Gli anziani e il futuro sostenibile
Marco Vitale

Congresso “Il futuro degli anziani”
Cattedra di Gerontologia e Geriatria - Università degli Studi di Milano
Milano, 27-28 ottobre 2006

 

Non il vivere è buona cosa, ma il vivere bene
(Non vivere bonum est, sed bene vivere)
Lucio Anneo Seneca ( 3 a .C. - 65 d.C.)

 

Nel 1993 mi recai a Tallinn, capitale dell'Estonia, città porto sul mar Baltico, un tempo fiorente città di mare e incrocio di importanti correnti commerciali. Era passato poco tempo dalla rivoluzione incruenta (la chiamavano la rivoluzione dei canti, perché era iniziata proprio con un incontro di popolo che incominciò a cantare antiche canzoni popolari e nazionali) che aveva liberato il paese dal durissimo giogo coloniale dell'U.R.S.S.. La città, attraverso i suoi antichi e maestosi palazzi, mostrava l'importanza della sua storia e la sua dignità. Ma attraverso il deplorevole stato di quei palazzi, la mancanza di manutenzione in tutta la città ed ancora le ferite dell'ultima guerra che l'aveva colpita molto duramente, mostrava la sua presente povertà e debolezza. Noi visitammo la città guidati da una vigorosa professoressa d'inglese quarantenne. Una delle cose che mi colpirono fu che a molti angoli c'erano delle signore molto anziane, poveramente vestite ma pulite, ordinate e dignitose, che cercavano di vendere qualche cosa: vecchie cartoline, vecchi merletti, tazzine di porcellana; una suonava il violino. La nostra guida – professoressa d'inglese si accorse che guardavo con curiosità e simpatia queste vecchie signore e fece il seguente commento: “Sono vedove pensionate che vivono sole e la pensione non è sufficiente per vivere, anche se quasi tutte hanno un orto di guerra (favorire il possesso di questi orti è l'unica cosa buona che il regime sovietico ha fatto); perciò cercano di integrare in qualche modo la loro pensione. La pensione è per ciascuna di loro insufficiente ma in totale queste pensioni pesano su di noi moltissimo. L'unica nostra speranza è che muoiano in fretta”. La guida – professoressa d'inglese aveva delle idee molto chiare, ancorché un po' rudi, su come risolvere i problemi economici derivanti dall'invecchiamento della popolazione.

Federico Caffè era uno dei più stimati economisti italiani, uno dei pochi conosciuti e rispettati internazionalmente. Dedito totalmente alla ricerca e all'insegnamento, aveva fatto della sua cattedra romana una fucina di uomini di valore scientifico e umano, come Ezio Tarantelli, assassinato dalle BR nel 1985. Molti che sono oggi portatori di responsabilità economiche rilevanti sono suoi allievi. Caffè pensava ed insegnava l'economia non come aggressività senza freni, ma come sistema razionale in grado di garantire anche i più deboli. Nel 1987 aveva settantatre anni, era ormai professore fuori ruolo e il suo rigore morale e scientifico lo aveva gradualmente emarginato in quell'Italia emergente di “nani e ballerine”. Il 15 aprile 1987, lasciò sul tavolo documenti e occhiali, uscì di casa all'alba e sparì. Nessuno, nonostante ricerche da parte di amici ed allievi protrattesi per anni, riuscirà a risolvere il mistero di questa sparizione né a raccogliere il minimo plausibile indizio. Chi ha scritto di questa vicenda ha sottolineato che Caffè si sentiva ormai un uomo solo e inutile. Si tratta di una valutazione convincente e documentata, ma io credo che nella sua decisione di sparire in silenzio vi fosse anche il desiderio di non disturbare. Lo desumo da un suo scritto di un anno prima, nel quale scrisse sul problema degli anziani e del loro rapporto con la società. In questo scritto parlava di una tribù africana che aveva il costume di accompagnare al fiume i vecchi. Ogni anno i più vecchi venivano guidati e spinti, con l'aiuto di lunghe pertiche, verso un vorticoso fiume, accompagnati da tutta la tribù con canti e danze. Alla fine i vecchi venivano spinti nel fiume e sparivano nella corrente. Secondo Caffè questo modo di fare era più gentile e umano del nostro, che fa di tutto per allungare la vita e troppo poco fa perché la vita allungata sia qualitativamente degna di essere vissuta, e che considera i vecchi solo un peso inutile, persone che danno disturbo. E lui, per non dare disturbo, sparì.

Il primo episodio ci introduce concretamente e con chiarezza nella problematica economica dell'invecchiamento della popolazione, con le sue durezze, la sua realtà, i suoi conflitti, i suoi pregiudizi. Il secondo ci introduce nell'area delicata e complessa, non meno importante, dei problemi emotivi della vecchiaia, con il senso di solitudine e di inutilità che colpisce tante persone anziane, anche del livello intellettuale di Federico Caffè. Su questi due temi svilupperò alcune considerazioni.

La teoria economica è abbastanza semplice, anzi semplicistica. L'invecchiamento della popolazione, in atto in Europa e in Giappone da molto tempo, è considerato dalla stessa uno dei più potenti freni allo sviluppo. La società italiana è la seconda più anziana del mondo. La prima è il Giappone con il 21% di popolazione oltre i 65 anni. La seconda è l'Italia con il 20%. Segue un gruppo di paesi europei tra il 18,8% (Germania) e il 16% (Regno Unito). Questa situazione, che è il risultato di complessi fenomeni in atto da alcuni decenni, porta, secondo la teoria economica, alla conseguenza che una base sempre più piccola di produttivi deve mantenere una quota crescente di improduttivi, e questa è una tendenza indesiderabile e non sostenibile.

Questa conclusione si basa su un assunto che, citando un altro grande economista italiano da poco scomparso (Giorgio Fuà), possiamo esprimere con queste parole: “Generalmente parlando, sia la capacità di produrre reddito, che i bisogni di consumo di una persona variano in funzione della sua età. Per schematizzare si può assumere (come è convenzione abbastanza diffusa) che il saldo netto tra produzione e consumo sia negativo per le età da 0 a 14 compiuti (consumano solo), positivo da 15 a 64 (producono più che consumano), nuovamente negativo da 65 in poi (consumano più che producono)”. Se la popolazione invecchia le risorse necessarie per mantenere, assistere e curare gli anziani inattivi aumentano. Tali risorse possono provenire: a) dai risparmi che l'anziano ha accumulato nell'attività produttiva, b) dai suoi familiari ancora in attività produttiva, c) dalla collettività produttiva sotto forma di prelievi per finanziare la pensione con il sistema della ripartizione. In un modo o nell'altro tali risorse gravano, dunque, sulle fasce produttive, e ciò è fattore fortemente negativo per lo sviluppo. Perché ho parlato di un approccio semplicistico della teoria economica? Perché, come accade spesso alla teoria economica, malata di staticità, essa continua a ragionare a bocce ferme, come se nulla mutasse. Ma se i gerontologi ci stanno spiegando da tanto tempo che anche le età, grazie a tanti fattori, si sono spostate in avanti, perché la teoria economica non tiene conto di ciò? Essa non conosce il principio di indeterminazione e continua a ragionare solamente secondo i principi della meccanica tradizionale. Ma è corretto l'assunto che oltre i 65 anni non si sia più produttivi? Credo che si tratti di un assunto ormai inaccettabile. E penso che Prodi, Berlusconi, Rita Levi Montalcini, Sofia Loren, Armani, Ciampi, Adenauer che incominciò a fare il cancelliere della Germania a 70 anni, Andreotti, Napolitano, tutti “over 65” , siano pienamente d'accordo. Anche se guardiamo all'attività sportiva troviamo molti anziani che si esibiscono in exploit impegnativi e quasi agonistici. All'ultima Maratona delle Dolomiti, la più bella gara ciclistica del mondo e seriamente impegnativa, hanno partecipato numerosi over 65. All'ultimo “Mapei Day” da Bormio allo Stelvio ( 21 km con 1500 metri di dislivello) ha partecipato, fra tanti anziani, Camillo Onesti, già presidente del Coni, 80 anni, impiegando poco più di tre ore ed arrivando davanti a molti quarantenni. Ma, al di là di questi exploit, moltissimi sono gli over 65 che, avendo praticato sport attivo e godendo di buona salute, continuano a lungo a praticare attività sportiva. Si dirà: ma queste sono eccezioni. Ma le eccezioni hanno sempre un valore segnaletico. E quanti sono i sessantacinquenni che, per almeno altri dieci anni, svolgono un'attività produttiva completa e intensa, come sempre o più di sempre? Quanti sono gli anziani che, avendo cessato il lavoro principale, iniziano una seconda attività utile e produttiva, magari nel sociale? Quanti sono gli anziani che, pur non svolgendo più alcuna attività retribuita, e quindi epurati dalle statistiche, svolgono un'opera preziosa ed anche economicamente rilevante nelle famiglie, nella cura dei nipoti, in mille lavori domestici? Credo che siano tanti e che il fenomeno sia economicamente rilevante, ancorché non misurato e, forse, non misurabile se non con indagini ad hoc, di tipo statistico. La mia impressione è che la presenza dei nonni spesso non sia un peso, ma un aiuto prezioso per la famiglia dei figli e che dobbiamo impegnarci perché sia sempre più anche una gioia reciproca. Però, fortunatamente, queste indagini statistiche specifiche si stanno moltiplicando e molte confortano la nostra impressione. Recenti statistiche dimostrano che tra gli ultrasessantenni il 66% è rappresentato da persone attive e inserite nel mondo che le circonda, ricche di stimoli e curiosità. Solo il 9%, i c.d. “ritirati”, si comporta da vero anziano. E' di poco tempo fa una statistica ISTAT che ha stimato che, in Italia, su 11 milioni di nonni, almeno 6 milioni svolgono regolarmente e sistematicamente attività di baby sitter per i nipoti, permettendo così ai loro figli di svolgere, con più tranquillità, la loro attività produttiva. Se valutiamo un'attività regolare e sistematica di baby sitter 10.000 euro all'anno, il contributo al PIL dei 6 milioni di nonni, a questo titolo, è di 60 miliardi di euro all'anno (il valore di due finanziarie ammazza cristiani alla Padoa Schioppa). Eppure questi valori non entrano nei dati del PIL, né in altri dati economici sui quali si fanno tanti ragionamenti fuorvianti. Questa ricerca nazionale dell'ISTAT si incrocia e conferma una ricerca condotta in Lombardia secondo la quale il 65% dei due milioni di nonni che vivono in Lombardia dedica alla cura sistematica dei nipoti venti ore settimanali, dando così un contributo importante ai problemi organizzativi della famiglia. E mi ha molto colpito l'esito di un'altra ricerca empirica recente che dimostra che la famiglia resta la risposta più solida ai problemi posti dalle sfide della vita economica e sociale e che, lungi dall'indebolirsi e sfilacciarsi, la famiglia italiana si sta compattando e rafforzando con un'unione più stretta anche intergenerazionale.

Una cosa è certa: “La via maestra per attenuare l'onere (dell'invecchiamento della popolazione) consiste nel prolungare l'età attiva. Non solo è importante allungare la serie degli anni in cui la persona si mantiene con il reddito che produce, anziché dipendere dai risparmi precedenti o dall'aiuto altrui. Ma è inoltre importante che l'anziano continui a svolgere il più a lungo possibile un'attività anche nel caso che questa sia poco o nulla redditizia, perché ciò ritarda il suo decadimento psichico e fisico, con beneficio per lui e sollievo (anche materiale) per la famiglia e la collettività. C'è quindi gran bisogno di una politica di ampia portata, che non si limiti alla pura auspicabile posticipazione dell'età di pensionamento, ma persegua con il massimo impegno di mezzi e d'immaginazione la creazione di occasioni di occupazione adatte per gli anziani”. Ho l'impressione che l'auspicio che Giorgio Fuà formulava, con queste parole, nel 1986, sia, in certa misura, in atto nei fatti, mentre la politica di “ampia portata” che pure auspicava sia ancora di là da venire, soprattutto nella testa del sindacato.

Le previsioni economiche basate sulla demografia sono le più affidabili, anche a lungo termine. A dimostrazione di ciò, vorrei sintetizzare cosa scriveva Peter Drucker nel 1980:

•  Nei paesi sviluppati, dopo la seconda guerra mondiale, vi fu l'esplosione delle nascite. Ma verso la fine degli anni '50 incominciò una caduta delle nascite senza precedenti (prima in Giappone, poi in USA, Germania e via via tutti i maggiori paesi). Gli unici paesi dove non vi fu “baby boom” né successiva caduta furono i paesi comunisti, dove il tasso di natalità era sempre rimasto bassissimo, non sufficiente a stabilizzare la popolazione.

•  Contestualmente è avvenuto in tutti i paesi un cambiamento senza precedenti nell'educazione, che ha innalzato, in modo drastico, l'età di ingresso nella forza lavoro e le aspettative dei giovani che iniziano il loro lavoro e la loro carriera e che sono sempre meno disponibili ai lavori tradizionali.

•  Grazie a molteplici fattori, nei paesi sviluppati non solo la vita si è allungata, ma la maggior parte delle persone che raggiungono l'età di sessantacinque anni sono oggigiorno, fisicamente e mentalmente, di “mezza età” e in grado di funzionare normalmente. Prima del diciannovesimo secolo non vi era “età di pensionamento” e non vi erano “piani di pensionamento”; ci si aspettava che la gente morisse giovane. Quando un'età di pensionamento fu introdotta per la prima volta (il concetto fu introdotto da Bismarck nel 1880) non ci si aspettava che la gente raggiungesse tale età (65 anni) e soprattutto non ci si aspettava che la raggiungesse in buona salute e capace di lavorare. I sistemi di pensionamento tradizionali erano progettati fondamentalmente per assistere le vedove e i figli minorenni. Oggi si continua a fingere che l'uomo o la donna che va in pensione cessi di lavorare, ma questa è sempre più un'eccezione alla regola. Una proporzione maggiore continua a lavorare di solito con un datore di lavoro diverso, o a tempo parziale o con lavori occasionali. E, in numero crescente, questi pensionati che non vanno in pensione non dichiarano i loro redditi a un fisco sempre più rapace (P. Drucker sta parlando degli USA). Le richieste dei sindacati europei per un'età di pensionamento “obbligatoria”più bassa possono solo rendere questa ipocrisia ancora più dominante. Il pensionamento tradizionale “obbligatorio” a qualsiasi età prestabilita è morto, in parte perché le persone che raggiungono questa età non possono restare in ozio quando sono ancora in buone condizioni fisiche e mentali ed in parte perché l'economia non può sostenerle in ozio, dato che le persone oltre i sessantacinque anni in tutti i paesi sviluppati si avviano a rappresentare un quinto o un quarto della popolazione adulta.

•  Se nulla cambia, nel prossimo futuro i paesi sviluppati si troveranno:

-  con anziani pensionati che lavorano in nero e non contribuiscono più al gettito fiscale
-  con un peso pensionistico non sostenibile
-  con una grave penuria di lavoratori per i lavori tradizionali, soprattutto manifatturieri.

•  Nei paesi in sviluppo o a sviluppo ritardato l'evoluzione e la struttura della popolazione è esattamente opposta. Anche in questi paesi i tassi di natalità, contrariamente alla credenza popolare, sono diminuiti ovunque. Ma i tassi di mortalità infantile sono crollati al di là di ogni attesa (quando negli anni '60 Kennedy lanciò l'Alleanza per il progresso in America Latina, si stimava ancora una elevata mortalità infantile, che invece crollò rapidamente). La caduta della mortalità infantile nei trent'anni successivi alla seconda guerra mondiale è uno dei grandi successi dell'umanità. Ma le sue conseguenze devono ancora essere affrontate. Per i prossimi decenni il problema base dei paesi in sviluppo sarà l'occupazione (anche se vediamo che molti paesi, proprio grazie allo sviluppo, raggiungono uno stato di equilibrio della popolazione, per cui, a medio termine, contiamo su un rallentamento del fenomeno).

•  Per ora e per i prossimi decenni assisteremo ad una forte pressione di immigrazione verso l'Europa e gli USA, ma poiché questa verrà frenata ed ostacolata, assisteremo a fenomeni massicci di delocalizzazione produttiva. Nella produzione decentrata, le risorse dei paesi in sviluppo – cioè la loro abbondanza di manopodera giovane per attività tradizionali – saranno combinate alle risorse dei paesi sviluppati – il loro management, la loro tecnologia, le loro persone istruite, i loro mercati, il loro potere d'acquisto.

Queste grandi tendenze, relativamente facili da leggere nei fatti - scriveva Peter Drucker nel 1980 -, richiedono:

•  Politiche sociali nuove e diversificate: non ci sarà più una forza di lavoro unitaria, ma “forze di lavoro” ciascuna con aspettative, bisogni, caratteristiche diverse.

•  Politiche fiscali nuove e facilitanti nel lavoro, anche parziale, gli ultrasessantacinquenni per non gonfiare le cifre sulla disoccupazione finta, per valorizzare risorse ancora preziose e per ragioni non solo economiche ma psicologiche.

•  Politiche del personale da parte delle imprese anch'esse nuove e diversificate, archiviando politiche e prassi che tendono ad essere altrettanto obsolete di quelle dei governi (“Analogamente le persone anziane che sono andate in pensione e che adesso lavorano a tempo pieno o parziale in qualche altro posto sanno come lavorare e, in effetti, spesso vanno a lavorare perché è l'unica cosa che sanno come fare. Ma la loro conoscenza, la loro maturità, la loro esperienza non sono utilizzate nelle attuali politiche del personale”).

•  Politiche previdenziali nuove e diversificate, basate sulla nuova realtà della struttura dei lavoratori e sulla realtà delle tendenze demografiche.

•  “In tutti i paesi diventerà una questione di sopravvivenza economica il fatto che l'età di pensionamento sia posposta e che il pensionamento venga reso flessibile e sia il frutto di una decisione personale”.

•  Bisogna favorire una seconda carriera prima dei sessantacinque anni, sia per ragioni economiche che per ragioni psicologiche. Le nostre istituzioni sono piene di persone che dopo i cinquant'anni si annoiano e sono alla ricerca di nuovi stimoli. Questa spinta non va frenata ma agevolata in tempo, perché rinfresca energie mature e apre spazi ad energie nuove. Ciò creerà una domanda crescente di educazione continua per gli adulti.

Tutto questo era possibile prevedere nel 1980. Perché i politici e la classe dirigente ha prestato così poca attenzione a questi fenomeni di enorme impatto e, in gran parte, prevedibili e dei quali si è incominciato a parlare seriamente in Europa, a livello istituzionale, da non più di dieci anni? Perché essi di solito affrontano il quotidiano ed hanno poca attenzione ai temi di lungo periodo. Ed anche perché i grandi mutamenti nella popolazione tendevano tradizionalmente a verificarsi su una scala temporale molto lunga. Ma nella seconda metà del ventesimo secolo anche i cambiamenti della popolazione, come tante altre cose, hanno mostrato una eccezionale accelerazione. Grandi cambiamenti si verificano ora anche in tempi relativamente e, talora, estremamente brevi.

Ed ora noi ci troviamo esattamente in mezzo alla situazione prevista da Drucker nel 1980. Ma ancora una volta tendiamo a mettere la testa sotto la sabbia e stentiamo ad affrontare, con determinazione, problemi che sono ormai lampanti; ma anche a non cogliere nuove prospettive e opportunità che si stanno chiarendo. Parliamo ad esempio troppo di conflitto tra generazioni e troppo poco di dialogo e collaborazione tra generazioni. Parliamo troppo di paure e troppo poco di prospettive, scoraggiando così le energie positive necessarie per risolvere i problemi concreti. Tendiamo troppo a estrapolare i dati presenti senza domandarci come possono cambiare, nel tempo, le relazioni tra i dati e ciò anche grazie al nostro pensiero, alla nostra azione, alla nostra creatività, alla nostra fantasia.

Quasi tutte le fonti e gli studi che mi è capitato di consultare sulla materia dell'invecchiamento della popolazione sono impostati esclusivamente sotto l'angolatura degli effetti dell'invecchiamento della popolazione sulla sostenibilità del sistema pensionistico e sugli effetti che avrà sul sistema sanitario. E quasi tutti sono impostati in chiave deprimente, quando non terroristica. E' un po' come sui temi ambientali. Noi sappiamo che i temi ambientali sono seri e che l'ecologia è una cosa seria e che è necessario essere sempre più impegnati sul tema della salvaguardia dell'ambiente, ma la maggior parte delle cose che ci propinano in materia sono totalmente prive di basi scientifiche e sono, prevalentemente, esercizi terroristici da parte di centrali mondiali, munite di mezzi poderosi (stimati in 8 miliardi di dollari all'anno) per sostenere le loro campagne finalizzate non ad aiutare la gente a capire e ad agire più razionalmente ma a terrorizzare la gente, per acquisire, per questa via, sempre più potere e sempre più denaro. Un anno prima di sparire, Federico Caffé ci lasciò un altro scritto importante proprio sui temi di quello che lui chiamava “il terrorismo contabile”. In tema di previdenza e di sanità noi assistiamo in modo crescente all'esasperazione del problema dei deficit e Caffé si domandava a cosa mira questo terrorismo contabile:

“Caffé afferma di non riuscire a capire bene a che cosa miri “il terrorismo contabile dei disavanzi catastrofici degli istituti previdenziali”. Forse l'obiettivo è quello di una qualche “soluzione finale” (alla maniera della tribù africana, per intenderci)? Allora lo si dica. E soprattutto si comincino a predisporre gli animi, anche sotto il profilo etico, a una “soluzione” di questo genere. Ma ecco esattamente le sue parole: “…. Se si intende che è giunto il momento per qualche forma di “soluzione finale”, per porre rimedio agli squilibri originati da una esagerata longevità, si cominci a preparare le basi etiche, riconoscendo che, con una frequenza preoccupante, la vita non sempre è un dono; né tra i tanti diritti che si intendono tutelare esiste quello del singolo alla morte dignitosa, al momento giusto.

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