Sviluppo, cultura, città e enti locali, impresa
Marco Vitale
(Presidente della Fondazione Istud per la cultura d'impresa e di gestione)

Scritto per il volume in onore di Gianfranco Dioguardi

 

Nel novembre 1988 iniziai le lezioni inaugurali del corso ISTAO 1988-89 con le seguenti parole:

Se aprissimo una discussione su quali sono le principali caratteristiche della moderna dottrina del management, potremmo disputare a lungo. Ma su una di queste caratteristiche chiunque abbia riflettuto sull'argomento difficilmente potrebbe dissentire: la dottrina dominante del management è caratterizzata da una notevole incultura. Ciò non implica un giudizio negativo sulla ricerca ed elaborazione dei temi più strettamente propri di questa disciplina, che anzi, forse, non ne esiste altra alla quale siano state dedicate tante, probabilmente eccessive, risorse e attenzioni. Né questo giudizio si riferisce al livello culturale individuale dei singoli studiosi che spesso è notevole ed è comunque un fatto irrilevante ai fini del mio argomentare. Neppure si intenda questo giudizio come derivante da una visione della cultura ristretta a certe sfere più elevate dell'attività intellettuale dell'uomo, se non addirittura in contrasto con le discipline pratiche, una visione, questa, di matrice letteraria e spiritualista che ha radici lontane nel tempo e che ha a lungo e infaustamente dominato il nostro pensiero.

La dottrina manageriale, avendo a che fare con temi come potere e responsabilità, servizio e proprietà, organizzazione evoluzione e trasmissione del “saper fare” dell'uomo, viene a incrociare un punto centrale dello sviluppo culturale generale. Ed è proprio nel non essersi saputa collocare in questo punto centrale dell'evoluzione culturale generale che risiede l'incultura della teoria del management. E' mia convinzione che la dottrina e quindi la pratica manageriale non riusciranno a passare a una fase più matura della loro elaborazione se non riusciranno a collocare le loro problematiche fondamentali in una prospettiva culturale più ampia e più propria, che comprenda la teoria della responsabilità, della proprietà, delle organizzazioni sociali e del loro finalismo, dei processi di apprendimento, dello sviluppo generale.

Perché ciò avvenga, il primo passo consiste nel liberarsi dall'idea peregrina che il management (inteso come amministrazione e guida professionale di unità economiche) sia un'invenzione di questo secolo. Mi rendo conto di essere pressoché isolato in questa convinzione, ma non sono troppo preoccupato di ciò, essendo abituato a posizioni di questo tipo. Lo stesso Peter Drucker , che pur arriva al management da una solida cultura mitteleuropea e che è, a mio giudizio, l'unico contemporaneo che abbia collocato le problematiche fondamentali del management in una prospettiva feconda, indulge in questa impostazione: “la comparsa del management in questo secolo ha rappresentato, con ogni probabilità, un fatto di importanza storica”.

Non vi è dubbio che il management professionale, come disciplina/attività di un gruppo sociale definito, abbia assunto, nel nostro secolo, una diffusione particolare. Ma, se le dimensioni sono un fatto nuovo, non nuove sono le sue problematiche fondamentali: responsabilità, comando, potere della proprietà e relativi limiti, corretto uso della ricchezza, efficienza organizzativa, leadership, capacità di fare strategia, training, apprendimento, spirito di corpo, sono temi di sempre che, se collocati in una prospettiva storica e culturale più ampia, acquistano più corrette dimensioni e si salvano dal rischio di avvitarsi in un tecnicismo sterile o in un narcisismo puerile e pericoloso, proprio di tanta letteratura sul management”. (Il management è una disciplina antica, ora in Marco Vitale, La lunga marcia verso il capitalismo democratico , Il Sole 24 Ore, 1989, pag. 12 )

  Oggi, a quasi vent'anni di distanza, sottoscrivo interamente quelle parole, con una integrazione. Oggi, accanto a Peter Drucker, pongo Gianfranco Dioguardi tra i pochissimi, a livello internazionale, che hanno collocato le problematiche fondamentali del management in una prospettiva feconda, cioè in un punto centrale dello sviluppo culturale generale.

Negli ultimi venti anni, infatti, i libri e gli interventi di Gianfranco Dioguardi non solo hanno rafforzato in me quella convinzione, ma mi hanno aiutato ad approfondirla, a svilupparla, a incrociarla con altre discipline, a ricercare e trovare “Incidenze e coincidenze” (è il titolo di un libro di Dioguardi del 1990, Sellerio), ad andare alla ricerca delle “Hidden Connections”, espressione cara a Dioguardi.

Sarebbe troppo lungo ricordare tutti gli interventi di Dioguardi che spiegano questa affermazione. Ma non posso non ricordarne qualcuno, non solo per il significato particolare che essi hanno avuto per me, ma perché essi rappresentano un passaggio obbligato per chiunque ricerchi e rifletta sui rapporti impresa-cultura-società. Ricordo in particolare: “Della mia vita con i libri”(Rovello, 1990), nel quale Dioguardi inquadra in un profondo iter culturale i concetti di “impresa – laboratorio” di “impresa per la cultura”, di “città-impresa”, di “laboratori di quartiere” che ritroviamo in tanti suoi scritti. Ricordo “Incidenze e coincidenze” (Sellerio 1990), dove Dioguardi traccia un emozionante collegamento tra il pensiero di Aleksandr Bogdanov (medico, filosofo, organizzatore, politico, collaboratore di Lenin) di Henri Fayol (uno dei maggiori teorici dell'organizzazione aziendale) e di Claude Bernard (epistemologo della medicina). Seguendo il filo di un concetto alto di organizzazione Dioguardi scava tra personaggi, apparentemente così diversi, e ne fa emergere, le evidenti “hidden connections”. Ricordo “Economia – Ingegneria. La nuova alleanza” (Rovello, 1992), che è una lezione di umiltà soprattutto per l'economia (l'intervento fu tenuto in Bocconi nel 1991) ma, al contempo, un incitamento al “progetto come impresa”, a vedere l'agire nell'impresa sia individuale che come insieme di macroimpresa, non come applicazione di modelli consolidali ma come opera di creazione continua, ricordando l'indeterminatezza di Ilyc Prigogine e insieme l'affermazione di John Maynard Keynes, che il prevedibile non si avvera mai, l'inatteso sempre. Ricordo il “Discorso sulla informazione (Rovello 1991), dove il tema cruciale delle informazioni nelle imprese, viene inquadrato in un discorso di grande spessore culturale che inizia con il Vangelo di Giovanni e termina con le lettere di Giovanni che precedono l'Apocalisse (“quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi perché anche voi siate in comunione con noi”). Ricordo il diario intellettuale e personale di “L'avventura della ricerca” (Di Rendo 2003); l'affascinante scritto “Storia, città, impresa” in Belfagor, luglio 1995; la ricerca di nuove frontiere in “L'impresa nella società di Terzo millennio” (Laterza, 1995), in “Al di là del disordine. Discorso sulla complessità e sulle imprese”, Cuen, 2000), in “I Sistemi organizzativi” (Bruno Mondadori, 2005); il ritorno ai temi della complessità urbana e dei rapporti impresa storia città nelle due conferenze tenute a Caracas nel giugno 2000, la prima su “Complessità e mutamento dei compagni d'avventura dell'imprenditore nello sviluppo dell'impresa” la seconda in “La complessità urbana: la città come impresa”. E ricordo i due contributi più recenti: “Le imprese rete” (Bollati Boringhieri 2007) e “Natura e spirito d'impresa” (Donzelli, 2007), dove Dioguardi riprendere, ripercorre, aggiorna, ripensa antichi temi sulla natura dell'impresa e sul suo ruolo nella società.

Questa brevi spunti documentano due punti fondamentali. La curiosità intellettuale di Dioguardi è infinita; ma tra la varietà dei temi, talora apparentemente distinti, che lo affascinano corre un filo rosso che li unisce: è la relazione, sempre nuova e variabile ma anche sempre presente, tra sviluppo, cultura, città e enti locali, impresa. La ricerca e la curiosità di Dioguardi non è mai fine a se stessa. Essa cerca sempre di portare un nuovo mattone alla continua, lenta, faticosa, costruzione di un proficuo rapporto ed interazione tra questi cardini della vita dell'uomo. E' per questo motivo che ho scelto di sviluppare la mia riflessione proprio su questi cardini, così presenti nell'opera di Diogardi: sviluppo, cultura, città e enti locali, impresa.

 

SVILUPPO
Il dominante economicismo, che reputo una grave malattia mentale e sociale del nostro tempo, ha portato a far coincidere il temine sviluppo ( development ) con quello di crescita economica ( growth ). Eppure i due termini sono ben diversi. Per la nostra cultura, dominata dal feticcio del PIL, sviluppo è solo l'aumento del PIL, cioè, in sostanza, l'aumento dei beni materiali disponibili e commercializzati più il costo di produzione dei servizi della pubblica amministrazione.

Da tempo si sono levate voci critiche su questa visione ristretta di sviluppo, anzi su questa confusione tra crescita e sviluppo.

Sul piano filosofico ricordo l'efficace e incisiva parte iniziale della “Populorum Progressio” (1967) di Paolo VI: “ Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo” . Lo sviluppo correttamente inteso supera la tradizionale dicotomia tra avere ed essere. “ Si tratta di avere di più per essere di più .

Sul piano politico, ricordo il discorso di Robert Kennedy davanti agli studenti dell'Università del Kansas, nel 1968:

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones né i successi del Paese sulla base del Prodotto interno lordo. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo dirci orgogliosi di essere americani. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow Jones, né i successi del Paese sulla base del Prodotto interno lordo. Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria, la pubblicità delle sigarette. Mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende la ricerca per disseminare la peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte e aumenta quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari ”.

Sul piano della teoria economica, ricordo l'economista, maestro e amico Giorgio Fuà che in un saggio del 1993 ( Crescita economica, Le insidie delle cifre) pose in guardia contro i limiti della contabilità nazionale e sollecitò una lettura ed una misurazione più articolata e critica dello sviluppo economico. Ricordo anche l'affermazione dell'amico economista Sylos Labini che diceva di aver stimato che il reddito medio del quartiere Zen di Palermo era superiore a quello di Siena, ma lui preferiva vivere a Siena. Ed io aggiunsi che se la Sicilia si fosse riempita di fabbriche di lupara il PIL sarebbe fortemente cresciuto, ma la qualità della vita in Sicilia sarebbe peggiorata.

Dopo di allora numerosi studiosi si sono mossi da una critica all'unilateralità del PIL (da noi l'ultimo contributo è l'agile volumetto di Pierangelo Dacrema, La dittatura del PIL. Schiavi di un numero che frena lo sviluppo. Marsilio 2007), alla elaborazione di indici alternativi. Tra essi spicca Robert Costanza, docente di economia ecologica al Gund Institute dell'Università del Vermont, che, insieme ad altri 12 economisti, ha elaborato e pubblicato un nuovo complesso indice denominato: “Genuine Progress Indicator”.

Pian piano, si sta facendo strada anche nella pratica economica un giudizio più articolato sul concetto di sviluppo economico. Basti pensare alle classifiche tra le città che sono basate su una serie di indici e parametri complessi e generali, e non solo su quelli economici. Ma l'indicatore in questa direzione di più generale utilizzazione è l'Indice di sviluppo umano (ISU o nella terminologia internazionale HDI, Human Development Index). Sviluppato nel 1990 dal Premio Nobel per l'economia, l'indiano Amartya Sen e dall'economista pakistano Mahbub ul Haq, l'ISU è ora utilizzato dalle Nazioni Unite per valutare lo sviluppo della qualità della vita nei Paesi membri. L'indicatore, oltre all'indice PIL, utilizza altri indicatori come l'aspettativa di vita e il livello di istruzione. L'ultimo Rapporto sullo Sviluppo Umano, pubblicato a Novembre, vede l'Islanda, la Norvegia , l'Australia ai primi posti, e la Guinea Bissau , il Burkina Faso e la Sierra Leone agli ultimi. L'Italia è ventesima, in calo di tre posizioni rispetto all'anno precedente. Secondo questo approccio: “ Lo sviluppo umano è il processo che permette alle persone di ampliare le proprie gamme di scelte. Il reddito è una di queste scelte, ma non rappresenta la somma totale delle esperienze umane. La salute, l'istruzione, l'ambiente salubre, la libertà d'azione e di espressione sono fattori altrettanto importanti ” (Rapporto UNDP n. 3). Il concetto sottostante è che questi fattori non si acquistano solo con maggiori disponibilità economiche, ma richiedono che si mettano all'opera una serie articolata di fattori e di valori.

L'accettazione dell'ISU-HDI, dopo un'iniziale diffidenza, è oggi acquisita sia nell'ambiente scientifico che presso i grandi organismi internazionali. L'OCSE, ad esempio, nel documento “Shaping the 21st Century” ha incluso nella propria strategia una serie di obiettivi misurati dall'ISU. La Commissione Europea sta lavorando ad un nuovo indice statistico che permette di misurare, oltre alla ricchezza prodotta, anche i progressi ambientali e nella qualità di vita. Una versione preliminare sarà pronta entro il 2009, come è stato comunicato a Bruxelles in una conferenza dal titolo significativo: “Beyond GDP” (oltre il PIL). Ma la cosa più interessante è che questo indice incomincia ad essere usato anche nella vita pratica. Vi sono fondi di investimento della categoria fondi Valori Responsabili (correntemente nota come fondi etici) che lo usano per le scelte concrete di investimento. La componente obbligazionaria dei fondi Valori Responsabili è investita in titoli di Stato solo di quei paesi che superano un esame basato su un elevato numero di indicatori sociali e ambientali, tali da evidenziare un impegno reale a migliorare la qualità della vita dei cittadini. Tra gli indicatori utilizzati dai gestori di fondi di Valori Responsabili, c'è appunto l'Indice di Sviluppo Umano (ISU). Analogo rigore viene applicato da questi fondi nella scelta, selezionatissima, dei titoli azionari nei quali investire. La cosa interessante è che questi fondi, nel 2007, sono tra quelli che hanno realizzato i migliori rendimenti.

In sostanza non credo che ci libereremo facilmente del PIL, che ha reso e continua a rendere buoni servizi. Ma è fondamentale far crescere in noi una concezione più sofisticata e integrale del concetto di sviluppo che certamente non può coincidere con quello della pura crescita dei beni materiali. Ciò è tanto più vero per le economie sviluppate dove all'abbondanza di beni materiali corrisponde spesso una sconcertante povertà di beni che chiamiamo “pubblici” che contribuiscono anch'essi, in modo essenziale, alla qualità della vita e quindi alla qualità dello sviluppo.

 

CULTURA
Sarò più breve sul concetto di cultura. C'è soprattutto in Italia una concezione di cultura, di stampo umanistico, come di un bene ristretto alle sfere più elevate dell'attività intellettuale dell'uomo, se non addirittura in contrasto con le discipline pratiche, una visione, questa, di matrice letteraria e spiritualista che ha radici lontane nel tempo e che ha a lungo e infaustamente dominato il nostro pensiero.

Prezzolini (nelle sue memorabili lezioni alla Columbia University del 1948, raccolte nel volume L'Italia finisce. Ecco quel che resta) delinea magistralmente questo passaggio: “ Tale lascito dell'Umanesimo è uno degli ostacoli che hanno impedito all'Italia moderna di essere schiettamente moderna. In quel periodo comincia la separazione della letteratura – che sarà da allora in poi creazione delle classi colte soltanto – dalla gente comune, separazione che diviene uno degli aspetti della civiltà italiana la quale è contraddistinta da vette eccelse ma solitarie. Possiede opere di prim'ordine ma è priva di una cultura che abbia partecipi le masse. Il Rinascimento fu la rivoluzione spirituale delle classi ricche. Non raggiunse il popolo. In Germania, invece, la Riforma fu una rivoluzione nazionale che modificò e la condizione dei governanti e quella dei contadini. L'unità della fede e della cultura prevalse soltanto durante i primi secoli, per essere distrutta più tardi dall'affermarsi dell'Umanesimo. Nella storia italiana non si trovan d'ora innanzi opere che non siano in qualche modo connesse con la cultura classica, se si eccettuano quelle di artisti come il Cellini o Leonardo. Tale condizione permane fino ai nostri giorni. L'Italia contemporanea dà al mondo figure eminenti dotate d'immaginazione potente e di pensiero creativo, ma conta le percentuali più alte di analfabeti (1948); ha prodigiose realizzazioni individuali ma senza la partecipazione del popolo intero. Si possono leggere centinaia di opere e migliaia di pagine della letteratura umanistica senza incontrare idee nuove o senza trovarvi idee. Si può dire che è da quel tempo che la vita italiana sia stata dominata dalla tendenza a considerare le cose dette come cose fatte. Si dedicò alla maniera di esprimere le cose tutto quel calore che un altro popolo avrebbe usato per compierle. Da allora gli italiani non hanno mai separato azioni e gesta dalla retorica e pochi sono stati gli intellettuali e gli uomini d'affari liberi da questo difetto ”.

La nozione di cultura da me utilizzata è molto diversa ed è piuttosto quella del Rosmini: “ Per cultura intendiamo quel corredo di cognizioni alla mano su diverse materie che l'uomo s'acquista or coll'esercizio delle sue facoltà or colla convivenza c'o saggi. Questa molteplice cultura unita all'abito di maneggiare le proprie facoltà abbrevia incredibilmente il tempo e la fatica di imparare ”. Oppure quella del Webster Dictionary: “ The integrated pattern of human behaviour that includes thought, speech, action and artefacts, and depends on man's capacity for learning and transmitting knowledge to succeeding generation ”; oppure ancora quella più secca di un uomo d'affari americano: “ The way we do things around here ”.

Come ricordavo, in questa concezione di cultura, la dottrina manageriale e la teoria dello sviluppo, avendo a che fare con temi come potere e responsabilità, servizio e proprietà, organizzazione, evoluzione e trasmissione del “saper fare” dell'uomo, viene a incrociare un punto centrale dello sviluppo culturale generale, anche se pochissimi riescono in questa operazione, perché per questo è necessario essere realmente colti, come Dioguardi, e non essere puri tecnici.

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