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CITTÀ E ENTI LOCALI
Questa impostazione e questa definizione del concetto di sviluppo e di cultura si incrocia anche con gli sviluppi dell'economia urbana negli ultimi dieci, quindici anni. In questo periodo lo studio dell'economia urbana ha segnato grandi progressi. E questo perché ci si è accorti che il vero motore dello sviluppo sono le città e i territori e le strategie delle città e dei territori. Pensiamo a cosa sarebbe l'Italia se Napoli, Palermo, Agrigento avessero un processo di trasformazione e di sviluppo come quello che ha avuto Genova, e che sta avendo Torino.

Ogni città ha le sue specificità. Ma l'accumularsi e l'incrociarsi di esperienze ha permesso il formarsi se non di una vera e propria teoria, di un insieme di conoscenze sistematiche, che servono come metro di misura e di raffronto,come guida.

Io sintetizzo tali conoscenze in cinque punti chiave:

  • Il patrimonio storico – culturale e la bellezza del paesaggio urbano come fattori di sviluppo; centralità del concetto di abitabilità
  • E' sempre più chiaro che la valorizzazione del patrimonio storico – culturale delle città e la bellezza del paesaggio urbano non sono in contrasto con lo sviluppo economico ma ne sono un ingrediente. Mettiamo da una lato Siena, Bergamo, Mantova, Salisburgo, Vienna ma anche Genova, dove una provvidenziale decisione comunale dei primi anni '80 ha impedito ogni nuova costruzione sulle colline e dove negli ultimi dieci anni c'è stato uno straordinario ricupero qualitativo del paesaggio urbano, e dall'altra mettiamo Gela, Palermo, Alcamo Marina, Agrigento. Quale di questi due gruppi di città ha avuto il maggiore e migliore sviluppo? Nel primo gruppo di città si è costruito ma, insieme, si è edificato; nelle seconde si è forse costruito di più, ma si è solo costruito, non si è edificato (nel termine edificare vi è la radice di aedes , dimora, che indica qualcosa di accogliente, di gradito, che “induce al bene”, da cui edificante). Il patrimonio storico – culturale è identità, ricerca e valorizzazione del proprio saper fare cioè della propria cultura. La bellezza del paesaggio urbano è lo specchio dei rapporti sociali ed economici. Non può esserci buona vita sociale ed economica nella Gela contemporanea. Questa visione è sostenuta soprattutto da un filone di pensiero francese nel quale spicca Hugues de Varine, teorico e pratico dello sviluppo locale e del ruolo centrale nello stesso del patrimonio storico – culturale delle città e in genere dei luoghi. Il suo ultimo libro, tradotto in italiano, è significativamente intitolato: Le radici del futuro ( Le racines du futur – in edizione italiana 2005 Clueb, Bologna). Non esiste futuro senza radici. Come non esiste futuro buono senza bellezza. La Piazza del Campo a Siena non nasce per caso, ma come visione concreta di cosa è, anzi di cosa deve essere una città, di cosa è il buon governo. Non è un accidente; è una consapevole scelta. Le città in forma si sono date l'obiettivo centrale di realizzare una nuova abitabilità. Il concetto di abitabilità è un concetto denso di significati. Mentre il concetto di vivibilità è sul filo della sopravvivenza (un luogo dove si può sopravvivere) il concetto di abitabilità indica un luogo dove si vive bene, dove la vita non è una lotta continua ma uno stare assieme con gioia, dove la città aiuta i suoi cittadini a vivere e rispettarsi reciprocamente e non li opprime, dove si viene e si sta volentieri, dove si sa come attrarre i giovani, i creativi ed i talenti, e dove la bellezza e il bene vivere è un obiettivo della città.

     

  • La città rete
  • Un secondo importante filone di pensiero sviluppatosi negli ultimi anni è la visione della città rete. Lo sviluppo e la collocazione di una città non si misura più secondo la sua grandezza o secondo una gerarchia di appartenenza territoriale, ma secondo la sua capacità di inserirsi in una molteplicità di reti internazionali. Bergamo, ad esempio, è una città piccola ma poderosamente inserita nella rete internazionale delle attività manifatturiere di qualità. Ciò non è frutto del caso, ma di una visione lucida e coerente della sua classe dirigente. Ed oggi Bergamo conta almeno dieci imprese che si collocano ai vertici mondiali nella rispettiva categoria. Più recentemente Bergamo si è inserita, con vigore, anche nella rete del turismo culturale-gastronomico ed è diventata oggetto di visita da parte di molti cittadini europei che amano passeggiare nelle strette vie medioevali, mangiar bene in piazza Colleoni, assistere ad un buono spettacolo.
    Anche questo sviluppo è frutto di una lucida strategia cittadina che ha saputo valorizzare la sua storia ed i suoi doni, ma anche di una scelta operativa precisa. La città ha puntato sul proprio aeroporto, facendolo diventare un terminale importante di una delle maggiori compagnie aree europee di low cost . Sono stati il low cost e l'ampio numero di collegamenti aerei che hanno, in pochi anni, collocato Bergamo nella grande rete dei visitatori europei per brevi visite (i turisti del week-end ), con un impulso all'economia cittadina di grande portata.

     

  • La città creativa
  • Vi è un terzo filone di pensiero, ancora più recente, che non contraddice la teoria della città rete (la cui rappresentante principale resta Saskia Sassen) ma la integra e la arricchisce. E ' il filone di pensiero sulla città creativa, il cui testo più importante è quello di Charles Laundry, The Creative City: a Toolkit for Urban Innovators (Earthscan Publications Ltd., Londra, prima edizione 2000, poi ripubblicato ogni anno). Questo pensiero parte dalla osservazione che il 21° secolo sarà, come non mai, il secolo delle città. Per la prima volta nella storia umana più della maggioranza delle persone vivrà in città, mentre venti anni fa solo il 29 per cento viveva in città. Già oggi, in Europa, il 75 per cento della popolazione vive in città. Tuttavia la maggioranza degli abitanti non è felice di vivere in città nel modo in cui ci vive attualmente (l'unica eccezione a me nota è Vienna, dove un'indagine di alcuni anni fa evidenziava che oltre il 95 per cento dei viennesi era felice di vivere a Vienna, una percentuale straordinaria). Un'indagine inglese del 1997 evidenziava, invece, che l'84 per cento dei cittadini vorrebbe vivere in piccoli villaggi, mentre solo il 4 per cento viveva effettivamente in un villaggio. Scrive Charles Laundry: “Noi non possiamo creare un numero sufficiente di villaggi per soddisfare queste aspirazioni. Ma possiamo invece agire per rendere le nostre città un luogo dove sia desiderabile vivere”. Per questo ci vuole pensiero ed azione. Per questo ci vuole la “Creative City ” dove amministratori e cittadini affrontino e risolvano i problemi e le prospettive in modo creativo. Vi sono ormai numerose città nei posti più diversi del mondo (da Barcellona a Bangalore, dal cluster lungo il fiume Emscher nella Ruhr a Sidney, da Vienna a Monaco di Baviera, da Bergamo a Mantova) che hanno imparato a cavalcare e guidare i cambiamenti e gli sviluppi della vita socio-economica. Ma la maggioranza “sembrano vittime passive del cambiamento, semplicemente accettando che esso avvenga” . Riscoprire la creatività urbana è un compito complesso e non facile, ma molti esempi stanno a dimostrare che è possibile. Imparare da questi esempi e dalla buona teoria sviluppata sugli stessi è necessario e utile. E una delle domande fondamentali da porsi è: per quali ragioni i creativi che, in gran parte, coincidono con i giovani, dovrebbero essere attratti dalla nostra città e venire nella stessa o, almeno, non lasciarla?

     

  • La metropoli policentrica: la Città di Città
  • La visione della città metropolitana dalla quale tutto emana e che tutto dirige e che, caso mai, si degna di dare, via via, qualche aiuto alle sue desolate periferie, è obsoleta. Oggi si parla di “Polycentric Metropolis” ( The Polycentric Metropolis. Learning from Mega-City Regions in Europe , Peter Hall and Kathy Pain, Earthscan Publications Ltd., Londra, 2006), secondo la terminologia messa a punto nell'ambito di una grande ricerca sviluppata con il sostegno dell'Unione Europea. Secondo questa ricerca il nuovo fenomeno che caratterizza il XXI secolo è il passaggio dal concetto di “Metropolis” a quello di “Polyopolis” o “polycentric mega–city region”. Mentre gli studi pionieristici su questo filone risalgono agli anni '60 e '70, solo recentemente e grazie soprattutto allo studio di Hall e Pain ed al forte impulso ricevuto dall'Unione Europea, il tema è diventato di grande attualità. La città policentrica è rappresentata da una vasta area con uno o più centri di riferimento ma formata da un insieme di città di varia dimensione, interconnesse tra loro attraverso una serie di connessioni (“networked”), ma ciascuna dotata di una propria autonoma funzione e vocazione nella prospettiva di una nuova divisione funzionale del lavoro ( “It is a new form: a series of anything between 10 and 50 cities and towns, phisically separate but functionally networked, clustered around one or more larger central cities, and drawing enormous economic strenghts from a new functional division of labour” ). E' su questo filone che si sta muovendo anche il Professor Balducci, direttore del dipartimento di urbanistica del Politecnico di Milano, che sta conducendo un'affascinante e importante ricerca sulla Lombardia milanese, definita come “Città di Città”. Non più centro e periferia. Non più singola metropoli. La realtà lombarda evidenzia un sistema di singole città, ciascuna dotata di una propria identità; di una propria storia; di proprie caratteristiche e specializzazioni inserite in reti locali o internazionali che si intrecciano tra loro in un processo di specializzazione e di mutuo arricchimento. Scrive il Prof. Balducci nel rapporto “ La Città di Città, un Progetto strategico per la regione urbana milanese”: “P arlare di Milano come metropoli, pensare politiche e progetti per la città contemporanea, significa oggi confrontarsi con questa nuova dimensione territoriale: la regione urbana milanese ”. E le sfide fondamentali da affrontare sono: competitività , attrattività , coesione sociale , coesione territoriale , abitabilità . E l'enfasi è posta proprio sul concetto di abitabilità, che sembra a me un concetto affascinante e fertile: “ Ma la sfida fondamentale per il futuro della metropoli e della regione urbana dalla quale dipenderanno anche gli esiti delle precedenti è rappresentata dalla necessità di conseguire un miglior livello di abitabilità complessiva. Solo se saprà offrire una buona qualità della vita, assicurare un livello di salute ambientale adeguato a garantire un contesto sociale attivo e attento alle trasformazioni, divenendo un luogo nel quale vivere e lavorare sia meno difficile e faticoso di quanto non appaia oggi, Milano potrà continuare ad essere un centro propulsore dello sviluppo ”. Tutto ciò vale per tutti e l'approccio città di città è stato da noi utilizzato anche nella nostra analisi del cremasco.

 

  • Fare leva sulla città
  • Negli anni '80 fu chiesto al sindaco di una media città americana, che l'aveva guidata da una crisi profondissima negli anni '70 ad una vera e propria rinascita economica e sociale, quale era stato l'ingrediente principale di questa rinascita, su quali risorse aveva potuto contare. La sua risposta, semplice ed efficace, mi ha sempre colpito: ho fatto leva sulla città (“Have leveraged the city”). E' nella città che ci sono le risorse intellettuali, professionali, imprenditoriali, finanziarie, necessarie per lo sviluppo, per affrontare i cambiamenti, per disegnare il nuovo volto della città. Il politico e l'amministratore accorto non cerca di succhiare tali risorse per fare poi lui stesso le cose che i cittadini possono fare meglio, ma cerca di suscitare, esaltare, guidare queste energie. Egli cerca di elaborare la rotta comune e di far crescere il consenso sulla stessa; egli può fare sintesi; può battere il tempo, ma poi solo se tutti e ognuno al proprio posto remano con ordine e convinzione la città va avanti. Non si crea sviluppo economico senza gli imprenditori, agenti primi dello sviluppo economico; non si edifica senza i costruttori; non si fa il nuovo stadio senza finanza privata e questa non si muove se lo stadio non viene concepito come il centro di un progetto più complesso; non si abbellisce il panorama urbano senza la partecipazione dei cittadini; non si migliora la vita civile senza coinvolgere le persone di cultura; non si utilizzano in modo intelligente al servizio della città le nuove aree urbane liberate dal cambiamento delle attività senza coinvolgere i grandi architetti ed urbanisti e i grandi finanziatori ed affidandole solo agli uffici comunali o agli architetti di partito o alle vuote casse pubbliche; non si ripensa la città senza pensiero.

 

Hugues de Varine, grande teorico francese degli sviluppi locali, basa il suo approccio su una constatazione. Si chiede De Varine: quali sono i beni propri di una comunità? E risponde: sono tre, il territorio, la popolazione, la cultura della popolazione.

Io condivido totalmente l'impostazione di Hugues de Varine. I tre fattori chiave dello sviluppo sono: territorio, popolazione, cultura.

Il filo del ragionamento sin qui condotto ci porta dritti a capire come sia importante il ruolo degli enti locali, ed in primo luogo dei comuni, singoli o, ancor più, in forma associata o aggregata. Sono loro che presidiano la qualità del territorio. Sono loro che devono trovare un fruttuoso equilibrio tra le spinte del mercato ed il dovere, costituzionalmente fondato dall'Art. 9 della Costituzione, di tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. Negli ultimi anni questo equilibrio, in molti luoghi anche prestigiosi, è stato violentato. Una importante sentenza della Corte Costituzionale (n. 367/2007) ha deciso che la tutela del paesaggio costituisce un valore primario e assoluto e rientra nella competenza esclusiva dello Stato. Anche sulla base di questa sentenza la Commissione Settis per la riforma del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio ha sottoposto al Governo, che lo ha approvato, un decreto legislativo che rafforza in modo deciso le prerogative dello Stato e limita i poteri discrezionali degli Enti locali. Alcune regioni (con più forza, la Toscana ) hanno sollevato forti critiche. Ma ormai la questione è demandata al nuovo Governo.

Molti guardano con preoccupazione al prossimo Governo, timorosi che si ripeta lo sbracamento generale che si verificò in questo settore con il precedente Governo Berlusconi. Se però si guarda ai casi più scandalosi degli ultimi anni, dalle villette sul lago di Mantova alle orride lottizzazioni in Toscana (come in Val d'Orcia), si osserva che le giunte di queste località erano di sinistra. Dunque il tema è trasversale e la soluzione va ricercata innanzitutto in una crescita culturale generale, che ci aiuti a capite la differenza tra il costruire e l'edificare e ad interiorizzare il valore, anche economico della qualità del territorio e del concetto di abitabilità. Ma va ricercata anche in una finanza locale più equilibrata ed autonoma, che aiuti gli amministratori locali a liberarsi dal ricatto dell'ICI.

Sono sempre i comuni che presidiano la cultura della popolazione nel senso ampio in precedenza indicato. E qui troviamo luci ed ombre e spesso più ombre che luci. Sono ancora troppo pochi gli enti locali che hanno compreso che nell'economia della conoscenza l'impegno per la cultura è prioritario ed è fattore chiave di sviluppo.

Credo che pochi dati (Dati riferiti al 2006; per Monaco, Cremona, Bari: Preventivo 2007) siano sufficienti ad illustrare il senso di questa mia affermazione.

Casella di testo:

In conclusione le città e gli enti locali sono prepotentemente ritornati ad essere fattori decisivi per lo sviluppo, in primo luogo, del loro territorio e, indirettamente, dell'intero Paese. Un recente convegno OCSE tenuto a Valencia ha posto in evidenza come le varie aree regionali hanno reagito diversamente alla spinta della globalizzazione. Le aree regionali più dotate di capitale umano, sociale, culturale hanno reagito meglio e il loro divario con le Regioni più deboli è andato aumentando. Perciò accanto ai tre fattori di Hugues de Varine ( territorio , popolazione , cultura ) va aggiunto un quarto fattore: il fattore istituzionale . La serietà, l'equilibrio e il buon funzionamento delle istituzioni è, infatti, decisivo nel suscitare, potenziare, stimolare i fattori e le forze dello sviluppo o nel soffocarle, nell'animare e nel deprimere lo spirito dei cittadini. Grande è, dunque, la responsabilità delle persone elette o chiamate a questi compiti.

 

IMPRESA

In questo disegno l'impresa occupa un posto centrale.

In primo luogo è lo strumento creato e raffinato dall'uomo nei secoli per perseguire gli obiettivi di produttività e di efficienza necessari per gestire, al meglio, ogni forma di attività e di organizzazione produttiva. Il modello e le metodologie d'impresa sono necessarie anche nell'ambito di istituzioni che impresa non sono (come ospedali, università) ma che hanno il dovere di far fruttare al meglio i fattori loro affidati.

In secondo luogo anche l'impresa in senso stretto, l'impresa manifatturiera e di servizi, che persegue il legittimo obiettivo del profitto, non è un soggetto estraneo al modello di sviluppo generale. Essa riceve, trasforma e restituisce al sistema fattori della produzione (materie prime, energie giovanili, credito, conoscenza, energia, acqua, ambiente). Essa è impresa quando quello che restituisce è maggiore di quello che riceve (creazione di valore aggiunto). Se quello che restituisce è minore di quello che riceve essa non è più impresa; è un puro centro di accumulazione. Come diceva Peter Drucker: le imprese lavorano per fini che le trascendono.

Quando gli imprenditori italiani erano i migliori e più forti del mondo conosciuto, nessuno di loro ha mai dubitato di ciò. Tante sono le fonti originali che lo confermano in relazione ai secoli dal 1200 al 1500, secoli entusiasmanti per l'economia e la civiltà italiana, anche perché spesso questi imprenditori (che allora si chiamavano mercanti) amavano interrogarsi e scrivere sulla loro attività, sull'impresa e sui suoi fondamenti etici e tecnici. Basterà per tutti citare l'Arte della Mercatura, scritto nel 1458 da Benedetto Cotrugli, mercante raguseo che operò a lungo a Napoli e Barcellona. Questo libro, che a mio giudizio, resta uno dei migliori libri sull'impresa e sul management, contiene una delle più efficaci definizioni dell'impresa e del suo rapporto con la società: “mercatura è arte o vera disciplina intra persone legiptime giustamente ordinata, per conservazione della humana generazione, con isperanza niente di meno di guadagno”. Questa definizione contiene, in sintesi, tutto ciò che conta sull'impresa, sui suoi rapporti con la società, sui suoi fini: deve trattarsi di attività legittima, tra persone legittime, che si svolge in modo da non creare danno a terzi (“giustamente ordinata”), che da un contributo positivo allo sviluppo umano e questo legittima il suo doveroso guadagno.

Quattrocentoottantasette anni dopo. Il primo governatore della Banca d'Italia della ricostruzione. Luigi Einaudi, leggendo nell'aprile 1945 la relazione della Banca d'Italia per l'esercizio 1943, dirà: “le banche non sono fatte per pagare stipendi ai loro impiegati o per chiudere il loro bilancio con un saldo utile, ma devono raggiungere questi giusti fini soltanto col servire nel migliore modo il pubblico”. Credo che se questa concezione fosse più presente nei vertici bancari mondiali non soffriremmo la devastante crisi bancaria che stiamo vivendo in questi giorni, a nulla dovuta se non a irresponsabilità e avidità dei vertici bancari internazionali.

La continuità nei secoli di questi messaggi è la loro forza. E' quello che possiamo contrapporre agli utili idioti che calcano il palcoscenico nei giorni nostri. Poco tempo fa, ad esempio, all'istituto Bruno Leoni, si è esibito l'economista David Henderson (Westminster Business School, già ex capo economista dell'OCSE) che ha sostenuto la tesi che le imprese sono responsabili solo nei confronti dei propri azionisti e che ha annunciato la minaccia di un suo prossimo libro sul tema dal titolo “Gli affari sono affari”. La teoria che il management d'impresa debba preoccuparsi solo degli azionisti è una delle più devastanti sciocchezze degli ultimi dieci-venti anni, che poi non è una sciocchezza ma fa parte di un disegno come illustra benissimo Luciano Gallino nel suo prezioso e agile libro intitolato “L'impresa irresponsabile”. Questa tesi è una delle cose più demenziali e più pericolose che circolano nel nostro tempo, che fa fare al pensiero dell'impresa un salto indietro di centinaia di anni. Perché è da tanto tempo che abbiamo capito che il management è al servizio dell'impresa e – attraverso il servizio all'impresa – anche degli Azionisti ma non solo degli Azionisti. L'impresa è un'equazione complessa, non c'è solo la proprietà. C 'è la proprietà, il lavoro, il territorio, l'ambiente. E l'etica del management non è produrre valore per gli Azionsti; è produrre “per buono procacciamento”, valore per l'impresa in modo che questo valore poi, attraverso l'equazione impresa, si distribuisce tra tutti i soggetti interni ed esterni dell'impresa.

Eppure questa teoria ha dominato negli ultimi dieci anni, portata avanti da grandi investment bank, da grandi studi di consulenza, è diventata uno slogan. E' diventata un credo. E' diventata una formula che giustifica qualunque scelleratezza. L'impresa e chi la guida deve, invece, assicurare, la sana sopravvivenza dell'impresa nel tempo. Deve valorizzare e far crescere i talenti interni invece che umiliarli, perché l'impresa non è un gulag, un campo di concentramento, è un soggetto storico che fiorisce se i suoi talenti, dentro, fioriscono in modo ordinato, ma vivo. E quindi chi guida un'impresa deve far prevalere in tutta l'organizzazione la progressione per meriti anziché per altri fattori insieme ad un alto senso di dignità. Punto importantissimo questo, per le imprese familiari, per esempio, in molte delle quali c' è ancora la progressione per appartenenza. Queste sono imprese non solo eticamente sbagliate, ma imprese non sane. Le grandi imprese familiari sono quelle che hanno interiorizzato questo principio ed hanno capito che i membri della famiglia possono essere una ricchezza, ma devono essere inquadrati in un paradigma di progressione nella quale non c'è più differenza tra famiglia e non famiglia e dove l'unico criterio guida è la professionalità. Queste imprese devono anche farsi carico, nei limiti della propria sfera di azione e responsabilità e possibilità, dei problemi generali dello sviluppo della comunità in cui operano. “Devono lavorare per fini che le trascendono” (Peter Drucker); devono contribuire alla “conservazione della humana generazione, con esperienza niente di meno di guadagno” (Benedetto Cotrugli); devono perseguire i giusti fini di guadagno “soltanto col servire nel migliore dei modi il pubblico” (Luigi Einaudi).

Agli utili idioti che cercano di sostenere e legittimare l'impresa irresponsabile (nel senso definito da Gallino “Si definisce irresponsabile un'impresa che, al di là degli elementari obblighi di legge, suppone di non dover rispondere ad alcuna autorità pubblica né privata né all'opinione pubblica in merito alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale della sua attività”) noi contrapponiamo i Cotrugli, gli Einaudi, i Drucker, i Dioguardi.

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