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Secondo il Ministero per l'Economia e la Finanza , la spesa pensionistica crescerà dal 14,1% del PIL del 2002 al picco del 16,2% nel 2034, per poi ridiscendere al 14,1% nel 2050. E allora? Secondo gli esperti dell‘Unione Europea, l'Italia è un paese a “medio rischio” per la sostenibilità della finanza a lungo termine in relazione alla spesa pensionistica. Infatti tra il 2004 e il 2050 questa spesa aumenterà dell'1,7% un dato nettamente inferiore a quello medio europeo del 4%. Se è vero che oggi la spesa previdenziale è del 15% del PIL, è altresì vero che il 12% è coperto da contributi. In una società dove l'invecchiamento della popolazione è una delle caratteristiche fondamentali e destinata a durare a lungo, è così fuori luogo che lo Stato si faccia carico di 2-3 punti di PIL per coprire pensioni che mediamente arrivano oggi al 50% della retribuzione? Con questo non voglio sostenere che non abbiamo problemi e che non siano necessari interventi correttivi. Voglio solo dire che abbiamo problemi risolvibili e che gli interventi necessari sono possibili e ragionevoli. E, dunque, non c'è spazio, né base, né ragione per il “terrorismo contabile”. Il problema centrale è che se nel 2005 la spesa per le pensioni rappresenta il 15,4% del PIL, quasi un quarto della stessa è assorbita da persone con meno di 65 anni di età. Dunque il nostro problema non è che non riusciamo a sostenere l'onere pensionistico per gli anziani, ma piuttosto è che abbiamo pensionato e continuiamo a pensionare i giovani e questo sì, non ce lo possiamo permettere.

Lo stesso vale per la spesa sanitaria, che secondo lo stesso documento del Ministero aumenterà dal 6,3% del PIL nel 2002 all'8,1% nel 2050. E allora? E' una spesa totalmente sostenibile, come è dimostrato anche dal confronto con altri paesi che già oggi sopportano una spesa sanitaria molto più elevata. Caso mai, si tratterà di spendere meno in altri campi meno importanti. Se la società invecchia e se i vecchi richiedono una spesa sanitaria più elevata, non resta che attrezzarci per far fronte a questo sviluppo ed a questa spesa, salvo che vogliamo adottare la linea suggerita dalla professoressa di Tallinn o quella della tribù africana citata da Federico Caffé. Il vizio di fondo della maggiore parte dei discorsi che si sentono sulla sanità è che si guarda alla sanità solo come costo, anziché come investimento. Nel 1996 dicevo:

“Oggi il dibattito pubblico è impostato come se la spesa sanitaria fosse solo un costo, anzi un esborso di cassa da contenere e tagliare in tutti i modi, secondo i metodi grossolani del Tesoro, basati su una contabilità cieca e muta ed, in gran parte, insensata, come è la contabilità pubblica. Non vorrei che questa affermazione fosse intesa come una giustificazione alla cattiva gestione. Non vi è dubbio che la gestione della Sanità abbia margini di miglioramento molto grandi, che devono essere perseguiti con rigore e sistematicità. Ma sapendo cosa facciamo e perché, e tenendo presenti le interconnessioni fra ciò che facciamo. Se, ad esempio, noi per risparmiare lo stipendio (esborso di cassa) di alcuni infermieri, dobbiamo tenere inutilizzate strutture organizzate (un know how, specialisti, attrezzature d'avanguardia), mentre le liste d'attesa dei pazienti si allungano, noi facciamo un'operazione, anche economicamente insensata: in questo modo noi sperperiamo investimenti preziosi e creiamo perdite economiche reali che si tradurranno, per altre vie e in altri tempi, anche in ulteriori pressioni sul tesoro. Il metodo che il compianto economista Federico Caffé chiamava il metodo del “terrorismo contabile” non è un buon metodo, neanche per ridurre, stabilmente, il peso relativo della spesa sanitaria. La storia ci insegna che per diminuire la spesa pubblica in proporzione al PIL bisogna aumentare la sua produttività e cioè investire (non solo in macchine ma in persone e know how) e gestire più efficacemente (che vuol dire con più libertà e responsabilità per i gestori) quanto investito, e non tagliare disordinatamente e ciecamente per far contento il ragioniere generale dello Stato, il padre di tutte le più grandi manipolazioni contabili. E' proprio, tra l'altro, la storia delle grandi istituzioni sanitarie, grandi e preziosi investimenti, che ci insegna ciò.

Quanto hanno reso nel tempo, e parlo di resa in termini banalmente economici (cioè minori spese di assistenza a malati cronici, disponibilità di lavoratori sani) gli investimenti fatti nelle grandi istituzioni sanitarie, nei grandi programmi di ricerca, nelle campagne per battere le grandi malattie endemiche? Vi ricordate la poliomielite? Quanto costava all'anno (ed ancora parlo intenzionalmente di costi in senso solo economico, senza mettere sul piatto i più complessi e non stimabili costi della sofferenza umana) alle persone colpite; alle famiglie delle stesse, agli enti assistenziali, a tutto l'apparato che doveva fronteggiarla, questa diffusa malattia? Certo molto, molto di più della spesa del vaccino, la cui applicazione fu, peraltro, da noi ritardata di alcuni anni anche per ragioni pseudoeconomiche, cioè per il terrorismo contabile di cui parlava il Prof. Caffé. Un recente rapporto dell'organizzazione mondiale della Sanità (OMS) e dell'UNICEF sul “Programma mondiale vaccini e vaccinazioni” ricorda che è in atto, tra mille difficoltà economiche, un programma per l'eradicazione mondiale delle poliomieliti entro il 2000 (nel 1995, 300 milioni di bambini sono stati vaccinati durante una sola campagna). Questo obiettivo, se raggiunto, comporterebbe un risparmio di spese vive nei soli paesi in cui la vaccinazione è obbligatoria di 1,5 miliardi di dollari, ai quali si aggiungono i risparmi di cura e assistenza nei paesi che sarebbero liberati dalla malattia.

E vi ricordate di quella straordinaria operazione che nell'immediato dopoguerra portò all'estirpazione, in tante zone d'Italia, del millenario flagello della malaria? Fu una vera epopea che combinò misure sanitarie in senso stretto, interventi igienici colossali, interventi di risanamento del territorio, facendo anche lavorare la mano d'opera disoccupata di quelle zone. Quanto costò? Certo non poco. Ma quanto fruttò nel tempo e quanto continua a fruttare? Credo che qui il calcolo sarebbe più difficile ma che porterebbe a risultati veramente impressionanti. Una bellissima storia quasi dimenticata. Ma il problema della sanità è che, come e più ancora che in altri settori, esiste una differenza temporale tra il momento in cui si sostengono i costi, in cui si investe, ed il momento in cui si evidenziano e si possono misurare i risultati; e che esiste una differenza fra chi guadagna dalle cure e terapie e chi risparmierà dal risultato delle stesse. Capire e gestire queste differenze nel tempo e fra diversi soggetti è l'essenza di una buona politica sanitaria (che è sempre il risultato di un'equazione molto complessa), buona politica, del resto impossibile sino a quando non la proietteremo in una prospettiva di lungo respiro, liberandola dal “terrorismo contabile” e dall'ideologismo e dal provincialismo nei quali è, attualmente, immersa”.

Io credo che la crescita della popolazione anziana possa essere vista non in chiave lugubre e terroristica, ma in chiave positiva, un'occasione per migliorare la nostra società, per migliorare noi stessi. La premessa di tutto è che la longevità è un bene o non un male e che dobbiamo imparare a convivere e collaborare meglio tra generazioni.

In questa prospettiva possiamo concludere elencando alcuni punti principali che, in parte, riprendono alcune cose già dette.

 

1. Anzianità attiva

•  Alzare l'età della pensione, ma in chiave assolutamente flessibile, diversificata e personalizzata.

Ha suscitato attenzione giornalistica il fatto che l'Elettrolux - Zanussi di Pordenone abbia richiamato al lavoro un certo numero di capi-reparto e capi-linea pensionati. Ma non si tratta di un caso isolato, bensì emblematico. I direttori del personale, dopo i grandi esodi forzati degli anni '90, si stanno accorgendo che le loro imprese devono fare i conti con deficit di competenze. Il ricupero da parte delle aziende di professionalità più mature è un vero cambio di rotta rispetto al recente passato, se è vero che una recente indagine ISTAT ha registrato come la metà circa dei nuovi occupati sia costituita da persone oltre i 50 anni. Dal 2004 al 2006, la quota degli ultracinquantenni sul totale degli occupati è salita dal 21,4% al 22,7%. Il tasso di occupazione tra i 55 e i 64 anni resta in Italia il più basso d'Europa con il 31,4%, contro il 45,5% della Germania, il 60,8% degli USA e la media UE dei 15 del 43,9%, ma è in crescita.

•  Aiutare una seconda carriera per gli anziani, sia all'interno delle imprese che fuori, più adatta all'età e all'esperienza. Grandi spazi di attività si aprono per gli anziani attivi nelle occupazioni socialmente utili.

Bisogna far sì che, gli over 65, sani e attivi, continuino a produrre, ma senza porsi in concorrenza con i giovani. Ciò sia per lasciare spazio ai giovani, che per stimolare gli anziani a rinnovarsi e trovare nuove motivazioni e ad utilizzare al meglio l'esperienza accumulata. Questa tendenza potrebbe essere fortemente incentivata da una politica fiscale e contributiva intelligente, lungimirante, coraggiosa e fortemente innovativa.

Possono aiutare anche forme innovative di part-time, nonché la promozione di opportunità di lavoro comune tra anziani e giovani, con gli anziani che svolgono attività di tutoraggio, guida, training sul campo (job sharing).

 

2. Anziani e vita sociale

Per evitare la solitudine e la demoralizzazione come quelle che hanno determinato la fuga nel nulla di Federico Caffé, bisogna far crescere nella società e nei giovani un senso di rispetto e di gratitudine verso gli anziani. Se esiste questa convinzione, che è morale ed esistenziale, gli strumenti e le soluzioni pratiche per concretizzarla sono infinite. Ne elenco alcune disordinatamente, a titolo di esempio:

•  Favorire il ruolo della famiglia che vive stabilmente con anziani, sia anziani membri della famiglia che anziani ospitati. Anche qui lo strumento fiscale intelligentemente utilizzato potrebbe fare miracoli.

•  Sviluppare tutte le tecnologie che favoriscono l'inserimento sociale degli anziani e quelle che ne agevolano la vita.

•  Favorire la socializzazione attraverso centri anziani, eventi, feste e manifestazioni, attività ludiche e sportive. Molto apprezzabile, ad esempio, la festa dei nonni promossa dalla Regione Lombardia e che quest'anno ha segnato la terza edizione. Favorire analoghe iniziative private come l'associazione “Nonni d'Italia”, nata nel 2006 a Monza e che in poco tempo ha raggiunto 1440 soci.

•  Favorire l'impiego di servizi di volontariato per la cura degli anziani e favorire l'ingresso delle badanti straniere (stimate in 700.000 in Italia, il 40% delle quali è sottoposto ad un racket di importatori che genera un giro d'affari di 300 milioni di euro all'anno).

 

3. Anziani e assistenza sanitaria

  Ho parlato prevalentemente di anziani attivi, di anziani sani, che possono e vogliono partecipare alla vita attiva perché, come scrive Gianpaolo Fabris “la maggioranza della popolazione tra i 60 - 70 anni non vive con l'angoscia di assillanti problemi economici, dispone di un buon livello di scolarizzazione, è partecipe di molti degli stati di vita della modernità, a cui, entrando in una nuova fase del ciclo di vita, non intende rinunciare”; perché secondo l'ISTAT il 40% degli ultrasessantacinquenni dichiara uno stato di salute buono o molto buono; ed infine anche perché la maggiore parte dei testi consultati dà invece un quadro lugubre sia degli anziani che dei vecchi.

Tutto ciò però non deve certamente faci dimenticare che molti anziani vivono, invece, in condizioni di indigenza, di solitudine, di salute precaria. A Milano, dice il Prof. Vergani, “un terzo degli anziani vive solo e un anziano su quattro percepisce una pensione che lo colloca al di sotto della soglia di povertà”. Nei confronti di questi dobbiamo fare un grande sforzo collettivo, senza farci fuorviare da “terrorismi contabili”. Lo dobbiamo di fronte a noi stessi, per coerenza con il profilo di una città civile nella quale, nonostante tutto, continuiamo a credere ed a voler vivere. E' un grande sforzo possibile e necessario al quale tutti (famiglie, imprese, Stato, Comuni) devono partecipare. E dobbiamo concentrare gli sforzi sui più bisognosi, cosa che oggi non facciamo se è vero quanto scrive Luca Beltrametti dell'Università di Genova: “Le persone con non autosufficienza più grave e più povere sono in Italia fortemente penalizzate” . Dobbiamo impegnarci per una situazione nella quale il problema della sostenibilità economica degli anziani non autosufficienti non sia più un problema, ma solo un compito acquisito e realizzato. Anche qui gli strumenti sono molteplici, dall'assistenza domiciliare, a contributi alle famiglie che assistono un anziano, strutture residenziali extraospedaliere, reti di sportelli pubblici, fondi di prevenzione per l'assistenza sanitaria. Questa spesa è semplicemente un dovere imprescindibile e se ci costa un po', vuol dire che risparmieremo su altre cose.

Credo che i centri geriatrici che svolgono attività sanitaria preventiva e assistenza psicologica e che funzionano anche come punto di incrocio di una rete di contatti e conoscenze, siano preziosi. E' per questo che quando un tale centro nacque in Policlinico feci di tutto per sostenerlo, forzando la resistenza dei primari che, in grandissima maggioranza, non lo volevano e cercarono di impedirne la realizzazione .

 

4. Alzare il tasso di natalità e il saldo netto della popolazione attraverso l'immigrazione

La società anziana, dunque, non solo è sostenibile, ma può essere una società migliore ,più civile, più basata sulla collaborazione anziché sul conflitto tra generazioni. Piuttosto noi dovremmo preoccuparci dei giovani, stando ad un recente sondaggio condotto da Mannheimer per conto dell'associazione “Libertà eguale”. Da questa indagine viene fuori il quadro di giovani corporativi, poco ambiziosi e che ragionano da vecchi, come e più dei vecchi., Dal 2001 ad oggi la percentuale di quanti preferiscono un lavoro sicuro, anche se meno redditizio, passa dal 55% al 71%; l'ambizione è riconosciuta come valore solo dal 9%dei giovani; giovani e vecchi optano nella stessa misura (78%) per riformare il mercato del lavoro nel senso che si accentuino le tutele. Commenta Luigi Covatta sul Corriere della Sera: “I gerontocrati possono dormire sonni tranquilli. I giovani stanno gradualmente rinunciando all'ambizione di sostituirli in fretta” (come invece sognava la energica guida professoressa di Tallinn). Questo è anche frutto dei frastuoni terroristici con i quali abbiamo spaventato i giovani: terrorismo ambientale, terrorismo economico, terrorismo contabile sanitario e previdenziale. Però stiamo anche attenti a non dare eccessivo peso a queste indagini che non sempre hanno il peso scientifico che dovrebbero avere.

La maggior parte degli over 65 può e deve (nel loro stesso interesse) continuare a lavorare, sia pure su forme diverse e più adatte all'età. Ciò non toglie che esplicite politiche a sostegno delle famiglie (che oggi sono fiscalmente danneggiate), delle giovani coppie, della casa per le nuove coppie, possono contribuire a far alzare di qualche decimale (verso la media europea) il tasso di natalità e ciò non toglie che gli immigrati regolari possono raggiungere tranquillamente almeno il 10% degli occupati. Queste due misure possono invertire il trend verso la diminuzione della popolazione, che è cosa comunque cattiva, sia da un punto di vista economico, che sociale, che morale. Esse possono definitivamente chiudere la bocca agli agenti del terrorismo contabile ed insieme far felici e far sorridere gli anziani, che avrebbero più possibilità di diventare nonni.

Perché essere anziani e senza nipotini, questo sì, è molto triste per tutti, anche per gli anziani attivi e sani. Perché in realtà nessuno di noi è autosufficiente.

 

BIBLIOGRAFIA  

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ARTICOLI DI STAMPA

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Cerretelli Adriana, “Un'Europa di pensionati”, in Il Sole 24 Ore , 13.10.2006

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Marro Enrico, “Riforma delle pensioni, noi ci stiamo” – Intervista a Pier Paolo Baretta (Segretario aggiunto CISL), in Corriere della Sera , 16.10.06

Uccello Serena, “Electrolux richiama i pensionati”, in Il Sole 24 Ore , 17.10.2006

Uccello Serena, “Competenti e fedeli: per gli over 50 più posti in azienda”, in Il Sole 24 Ore , 19.10.2006

Vitale Marco , “Sanità ed economia”, in La Ca ' Granda, Vita ospedaliera e informazioni culturali, n. 1/2003

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