli attori, ai cuochi ed ai sarti, agli sportivi, ai sommozzatori ed agli aviatori, alle donne innamorate ed agli amanti italiani, alle belle donne del cinematografo ed ai guaglioni della strada… La massa crescente dei turisti rappresenta una votazione internazionale in favore degli Italiani. Nutrono quelli per gl'Italiani un certo amore senza stima, ricambiato da parte degli Italiani con una esagerata valutazione accompagnata da un non soverchio amore. L'Italia del Risorgimento, la parentesi unitaria di questo disunito Paese, appare finita. Ma l'Italia universale – quella che importa di più – continua ad occupare le nostre menti per opera dei singoli individui italiani, sempre mirabili nel cavarsi d'imbarazzo e nel corregger le situazioni penose e gravose nelle quali i loro capitani li conducono”.

Mi ha molto colpito scoprire che questo taglio che Prezzolini ha dato alle sue lezioni di 57 anni fa riecheggia nella presentazione dell'Italia data dalla National Geographic Society, presentando una mappa dell'Italia, nel 1995, con queste parole:

“Young nation in an old land, known to the ancients as Italia centuries before a country bore the name, Italy stands as a cornerstone of Western history. Julius Caesar, Charlemagne, and Napoleon ruled here; Constantine the Great found divine inspiration in Rome (NB: in realtà è un errore, perché l'editto di Costantino fu emesso a Milano, nuova capitale dell'impero d'occidente) and spread Christianity throughout his empire. In Italy Michelangelo and Leonardo created, Verdi composed, and St. Francis of Assisi prayed. Rich in natural beauty, gilded with sunshine, and epitome of la dolce vita – the sweet life, as seen in Caravaggio's late 16 th -century portrait of Bacchus, god of wine – Italy attracted pillagers and princes from beyond the Alps; for centuries they carved up the peninsula and its islands like booty. Unified since 1870, and now one of the world's most prosperous countries, Italy still cherishes the sweet life, while reveling in a past so storied that 18 th -century British statesman Edmund Burke called it “native land to us all””.

Può sembrare una fuga all'indietro, un moto consolatorio, ripercorrere le grandezze della civiltà italica come antidoto alle miserie di un presente meschino e deprimente, ma è stato proprio Fernand Braudel ad insegnarci che: “Essere stati è una condizione per essere”. Ed a me come a Prezzolini la separazione tra lo Stato italiano di vita breve, effimera e travagliata e la civiltà italica (grande, solida universale e millenaria) appare fondamentale per comprendere l'importanza decisiva che ha avuto, ha ed avrà per l'Italia la prospettiva europea.

Poche civiltà sono più di quella italiana adatte ad affrontare il nuovo mondo che sta prendendo corpo ed a contribuire ad una globalizzazione umana e solidale, una globalizzazione dell'uomo e per l'uomo e non delle cannoniere, una federazione di uomini e non di stati come disse Jean Monnet.

In tutte le statistiche di competitività internazionale l'Italia non si classifica, in questa fase storica, in modo brillante. Le uniche statistiche in cui si classifica nel gruppo di testa sono proprio quelle relative ad attività che hanno a che fare con la cura della persona e della casa. In altre parole lo stile italiano, il sistema di vita italiano (che va dalla moda alla enogastronomia, dai gioielli al design, dall'arredamento alle automobili da alta gamma come le Ferrari) continua a vivere una fase positiva.

Ma sarebbe un grave errore pensare che si tratti di una posizione acquisita per sempre e che si possa vivere di rendita. E' una posizione continuamente incalzata da vecchi e nuovi competitori e, quindi, sempre da difendere, riconquistare, rilanciare. Ma è anche una posizione di fronte alla quale si aprono nuove importanti prospettive legate a grandi paesi che, sino a poco tempo fa esclusi dal commercio e dallo sviluppo internazionale, stanno emergendo come nuovi protagonisti del nuovo ciclo di sviluppo, anche grazie al formarsi di una borghesia ricca o benestante, rapidamente crescente in numero e reddito disponibile, e portata ad un gusto sempre più internazionale e raffinato, e dunque italiano (pensiamo alla Cina, all'India, alla Russia). Mantenere le posizioni acquisite e sviluppare le nuove potenzialità richiede un'azione lucida, consapevole, determinata, tenace, proiettata nel nuovo ma ben piantata sulle antiche radici.

Come dicevo questa lettura ha i suoi pericoli. E' bene conoscerli per svilupparne gli antidoti. I principali pericoli sono cinque:

•  Di cadere in una sindrome patriottarda, nazionalista.
In questa chiave già ci provò il fascismo che negli anni '30 esaltò in “made in Italy”. Il fascismo fece anche molte coste giuste, in quegli anni, per valorizzare il lavoro italiano, ma il suo limite di fondo fu che la sua azione mirava soprattutto ad esaltare il regime, la nazione fascista, a strumentalizzare più che valorizzare il “made in Italy”, a servirsene. Gli antidoti principali sono: la fondamentale distinzione sviluppata da Prezzolini tra civiltà italiana e Stato italiano; il respiro universale della cultura e del saper fare italiano; la dimensione europea della nuova identità che stiamo creando.

•  Di cadere in una situazione consolatoria.
C'è chi vede nella valorizzazione del “made in Italy” e delle medie imprese, portatrici principali di questo saper fare, una specie di consolazione alla decadenza ed in qualche caso al crollo delle grandi imprese. Ho letto persino dei tentativi di spiegare il crollo delle grandi imprese quasi come un effetto necessario delle caratteristiche delle nuove tendenze dell'economia, che sarebbero tali da valorizzare le medie imprese ed il loro saper fare e da penalizzare le grandi imprese. E' un errore di prospettiva da respingere. E' un errore che certamente non commette uno storico di vaglia come Giuseppe Berta che, pur cercando di interpretare il momento economico che viviamo come metamorfosi più che come declino, e puntando, anche lui, sulle medie imprese come nuova nervatura economica e industriale del paese, precisa:

“Le nostre grandi imprese storiche non esistono più e nulla si può fare per resuscitarle; l'adozione di una tardiva politica industriale – ultimo sussulto dirigista di uno stato imprenditore che ha da tempo dissipato i suoi talenti – non basterebbe sicuramente a rovesciare sorti così pregiudicate. Si sarebbe probabilmente potuto fare molto di più per preservare il nostro patrimonio industriale, ma esso è stato ipotecato dagli errori e dalle insufficienze degli anni Novanta e, in parte, dal “compromesso senza riforme” che era stato codificato già trent'anni avanti, allorché l'Italia aveva sciupato la possibilità di approdare a una configurazione virtuosa del rapporto fra economia e istituzioni, sull'onda del successo conseguito dal suo modello post bellico. Tentativi postumi di salvataggio correrebbero ora il rischio di sortire esiti contrari alle aspettative.

E' giocoforza, allora, puntare sulle medie imprese come nuova nervatura economica e industriale del paese, se non si vuole proseguire sul sentiero sterile delle lamentazioni, delle deprecazioni o delle esortazioni virtuose che hanno tuttavia il difetto di non ottenere riscontri nella realtà”. (Metamorfosi. L'industria italiana fra declino e trasformazione, Ed. Università Bocconi editore, 2004).

La Olivetti e l'Alfa Romeo sono stati per cento anni campioni eccelsi del “made in Italy” ed il fatto che la prima sia stata colpita a morte e la seconda soffra da trent'anni sotto i colpi di un management e di un sindacato criminaloidi, non sono né un fatto necessario, né un fatto razionalizzabile con approcci consolatori e tali da cancellare le immense responsabilità del management e della proprietà in primo luogo, del sindacato in secondo luogo, dei poteri di governo in terzo luogo.

•  Di vivere questa riscoperta dei valori eterni della civiltà italiana come una fuga in avanti, come un modo per chiudere gli occhi alle tante cose che non vanno nel nostro Paese.
L'antidoto consiste nell'essere consapevoli che la valorizzazione del “made in italy” non è altro dalla valorizzazione dell'Italia e della cultura italiana. E dunque dobbiamo guardare in faccia, con coraggio, lucidità e determinazione, i tanti mali che affliggono il nostro Paese e provare ad affrontarli.

Il “made in Italy” è un valore universale e antico e non può scomparire ma, come i fiumi carsici, si inabissa per poi ricomparire quando i tempi ed il terreno ritornano favorevoli. Dopo la stagione dei Leonardo da Vinci e dei Michelangelo sono venuti lunghi secoli di depressione e non è un caso che proprio a Milano, in quel periodo, come ci racconta il Verri, anche la fiorente industria tessile subì un tracollo.

Bisogna dunque reagire alla cappa di depressione che grava sul Paese e la riscoperta delle nostre radici può svolgere un ruolo determinante in questo sforzo. Purché non diventi retorica ma pensiero ed azione. Bisogna capire le cause della depressione ed agire per rimuoverle.

•  Di pensare che il valore del “made in Italy” sia una specie di rendita.
Ho già detto che le radici profonde e forti del “made in Italy” non devono portarci a vederlo come una rendita. E' un talento da preservare non seppellendolo sotto terra o mettendolo in cassaforte ma curandolo come un roseto. L'unico modo per preservarlo è farlo fiorire, concimarlo, potarlo, disinfettarlo, annaffiarlo, rafforzarlo. E dunque dobbiamo su questo talento investire, in formazione, ricerca, cultura, cooperazione , facendo sistema, in Italia ed all'estero, non ostacolando ma affrontando e guidando i processi di forte ristrutturazione che il mutare del contesto competitivo richiedono.

Insomma dobbiamo capire che nel nuovo millennio il capitale principale è il “capitale creativo”, diffuso, e che anche questo va curato, rispettato, valorizzato.

•  Di pensare che la valorizzazione del “made in Italy” sia compito di qualche organismo pubblico.
Ho letto vari interventi in questa materia che concludono auspicando che un potere pubblico svolga un ruolo di regia. E' un grande errore, o meglio una tipica illusione italiana: ci lamentiamo tanto che le autorità pubbliche non sono capaci di far funzionare in modo accettabile le cose che a loro competono e tuttavia invochiamo sempre una guida pubblica appena c'è qualcosa di nuovo da fare, anche in campi che sono estranei ai compiti specifici delle strutture pubbliche. E' questa una affermazione che ci portiamo dietro da una cultura di sinistra mal digerita che ci ha convinto che, in fondo, tutto quello che è pubblico è buono, mentre la realtà ci dimostra che è quasi sempre vero il contrario.

Vi sono certamente azioni di tutela dei marchi italiani da svolgere, come invocato da tante fonti. Si tratta di un'azione importante che compete al governo ed alle organizzazioni di categoria.

Vi sono azioni di marketing operativo da sviluppare nelle fiere internazionali od in altre simili occasioni. Anche queste fanno capo alle organizzazioni di categoria unitamente agli organismi governativi preposti, come l'ICE.

Ma vi è un'area dove, sino ad ora, troppo poco si è fatto e dove vi è moltissimo da fare: la valorizzazione della cultura italiana e dello stile italiano e del sistema di vita come esso si manifesta attraverso i suoi prodotti. E' questa una “miniera” preziosa che non è mai stata scandagliata in profondità in modo sistematico e coordinato, in modo colto. Questo percorso è reso più difficile dal tradizionale individualismo italiano, dalla scarsa conoscenza di noi stessi e della nostra storia, dalla eccessiva frammentazione settoriale delle organizzazioni imprenditoriali, che rende difficili azioni coordinate anche nell'ambito di un solo settore. Né ci sembra che l'azione che proponiamo possa trovare la sua leadership in organizzazioni pubbliche (anche se la collaborazione con le stesse sarà essenziale), proprio perché deve trattarsi di un'azione basata su un pensiero imprenditoriale e su una riscoperta del valore universale della cultura italiana.

Quello che è necessario è un lavoro corale, proprio perché è un lavoro culturale che deve coinvolgere tutte le migliori e più vive forze del paese, da quelle delle strutture produttive a quelle culturali e formative.

E' uno sforzo corale che deve coinvolgere i nostri quattromila musei, le centodiecimila chiese e abbazie, i tremila antichi conventi, i ventimila centri storici, le trentamila dimore storiche, le quarantamila rocche e castelli, i duemila siti archeologici, i quattromila giardini storici e tutto quello che in essi è depositato e che, nell'insieme, sono la testimonianza, non morta ma vivente, e che le tecniche digitali potranno rendere ancora più vivente, della civiltà italiana.

Invero è confortante osservare che in tanti luoghi d'Italia, spesso poco conosciuti, questo lavoro di legare passato presente e futuro della civiltà italiana è in atto.

In questa prospettiva lo sviluppo dell'identità europea rafforza e non indebolisce la nostra vera identità che è culturale, universale, globale.

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