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2005 Italia ed Europa: quali orizzonti? Cena-Incontro con Marco Vitale
“ Il faut tenter de vivre ” “Essere stati è una condizione per essere” “I problemi che l'umanità si trova ad affrontare richiedono una solidarietà di tipo nuovo dalla quale siamo ancora ben lontani. Se i pericoli sono comuni, anche i compiti lo sono”
Qualche giorno fa una rivista alla quale collaboro mi ha chiesto di scrivere un pezzo su 50 anni di Fiat 600 e 50 anni di economia italiana. Ho trovato il tema molto stimolante: infatti riflettere su 50 anni della Fiat 600 e cinquant'anni di economia italiana vuol dire, in sostanza, per le persone della mia generazione, riflettere sulla propria vita. Siamo stati ragazzi in un Paese devastato dalla guerra, con le macerie fisiche e morali della dittatura, autarchico, asfittico, arretrato in quasi tutti i settori, con un'economia ancora in prevalenza basata sull'agricoltura. Da ragazzo ho accompagnato il contadino a vendere le pesche del nostro piccolo podere in Franciacorta (terra allora molto depressa) al mercato d'Iseo sull'antico robusto carro agricolo trainato dal cavallo, partendo alle cinque del mattino. Poi è venuta l'Ape, una autentica rivoluzione. E pochi anni dopo la Fiat 600, che segnò la fine del primo dopoguerra, il periodo più duro ma anche pieno di fascino e di speranze. Poi ci gettammo in uno studio forsennato e successivamente in un lavoro forsennato. Volevamo vincere, per noi ma anche per il nostro Paese. Volevamo riscattare le umiliazioni della dittatura e della guerra. Volevamo essere aperti, moderni, internazionali. Non volevamo più essere poveri. Non volevamo più che nostra madre ci rivoltasse il cappotto del fratello maggiore e ci mettesse i ferretti sotto le suole, come ai cavalli. Volevamo un paese aperto, moderno, internazionale, alla pari con tutti gli altri grandi paesi europei. Oggi ci guardiamo indietro ed abbiamo motivi di soddisfazione. Abbiamo lavorato tanto tanto, ma la nostra economia è entrata nel novero delle economie più sviluppate; gli italiani godono di un tasso di reddito individuale disponibile e quindi di tassi di consumo e di risparmio che non hanno mai prima avuto né sognato nell'epoca moderna; l'Italia è stata uno dei protagonisti della creazione del mercato comune prima e della comunità europea poi; nel Nord e Centro Italia abbiamo, in pratica, realizzato la piena occupazione; il “made in italy”è ovunque sinonimo di qualità e stile; per rimanere nel settore della motorizzazione abbiamo realizzato prodotti che hanno un posto stabile, a livello mondiale, nella storia della motorizzazione come la Fiat 600, la Vespa e la Giulietta, mentre la Ferrari da mito italiano è diventata mito mondiale; i nostri architetti e designer sono di casa in tutto il mondo; i nostri stilisti di moda sono al vertice; abbiamo scritto pagine che fanno parte della storia del mondo nella cinematografia, nello sport, nella musica; i nostri figli conoscono le lingue e si muovono disinvoltamente nelle università e nelle capitali del mondo; le nostre città storiche (con l'eccezione di alcune gravi degenerazioni da eccesso di sviluppo e di corruzione) sono sempre più belle; la ristorazione italiana ha conquistato un posto di rilievo in tutte le principali capitali del mondo. Eppure siamo tristi. Al Forum di Davos che riunisce ogni anno molti manager mondiali l'Italia, sulla base di un'indagine condotta dalla Università del Maryland, è risultata essere il paese più pessimista sulle prospettive future preceduta nell'ordine da: Cina, India, Inghilterra, US, Brasile, Germania, Francia, Russia, Sud Corea, Giappone. E' una rilevazione che conferma analoghe conclusioni da altre fonti indipendenti. Ma me l'ha fatto rilevare, tempo fa, un uomo d'affari francese che da vari decenni frequenta, anche per lavoro, l'Italia, che mi disse: “Siete diventati un Paese triste. Lei pensa che oggi Mendelssohn – Bartholdy, dopo un viaggio in Italia, scriverebbe ancora una Sinfonia Italiana con i suoi straordinari slanci giocosi? Lei pensa che potrebbe concepire qualcosa di simile all'Allegretto iniziale, così denso di gioia di vivere, di felicità? O come il Salterello finale, dove il tema scorre pieno di fuoco sul ritmo di danze popolari?”. Ecco: l'economia italiana va male perché siamo diventati tristi e Mendelssohn non potrebbe più scrivere una Sinfonia Italiana. Può essere comodo e liberatorio attribuire tutto ciò al governo in carica, ma è sbagliato (anche se questi ha dato il suo bel contributo), per cui credere che basti cambiare la formula politica per rimetterla in carreggiata è, più che un'illusione, un ennesimo imbroglio. Non è il governo in carica responsabile dell'agonia della Fiat; della crisi dell'Alitalia; della più grande truffa aziendale di tutti i tempi quale è stata la truffa Parmalat; dello strapotere dell'Enel, monopolio privatizzato che assicura all'Italia uno dei costi dell'energia più alti del mondo; della distruzione dell'Olivetti e dell'informatica italiana; dello spiazzamento strutturale dell'Italia tra dollaro debole e Cina forte con moneta debole; del ruolo dominante dell'economia mafiosa e camorrista in vaste zone del Paese e via dicendo. Chi pensa che tutto si possa risolvere cacciando il governo in carica imbroglia se stesso ed i cittadini italiani, anche se cacciare questo governo ed ancor più liberarsi di questo Parlamento, deprimente e servile, è comunque condizione necessaria, ancorché non sufficiente. Io credo che, più o meno oscuramente, sentiamo che il nostro Paese non ha consolidato tutto il buon lavoro fatto e non ha mantenuto le promesse. Poteva, doveva, essere migliore. Per tanto tempo abbiamo creduto che fosse diventato migliore ed eravamo soddisfatti del buon lavoro fatto. Ma poi qualcosa di profondo si è rotto; a partire più o meno dall'inizio degli anni '90, abbiamo incominciato a perdere battute ed a regredire, a perdere morale e volontà. E, piano piano abbiamo incominciato a perdere interi settori industriali: chimica, informatica distribuita (Olivetti), elettronica, farmaceutica, oggi temiamo per il futuro dell'industria automobilistica. Qualcuno chiama ciò declino (Gambino) altri metamorfosi (Berta) altri ancora: la crisi più grave dal dopoguerra (Montezemolo). Non è facile fare una diagnosi definitiva ed ognuna di queste letture contiene qualcosa di vero. Certo è che la nostra tristezza non è immotivata. Come ha osservato il prof. Giorgio Parisi, candidato più volte al Nobel per la fisica, continuatore, in un certo senso, della scuola italiana di fisica che fu grandissima, alla grande Università La Sapienza di Roma hanno cercato di iscriversi, nel 2004, quattromila candidati a Scienze della comunicazione, duecentoventinove a fisica e centottantatre a matematica. “Che futuro ha un Paese così – si domanda retoricamente il Prof. Parisi – scivoliamo verso il Terzo Mondo”. Qualcosa di grosso, di molto grosso è andato storto e sta rischiando di rovinare tutto il magnifico lavoro che abbiamo fatto negli ultimi cinquant'anni. Domandiamoci: sarebbe in grado, oggi, la Fiat di proporre una nuova vettura così innovativa, capace di segnare un'epoca, come la 600? Temo che la risposta sia negativa. E, dunque, dobbiamo ritornare alla stanga senza negare la nostra tristezza ma senza farci sopraffare dalla stessa. Dobbiamo parlarci, con franchezza, con i nostri figli ed i nostri nipoti e domandarci, tutti insieme, in che Paese e per che Paese vogliamo vivere. Certo non sarà sufficiente la retorica dell'antideclino, né dare la caccia ai comunisti, né sventolare la bandiera nazionale, né premere perché i calciatori della nazionale, prima della partita, intonino l'inno nazionale. Di ben altro abbiamo bisogno, di ben altro! Come nel 1955. L'economia italiana va male. Questa affermazione può essere facilmente contraddetta da dati economici congiunturali. In verità: i consumi delle famiglie, mediamente e nell'insieme, reggono e sono dal 1993 in continuo, anche se lieve, aumento; il reddito disponibile delle famiglie parimenti cresce, sia pure con un rallentamento della crescita; il risparmio resta positivo anche se molto sbilanciato sugli immobili; l'occupazione nel Centro Nord e soprattutto nel Nord Ovest (nonostante la crisi Fiat!) è buona ed in continuo aumento. I corrispondenti dati sono, ad esempio, da parecchi anni peggiori in Germania. Eppure le attese degli italiani sono, sulla base delle più serie rilevazioni, molto negative. Come riconciliare questa apparente contraddizione? La risposta si ha entrando nell'analisi. Allora si scopre che se le cifre medie di consumi, reddito disponibile e risparmio sono accettabili, all'interno di queste categorie emergono delle forti polarizzazioni. Le medie sono la risultante di dati di gente che sta sempre meglio e di altra gente (le categorie più deboli) che sta sempre peggio. Si scopre anche che l'occupazione nelle zone sviluppate regge bene ed è in lieve aumento anche nel Sud (dove comunque i dati sono sempre truccati dall'enorme economia nera), ma che l'incremento è concentrato prevalentemente nell'edilizia. E lo sviluppo dell'edilizia, di per sé cosa buona, è fortemente determinato dall'intenzionale lassismo amministrativo frutto dei condoni, ormai diventati strumento regolare di governo, e della leggerezza con la quale si concedono autorizzazioni distruttive dell'una volta “Bel Paese”, un'ondata distruttiva che è seconda solo a quella che massacrò l'Italia a cavallo tra gli anni '50 e '60. Sembra, in sostanza, che la gente abbia paura di un Paese che vive da cicala e non investe più niente sul futuro. Un solo dato, agghiacciante. L'unica categoria di spesa delle famiglie che si è ridotta in misura significativa dal 1997 è la spesa per l'istruzione, diminuita del 19%. Un aspetto importante da sottolineare è che l'Italia si trova nel mezzo di una trasformazione strutturale, di un vero e proprio mutamento del modello di sviluppo. In passato le difficoltà congiunturali venivano curate prevalentemente con la svalutazione monetaria e con l'aumento del debito pubblico. Da quando abbiamo accettato di essere parte integrante dell'Unione Europea e della moneta unica, questi strumenti sono diventati inutilizzabili. Dobbiamo trovare altre vie ed altri metodi per scaricare le difficoltà congiunturali (che ci saranno sempre). Questa è una mutazione fondamentale, la più importante degli ultimi cinquanta anni. E ci siamo trovati a viverla nel bel mezzo di una congiuntura internazionale durissima caratterizzata, tra l'altro, dalla svalutazione del dollaro, nostro grande cliente, e dall'accelerazione competitiva di Cina e altri paesi asiatici concentrati su settori tipicamente italiani. Tutto ciò fornisce spiegazioni comprensibili delle nostre attuali difficoltà economiche. Ma io credo che ciò non spieghi compiutamente il nostro attuale disagio e la nostra tristezza. L'economia va male perché il Paese va male ed è su questo che dobbiamo riflettere. Ma il dibattito non sarà serio e quindi non sarà utile se verrà impostato su basi congiunturali e di schieramento elettorale. Se ancora una volta si farà tattica e non strategia. L'economia italiana va male perché si è, in gran parte, realizzato quello che Guido Piovene illustrò con grande chiarezza al termine del suo memorabile “Viaggio in Italia” del 1956 e nel postscriptum del 1966, con parole che meritano di essere ampiamente riprese e meditate: “L'Italia è sempre un paese confuso, in cui quasi nulla appare con la sua vera faccia. Ma un viaggio per l'Italia ci porta davanti alla società più mobile, più fluida, e più distruttrice d'Europa… In nessun altro paese sarebbe permesso assalire, come da noi, e deturpare città e campagne, secondo gli interessi e i capricci del giorno. Gli italiani non temano di essere poco “futuristi”. Lo sono più degli altri, senza avvedersene; sebbene questo non significhi sempre essere i più avanzati…. Il nostro paese non è inferiore a nessuno per il numero degli ingegni e per la qualità dell'intelligenza. Ma quell'intelligenza riesce difficilmente a prendere un valore politico e un prestigio politico, e raramente emette voci che trascinano seco un interesse universale. In nessun altro paese come da noi tutto il campo sembra occupato dagli attivisti d'ogni specie; in nessun altro, quasi per un tacito accordo di affaristi e sociologi, è così radicata la convinzione che contino solo i problemi di danaro e di cibo…. Il rischio dell'Italia è di entrare nel numero dei popoli di cultura bassa, giacché è possibile essere intelligenti e di cultura bassa…. L'ingresso ritardato dell'Italia nella civiltà moderna, caduto però in un momento in cui prende impeto dalla situazione mondiale, porta nell'Italia d'oggi un avanguardismo generico, confuso, ma effettivo; e, secondo la visuale, si può definirla altrettanto bene un paese ritardato e un paese di punta. Più moderno dei suoi vicini, se per moderno noi intendiamo un paese nel quale la vecchia civiltà si squaglia in maniera più rapida e dove più forte, sebbene non tutta cosciente, è la crisi. Certamente anche un paese oscuro a se stesso, nel quale tutti soffrono più malesseri che dolori, senza capirne con chiarezza il perché…“ Questa lettura di Piovene ha trovato nuovo alimento e nuovo slancio, nel corso degli anni '90, dall'emergere di un nuovo avanguardismo “generico, confuso ma effettivo” legato alla metamorfosi in atto nell'economia ed all'emergere di nuove professioni e di nuovi ceti tecnico-professionali la cui caratteristica fondamentale è un egoismo assoluto e una profonda incultura allo stesse legata. Nel 1995 scrivevo: “I neoborghesi degli anni '90 sono vivaci, capaci, preparati. Ma culturalmente, politicamente, socialmente fragili, come con acutissima conclusione afferma l'economista Mario Deaglio nel 1993 (in Salvatore Carrubba, Una bussola per il Nord , Sellerio, 1993): emerge un'importante contraddizione dei neoborghesi degli anni '90: l'erosione a seguito di una mercatizzazione troppo spinta, del tessuto sociale, che aveva, in vario modo, favorito la nascita stessa dell'individualismo e della nuova borghesia. La realizzazione esasperata del capitale umano dei genitori può compromettere quella dei figli, a cominciare dalla loro stessa nascita. Come un taglialegna poco accorto, la nuova borghesia potrebbe segare il ramo sul quale è comodamente seduta.” Per concretizzare con un esempio, questi neoborghesi sono quelli che a poche ore dal cataclisma asiatico strepitavano per partire per le Maldive e la Thailandia e non perdere la “loro” vacanza. A me questa gente così totalmente amorale fa paura. Per identificare una traccia che ci aiuti ad uscire da questo accerchiamento di fattori negativi, è necessario ricollegarci al respiro lungo della nostra storia. E qui ci possono aiutare le straordinarie lezioni sulla civiltà italica che Prezzolini tenne alla Columbia University nel 1948, pubblicate in americano con il titolo: “The Legacy of Italy”. Nel non facile tentativo di spiegare ai suoi allievi americani che cosa è l'Italia, Prezzolini distingue nettamente la civiltà italica nata intorno all'anno mille e che ha mille anni di vita gloriosa, generosa e ricchissima, dallo Stato italiano che è una scombiccherata piccola parentesi di poco più di un secolo, travagliato da due guerre mondiali, una dittatura, un'infinità di inflazioni ed altri guai. Percorrendo, con mirabile chiarezza, i personaggi ed i momenti della millenaria civiltà italica da Dante a San Francesco, Marco Polo, Colombo, Vespucci, Vico, Macchiavelli, Galileo, all'Umanesimo, alla grande arte rinascimentale, alla commedia dell'Arte, all'invenzione dell'Opera, a Bertoldo, al futurismo, alla Chiesa Cattolica (“la risposta che il mondo ha dato al Vangelo”), Prezzolini sostiene che la cultura italiana non è mai stata nazionale ma sempre universale (ma l'elenco potrebbe facilmente allungarsi sul fronte scientifico e tecnologico, un po' trascurato da Prezzolini, con Leonardo da Vinci, tecnologo e scienziato, la prima legge generale sui brevetti approvata dal Senato veneto nel 1474, lo sviluppo dei fondamenti algebrici ancora oggi fondamentali nell'informatica di Leonardo Fibonacci, i fondamentali della fisica di Torricelli, il genio di Galilei, la sistemazione della partita doppia di Luca Pacioli ed ancora Alessandro Volta (pila a colonna di Volta), Barsanti e Matteucci (brevetto del primo motore a scoppio), Avogadro (fondatore della chimica moderna), Antonio Meucci (primo telefono meccanico nel 1854, come la US House of Representatives ha riconosciuto nel 2002), Antonio Pacinotti (prima dinamo elettrica), Guglielmo Marconi (telegrafo senza fili), Enrico Fermi, con l'Istituto di via Panisperna, uno dei padri della fisica nucleare, Federico Faggin, che inizia a progettare computer in Olivetti prima di trasferirsi in USA dove inventa il micro processore, senza nominare individualmente, perché meno noti, i tanti medici scienziati che hanno dato contributi decisivi all'arte medica). L'Italia del Risorgimento, “la parentesi unitaria di questo disunito Paese è piccola cosa. Grande cosa è la millenaria cultura italica, l'”Italia universale”. “Lavorando per tutti non poté nel passato l'Italia e non può oggi essere la patria degli italiani…. Molti di essi compirono le loro scoperte con l'aiuto di stati stranieri ed i loro nomi passarono al mondo sotto una forma straniera” spiega Prezzolini.
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