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In tutte le statistiche di competitività internazionale l'Italia non si classifica, in questa fase storica, in modo brillante. Le uniche statistiche in cui si classifica nel gruppo di testa sono proprio quelle relative ad attività che hanno a che fare con la cura della persona e della casa. In altre parole lo stile italiano, il sistema di vita italiano (che va dalla moda alla enogastronomia, dai gioielli al design, dall'arredamento alle automobili da alta gamma come le Ferrari) continua a vivere una fase positiva.

Ma sarebbe un grave errore pensare che si tratti di una posizione acquisita per sempre e che si possa vivere di rendita. E' una posizione continuamente incalzata da vecchi e nuovi competitori e, quindi, sempre da difendere, riconquistare, rilanciare. Ma è anche una posizione di fronte alla quale si aprono nuove importanti prospettive legate a grandi paesi che, sino a poco tempo fa esclusi dal commercio e dallo sviluppo internazionale, stanno emergendo come nuovi protagonisti del nuovo ciclo di sviluppo, anche grazie al formarsi di una borghesia ricca o benestante, rapidamente crescente in numero e reddito disponibile, e portata ad un gusto sempre più internazionale e raffinato, e dunque italiano (pensiamo alla Cina, all'India, alla Russia). Mantenere le posizioni acquisite e sviluppare le nuove potenzialità richiede un'azione lucida, consapevole, determinata, tenace, proiettata nel nuovo ma ben piantata sulle antiche radici.

Naturalmente anche questa lettura ha i suoi pericoli. E' bene conoscerli per svilupparne gli antidoti. I principali pericoli sono cinque:

  1. Di cadere in una sindrome patriottarda, nazionalista
    In questa chiave già ci provò il fascismo che negli anni '30 esaltò in “made in Italy”. Il fascismo fece anche molte coste giuste, in quegli anni, per valorizzare il lavoro italiano, ma il suo limite di fondo fu che la sua azione mirava soprattutto ad esaltare il regime, la nazione fascista, a strumentalizzare più che valorizzare il “made in Italy”, a servirsene. Gli antidoti principali sono: la fondamentale distinzione sviluppata da Prezzolini tra civiltà italiana e Stato italiano; il respiro universale della cultura e del saper fare italiano; la dimensione europea della nuova identità che stiamo creando.
  2. Di cadere in una situazione consolatoria
    C'è chi vede nella valorizzazione del “made in Italy” e delle medie imprese, portatrici principali di questo saper fare, una specie di consolazione alla decadenza ed in qualche caso al crollo delle grandi imprese. Ho letto persino dei tentativi di spiegare il crollo delle grandi imprese quasi come un effetto necessario delle caratteristiche delle nuove tendenze dell'economia, che sarebbero tali da valorizzare le medie imprese ed il loro saper fare e da penalizzare le grandi imprese. E' un errore di prospettiva da respingere. E' un errore che certamente non commette uno storico di vaglia come Giuseppe Berta che, pur cercando di interpretare il momento economico che viviamo come metamorfosi più che come declino, e puntando, anche lui, sulle medie imprese come nuova nervatura economica e industriale del paese, precisa:
    “Le nostre grandi imprese storiche non esistono più e nulla si può fare per resuscitarle; l'adozione di una tardiva politica industriale – ultimo sussulto dirigista di uno stato imprenditore che ha da tempo dissipato i suoi talenti – non basterebbe sicuramente a rovesciare sorti così pregiudicate. Si sarebbe probabilmente potuto fare molto di più per preservare il nostro patrimonio industriale, ma esso è stato ipotecato dagli errori e dalle insufficienze degli anni Novanta e, in parte, dal “compromesso senza riforme” che era stato codificato già trent'anni avanti, allorché l'Italia aveva sciupato la possibilità di approdare a una configurazione virtuosa del rapporto fra economia e istituzioni, sull'onda del successo conseguito dal suo modello post bellico. Tentativi postumi di salvataggio correrebbero ora il rischio di sortire esiti contrari alle aspettative.
    E' giocoforza, allora, puntare sulle medie imprese come nuova nervatura economica e industriale del paese, se non si vuole proseguire sul sentiero sterile delle lamentazioni, delle deprecazioni o delle esortazioni virtuose che hanno tuttavia il difetto di non ottenere riscontri nella realtà”. (Metamorfosi. L'industria italiana fra declino e trasformazione, Ed. Università Bocconi editore, 2004).
    La Olivetti e l'Alfa Romeo sono stati per cento anni campioni eccelsi del “made in Italy” ed il fatto che la prima sia stata colpita a morte e la seconda soffra da trent'anni sotto i colpi di un management e di un sindacato criminaloidi, non sono né un fatto necessario, né un fatto razionalizzabile con approcci consolatori e tali da cancellare le immense responsabilità del management e della proprietà in primo luogo, del sindacato in secondo luogo, dei poteri di governo in terzo luogo.
  3. Di vivere questa riscoperta dei valori eterni della civiltà italiana come una fuga in avanti, come un modo per chiudere gli occhi alle tante cose che non vanno nel nostro Paese.
    L'antidoto consiste nell'essere consapevoli che la valorizzazione del “made in italy” non è altro dalla valorizzazione dell'Italia e della cultura italiana. E dunque dobbiamo guardare in faccia, con coraggio, lucidità e determinazione, i tanti mali che affliggono il nostro Paese e provare ad affrontarli.
    Il “made in Italy” è un valore universale e antico e non può scomparire ma, come i fiumi carsici, si inabissa per poi ricomparire quando i tempi ed il terreno ritornano favorevoli. Dopo la stagione dei Leonardo da Vinci e dei Michelangelo sono venuti lunghi secoli di depressione e non è un caso che proprio a Milano, in quel periodo, come ci racconta il Verri, anche la fiorente industria tessile subì un tracollo.
    Bisogna dunque reagire alla cappa di depressione che grava sul Paese e la riscoperta delle nostre radici può svolgere un ruolo determinante in questo sforzo. Purché non diventi retorica ma pensiero ed azione. Bisogna capire le cause della depressione ed agire per rimuoverle. Granelli e De Biase affermano, al termine del loro libro:
    “Va innanzitutto compiuto uno sforzo poderoso di comunicazione per diffondere la cultura dell'innovazione e il fatto che il nostro paese può giocare un ruolo importante in questo ambito. La rilevanza di questo compito nasce dal fatto che la comunicazione ufficiale dà poco spazio alle speranze, ma soprattutto continua a proporre antidoti impossibili e a limitare modelli di sviluppo – come quello americano – che non ci appartengono”.
    Ho scritto a Granelli: sono d'accordo con voi. Ma prima di comunicare bisogna pensare, avere un pensiero da comunicare; la comunicazione è uno strumento, non è mai la soluzione; il confondere soluzione e comunicazione è uno dei mali del nostro tempo.
  4. Di pensare che il valore del “made in Italy” sia una specie di rendita
    Ho già detto che le radici profonde e forti del “made in Italy” non devono portarci a vederlo come una rendita. E' un talento da preservare non seppellendolo sotto terra o mettendolo in cassaforte ma curandolo come un roseto. L'unico modo per preservarlo è farlo fiorire, concimarlo, potarlo, disinfettarlo, annaffiarlo, rafforzarlo. E dunque dobbiamo su questo talento investire, in formazione, ricerca, cultura, cooperazione , facendo sistema, in Italia ed all'estero, non ostacolando ma affrontando e guidando i processi di forte ristrutturazione che il mutare del contesto competitivo richiedono. Ed il settore tessile è al primo posto nella necessità di vincere pigrizie e personalismi per dare vita a strutture produttive più adatte ai nuovi tempi. Ma è al primo posto anche per evidenziare la necessità di preservare il valore della filiera. I campioni del “made in Italy” nel settore della moda non dovrebbero mai dimenticare che la loro grande fortuna si basa non solo sulla loro competenza e creatività specifica ma sulla tradizione, sulla cultura diffusa, sulla valorizzazione dello stile di vita italiano come fatto globale, sullo spessore e la ricchezza della filiera produttiva. Una volta Gianni Versace alla mia domanda: perché secondo lei abbiamo questa fioritura di stilisti? Rispose: “perché abbiamo i produttori dei migliori tessuti del mondo”. E' una risposta che non ho mai dimenticato.
    Insomma dobbiamo capire che nel nuovo millennio il capitale principale è il “capitale creativo”, diffuso, e che anche questo va curato, rispettato, valorizzato.
  5. Di pensare che la valorizzazione del “made in Italy” sia compito di qualche organismo pubblico.
    Ho letto vari interventi in questa materia che concludono auspicando che un potere pubblico svolga un ruolo di regia. E' un grande errore, o meglio una tipica illusione italiana: ci lamentiamo tanto che le autorità pubbliche non sono capaci di far funzionare in modo accettabile le cose che a loro competono e tuttavia invochiamo sempre una guida pubblica appena c'è qualcosa di nuovo da fare, anche in campi che sono estranei ai compiti specifici delle strutture pubbliche. E' questa una affermazione che ci portiamo dietro da una cultura di sinistra mal digerita che ci ha convinto che, in fondo, tutto quello che è pubblico è buono, mentre la realtà ci dimostra che è quasi sempre vero il contrario.
    Vi sono certamente azioni di tutela dei marchi italiani da svolgere, come invocato da tante fonti. Si tratta di un'azione importante che compete al governo ed alle organizzazioni di categoria.
    Vi sono azioni di marketing operativo da sviluppare nelle fiere internazionali od in altre simili occasioni. Anche queste fanno capo alle organizzazioni di categoria unitamente agli organismi governativi preposti, come l'ICE.
    Ma vi è un'area dove, sino ad ora, troppo poco si è fatto e dove vi è moltissimo da fare: la valorizzazione della cultura italiana e dello stile italiano e del sistema di vita come esso si manifesta attraverso i suoi prodotti. E' questa una “miniera” preziosa che non è mai stata scandagliata in profondità in modo sistematico e coordinato, in modo colto. Questo percorso è reso più difficile dal tradizionale individualismo italiano, dalla scarsa conoscenza di noi stessi e della nostra storia, dalla eccessiva frammentazione settoriale delle organizzazioni imprenditoriali, che rende difficili azioni coordinate anche nell'ambito di un solo settore (si pensi al tessile ed alla moda). Né ci sembra che l'azione che proponiamo possa trovare la sua leadership in organizzazioni pubbliche (anche se la collaborazione con le stesse sarà essenziale), proprio perché deve trattarsi di un'azione basata su un pensiero imprenditoriale e su una riscoperta del valore universale della cultura italiana.
    Quello che è necessario è un lavoro corale, proprio perché è un lavoro culturale che deve coinvolgere tutte le migliori e più vive forze del paese, da quelle delle strutture produttive a quelle culturali e formative.
    E' uno sforzo corale che deve coinvolgere i nostri quattromila musei, le centodiecimila chiese e abbazie, i tremila antichi conventi, i ventimila centri storici, le trentamila dimore storiche, le quarantamila rocche e castelli, i duemila siti archeologici, i quattromila giardini storici e tutto quello che in essi è depositato e che, nell'insieme, sono la testimonianza, non morta ma vivente, e che le tecniche digitali potranno rendere ancora più vivente, della civiltà italiana.
    Invero è confortante osservare che in tanti luoghi d'Italia, spesso poco conosciuti, questo lavoro di legare passato presente e futuro della civiltà italiana è in atto. Lo stesso incontro di oggi, promosso dal Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia insieme ad una media impresa tessile di qualità, e condotto nel ricordo dell'emblema per eccellenza del “made in Italy”, Leonardo da Vinci, toscano, emigrante, che a Milano e poi a Parigi ebbe lo spazio per esprimere il suo genio universale, ne è confortante esempio.

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