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Storia dell'economia italiana e suo legame con il "made in Italy" Convegno
“Per chi ama i contrasti – di certo uno dei piaceri maggiori del viaggiare – non vi è preparazione migliore a una discesa in Italia che un soggiorno nelle alte valli svizzere. Passare dalla regione dell'ovviamente pittoresco – un paese che sembra fatto apposta per il diletto di un coeur à poésie facile – a quel paesaggio sofisticato dove il volto stesso della natura sembra essere forgiato dalle passioni e dalle fantasie dell'uomo, è una delle transizioni più suggestive che la gamma di simili esperienze ancora consente… Si può perdonare un luogo distante tremila miglia dall'Italia di non essere l'Italia; ma che un villaggio sul confine rimanesse stolidamente e inamovibilmente svizzero era per noi costante fonte di esasperazione. Persino il panorama si era lasciato sfuggire le sue opportunità: poche miglia più in là diveniva complice delle più squisite fantasie dell'uomo, ma lì non pareva esserci altro che infinito materiale per orologi svizzeri e foraggio”.
A metà degli anni '80 una delle principali riviste giapponesi sviluppò un'inchiesta approfondita sulle imprese minori operanti in Lombardia, Veneto, Emilia. Fu un'inchiesta condotta molto seriamente con un'equipe sul posto per oltre un mese che visitò decine di imprese, soprattutto attive nei settori che sinteticamente indichiamo con l'espressione “made in Italy”. La domanda alla quale la rivista cercava una risposta era la seguente: quale era il segreto che permetteva a queste imprese, apparentemente così piccole e così fragili, di mietere tanti successi? La risposta fu che il fattore principale era che queste imprese poggiavano su una cultura di prodotto molto forte che veniva da lontano, su una storia artistica ed artigianale antica che aveva le sue radici nelle botteghe rinascimentali, sui mille musei e chiese diffuse su tutto il territorio, che tramandano una diffusa cultura estetica, accompagnata dall'orgoglio tipico dell'artigiano che cerca di realizzare un prodotto perfetto per propria intima soddisfazione, l'orgoglio del saper fare, di essere artefice, creatore, più ancora che per denaro. Vi sono, invero, due modi di considerare il “made in Italy”. Il primo è quello di considerarlo un fenomeno relativamente recente, degli ultimi cinquant'anni, sviluppatosi per una serie di coincidenze fortuite (dal basso costo del lavoro, all'emergere di un nuovo ceto imprenditoriale, al fiorire di alcuni stilisti e designer, alla voglia di riscatto del popolo italiano dopo le tristezze della guerra). Il secondo è quello di inquadrare questo fenomeno in una prospettiva lunga della tradizione e della cultura italiane. Secondo questa seconda lettura il “made in Italy” viene da molto lontano; è il frutto di una lunga e fertile cooperazione e “cross fertilisation” tra cultura, arte, artigianato, abilità manifatturiera, territorio, memorie storiche. La conclusione dell'eccellente inchiesta della rivista giapponese si poneva nella linea di questa seconda lettura. Che è la stessa lettura che diede Prezzolini nelle sue memorabili lezioni alla Columbia University nel 1948, dal titolo “The legacy of Italy”. In queste lezioni, nelle quali spiegava agli studenti americani che cosa è l'Italia, Prezzolini poneva una distinzione fondamentale tra lo Stato italiano, creatura recente sofferta e sofferente portatrice di due guerre mondiali, di una dittatura, di tante inflazioni e di molti altri guai, e la civiltà italiana, civiltà millenaria, generosa, universale. La civiltà italiana, se la spogliamo dalle angustie in cui l'ha costretta la nascita dello stato nazionale, ha mille anni di storia ed è stata, a partire dai comuni italiani dove si collocano le vere radici della nuova Europa, la cultura più universale del mondo. I prodotti che rappresentano lo stile italiano vincente non sono frutto del caso. Essi vengono da lontano: sono frutto di questa civiltà. Scrive Prezzolini: Per altro, l'Umanesimo rispecchiò la grande capacità degli Italiani, fatale per l'Italia, di scoperte e di creazioni, di modelli artistici e di verità di conoscenza umana che hanno fatto dell'Italia la seconda patria, cioè la super-patria delle nazioni educate nella tradizione greco-latina (quella patria che si adora, ma per cui non si muore). Lavorando per questi compiti universali, i genii italiani trascurarono il proprio paese. Patria di tutti, non poté nel passato l'Italia, e non può oggi, esser la patria degli Italiani. Non li nutrì, non li impiegò. Molti di essi compirono le loro scoperte con l'aiuto di stati stranieri ed i loro nomi passarono al mondo sotto una forma straniera. Questo è il senso che l'autore dà agli scopritori, agli emigrati, agli avventurieri italiani, tutti, più o meno, costretti a rinunziar al proprio paese per poter vivere, per poter operare, e finalmente per dare ricchezza, potenza e fama ad altri popoli. Tale funzione autodistruttrice dell'Italia vien accennata in vari capitoli di questo libro. L'Italia si svenò di uomini e d'idee. Trasfuse in tutta l'Europa, e per conseguenza in tutto il mondo che ha adottato la civiltà occidentale, i propri concetti.... Nove decimi dei modi con i quali il mondo moderno ha coscienza di se stesso, e che hanno servito alla sua grandezza derivano dall'Italia: salvo, ben inteso, la democrazia e le libertà politiche, le leggi della ricchezza e della associazione umana, il valore del lavoro e della produzione meccanici.” “La fama dell'Italia è oggi grande nel mondo per la seduzione del suo sistema di vita, che non è codificato in nessun libro ed aspetta uno scrittore che lo raccolga dagli esempi di molte vite, antiche e contemporanee. Chi ha formato questa fama? Non i retori, non i letterati, non gli uomini politici, non certo i generali e gli ammiragli, non gli amministratori e nemmeno i preti cattolici, che pur certamente son un prodotto genuino della civiltà italiana. Se mai la fama si deve ai narratori, ai poeti, ai pittori e scultori ed architetti, agli attori, ai cuochi ed ai sarti, agli sportivi, ai sommozzatori ed agli aviatori, alle donne innamorate ed agli amanti italiani, alle belle donne del cinematografo ed ai guaglioni della strada…La massa crescente dei turisti rappresenta una votazione internazionale in favore degli italiani. Nutrono quelli per gl'Italiani un certo amore senza stima, ricambiato da parte degli Italiani con una esagerata valutazione accompagnata da un non soverchio amore. L'Italia del Risorgimento, la parentesi unitaria di questo disunito paese, appare finita. Ma l'Italia universale – quella che importa di più – continua ad occupar e preoccupar le nostre menti per opera dei singoli individui italiani, sempre mirabili nel cavarsi d'imbarazzo e nel corregger le situazioni penose e gravose nelle quali i loro capitani li conducono. La loro industria e la loro genialità, la loro capacità di risolver con un tratto d'astuzia o con assiduità di lavoro i loro problemi personali non finiscono mai dall'indurci in ammirazione”. Da questa lettura dobbiamo ricominciare se vogliamo rilanciare l'Italia, la sua industria, i suoi prodotti nel mondo, al di là della cupa depressione alla quale ci condanna l'incultura e l'affarismo drammatico della politica. E' venuto il momento di pensare con profondità a questi temi e di agire per far sì che la civiltà italiana che si manifesta, in modo esemplare, nei prodotti e nei servizi di alta qualità, esprima tutte le sue grandi potenzialità. E' analoga la lettura che dei nostri secoli migliori dà, con tanta competenza e amore, il grande storico francese Fernand Braudel, grande maestro della cultura delle cose, del saper fare, dei giochi del quotidiano. E' la stessa chiave di lettura che ritrovo in due giovani studiosi in un recente libro molto interessante (Andrea Granelli e Luca De Biase: Inventori l'Italia, Dall'eredità del passato la chiave per l'innovazione, Ed. Guerini e Associati, 2004). Anche la tesi centrale di Granelli e De Biase è che: “Il successo del “ made in Italy” nasce da un'esperienza artigiana, antica e radicata in alcuni territori. Ne deriva un'organizzazione della produzione molto particolare: quasi i due terzi dell'”output” e dell'”export” del “made in Italy” provengono, infatti, da aree distrettuali o comunque specializzate. In alcuni casi l'origine della specializzazione dei distretti è antichissima, medioevale o addirittura precedente”. “ E dunque anche per immaginare l'Italia del futuro non si può che ripartire da queste sue radici. Anche l'Italia impegnata nella creatività digitale, nel design dell'interfaccia dei nuovi strumenti di comunicazione, nella realizzazione delle case e delle soluzioni urbanistiche del futuro sarà sempre un'Italia artigiana, orientata alla qualità e alla personalizzazione, radicata sul territorio, dotata di una credibilità straordinaria dal punto di vista estetico, riconosciuta per il gusto, capace di soluzioni da architetto, da integratore di soluzioni provenienti da qualunque parte del mondo. E nelle sue relazioni con gli altri paesi, nel partecipare al processo di globalizzazione, continuerà a rifarsi alla stessa capacità di confrontarsi con gli altri non in chiave di potere ma di relazione: gli emigranti ci hanno definito nel mondo, creando un'Italia esterna alla Penisola più popolosa di quella che è rimasta all'interno dei confini nazionali. E se riuscirà a ridefinire tutte queste sue qualità in un sintesi operativamente serena, finirà per diventare non più il paese che invecchia più velocemente al mondo, ma il paese nel quale è bello invecchiare. E che sa rispettare il valore dell'anziano”. E, certamente, è la stessa chiave di lettura che emerge nel documentatissimo libro che Incisa di Camerana dedica al grande fenomeno delle migrazioni italiane nel corso del millennio appena concluso ed al loro significato culturale (Il Grande Esodo, Ed. Corbaccio 2003). E' possibile affermare che l'Italia è soprattutto un paese di emigranti, o, perlomeno, che l'emigrazione, nelle sue varie forme, è componente essenziale della civiltà italiana. “ Tu lascerai ogni cosa diletta/più caramente; e questo è quello strale/ che l'arco dello esilio pria saetta. Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro lo scendere e salire per l'altrui scale”. Con questi versi del Paradiso della Divina Commedia, Cacciaguida, trisavolo di Dante gli preconizza il suo destino di esiliato, di emigrante. Dante è solo uno delle decine di milioni di italiani emigranti. Cristoforo Colombo, marinaio in cerca di fortuna con una buona cultura da autodidatta, è un altro. Nei secoli in cui l'Italia era il Paese culturalmente più vivo d'Europa abbiamo avuto una emigrazione, per così dire, nobile, fatta soprattutto di talenti, di grandi innovatori, alla ricerca di esprimersi al meglio in un mondo globale. Sono stati emigranti ma non conquistatori; hanno scoperto la globalità ma si rifiuteranno di gestirla. Sono individui, persone, sempre soli, orgogliosamente e coraggiosamente soli. Marco Polo, Caboto, Amerigo Vespucci, Giovanni da Terrazzano scoprono il mondo ma il loro status è quello dell'emigrante e passano, con indifferenza, dal servizio di uno Stato all'altro. Lo stesso Leonardo da Vinci trovò all'estero, a Milano ed a Parigi, un terreno adatto per esprimere il suo genio. La Francia del ‘500 e ‘600, cioè la Francia moderna, vede un grande contributo degli emigranti italiani, di quella che uno storico francese ha chiamato l'”emigration conquérant”. Carlo VIII recluta intere legioni di artigiani italiani per rifare il volto alla Francia medioevale. Ed è un emigrante italiano, un frate francescano, Frà Giocondo da Verona, a progettare parecchi dei ponti sulla Senna che ancora oggi attraversiamo, compreso quello di Notre Dame. Ed è ancora un emigrante italiano, Domenico da Cortona, il progettista del “Palais de la Ville”. A Lione, città dei tessuti e delle fiere, metà della popolazione è italiana e nel corteo che accompagna il re in occasione di una sua visita alla città, il primo posto spetta ai lucchesi, seguiti dai fiorentini e dai milanesi e poi dai notabili di Lione. Così come emigrante italiano è il grande ministro Giulio Mazzarino (“di nascita vile e di fanciullezza canagliesca”). Ma se volessi elencare tutti gli emigranti italiani che hanno contribuito a costruire la Francia non basterebbero cento pagine, sino al grande scrittore Emilio Zola, veneto d'origine, il grande pittore Paul Cézanne, figlio di un cappellaio lombardo di nome Cesana, che fece in Francia una grande fortuna, il grande cantante di bellissime canzoni, il cantante francese per eccellenza, il toscano Yves Montand. E la situazione sarebbe simile se mi riferissi all'Austria, alla Spagna, all'Inghilterra. Ma poi in tempi a noi più vicini viene l'emigrazione di massa, l'emigrazione dei poveri, dei disperati, che ha il carattere di una vera e propria fuga dall'Italia, dalla miseria, dall'oppressione. La prima vera emigrazione di massa da un paese europeo, l'esodo dalla fame fu, invero, quello dall'Irlanda colpita da una grave carestia. Nel solo 1846, 90.000 emigranti irlandesi traversarono l'Oceano dei quali 15.000 morranno durante la traversata ed un quarto dei superstiti dovrà essere ricoverato in ospedale. E tra i superstiti vi era un giovane falegname che sarà padre di Henry Ford, l'inventore del capitalismo moderno. Ma subito dopo vi sarà la grande fuga dall'Italia. Nel 1861 l'Italia ha ventun milioni di abitanti ed i suoi emigranti saranno ventisei milioni con una fuga che continuerà a lungo. Partono per primi, contrariamente a quello che si crede, gli uomini e le donne del Nord: piemontesi, liguri, friulani, veneti, lombardi. Solo qualche decennio dopo si muovono i meridionali, più legati al borgo natio. Ma quando si muoveranno sarà, in certe zone, uno spopolamento. E' stato giustamente scritto che questa è stata la vera “rivoluzione” incruenta del contadino italiano che, partendo, alla ricerca della speranza di poter vivere, canta: “su bravi, o signorini, gettate gli ombrellini; gettate i vostri guanti, lavoratevi i campi; noi andiamo in America” e grida “viva la Merica e morte ai signori”. Ludovico Incisa di Camerana scrive: “in un secolo (dal 1860 al 1960) emigreranno venti milioni di potenziali rivoluzionari”. E' un'epopea grandiosa e commovente che, girando il mondo, emerge da ogni angolo (già Cesare Balbo scriveva: “Una storia intiera e magnifica e peculiare all'Italia sarebbe a fare degli italiani fuori d'Italia”). E tra questi emigranti vi è quello che diventerà il fondatore della Bank of America che nasce come Bank of Italy, il ligure Amedeo Giannini; vi è il futuro trombettiere del generale Custer; e in una fredda giornata del marzo 1889 sbarcherà a New York insieme a 1400 emigranti, una piccola suora, Francesca Cabrini che diventerà Mother Cabrini, la prima santa americana. Ma è anche una storia di enormi sofferenze, di fatiche immense, di umiliazioni, di inganni, di linciaggi subiti quasi sempre con la polizia connivente, come quelli di New Orleans (1891), di Walsenburg, Colorado (1895), di Hakinville, Louisiana (1896), di Talluah, Louisiana (1899), di Erwin, Mississipi (1901),di Tampa, Florida (1910). E il candidato al governo del Mississipi, Jeff Truly, tuona: “Sono una razza inferiore. L'immigrazione italiana non risolve il problema del lavoro: gli italiani sono una minaccia e un pericolo per la nostra supremazia razziale, industriale e commerciale”. Sembra di sentire il ministro Roberto Calderoli. Ma “gli italiani di Merica” non sono una razza inferiore. Sono grandi, coraggiosi lavoratori e risparmiatori come testimonia Jacob Riis, un cronista del New York Times che, dopo aver denunciato le condizioni disumane nelle quali vivono gli immigrati italiani nei quartieri ghetti di New York, afferma “A dispetto di tutte le loro difficoltà questi meridionali avevano virtù immense e fondamentali. Erano gli immigrati più poveri della città. Ma solo una minima parte si rivolgeva all'assistenza comunale. Lavoravano e risparmiavano come formiche mandavano in Italia vaglia postali per cifre sbalorditive anche se i più guadagnavano solo un dollaro al giorno”. E nonostante una diversa fama creata da minoranze violente, secondo il capo della polizia di New York del tempo: “ di tutte, l'emigrazione italiana è quella che dà il minor contingente agli assassini, ai ladri, ai facinorosi di ogni specie”. Senza questi immigrati l'America non sarebbe quello che è. E senza questi emigranti non sarebbe quella che è l'Italia che, per quasi un secolo e sino al 1950 circa, ha trovato nelle rimesse degli emigrati uno dei suoi pilastri economici fondamentali. E senza questi emigranti il mondo non sarebbe quello che è perché ovunque il lavoro italiano ha dato buoni ed importanti frutti. Al museo storico cittadino di Lucerna, c'è un toccante piccolo angolo dedicato alla presenza degli immigrati italiani a Lucerna. Senza i muratori italiani, dice un breve commento in tedesco (dove l'unica parola italiana è: muratori), Lucerna non avrebbe potuto svilupparsi come si è sviluppata. E la nota illustra l'isolamento iniziale dei lavoratori italiani, superato gradualmente con il lavoro e con le prime attività sociali, come la costituzione di un cicloclub fondato nel 1907 da un gruppo di giovani italiani. Storie grandi e storie minime, come questa, ma sempre significative e commoventi. Mi ha molto colpito infine scoprire che il taglio che Prezzolini ha dato alle sue lezioni di 57 anni fa, riecheggia nella presentazione dell'Italia data dalla National Geographic Society, presentando una mappa dell'Italia nel 1995 con queste parole: “Young nation in an old land, known to the ancients as Italia centuries before a country bore the name, Italy stands as a cornerstone of Western history. Julius Caesar, Charlemagne, and Napoleon ruled here; Constantine the Great found divine inspiration in Rome (NB: in realtà è un errore, perché l'editto di Costantino fu emesso a Milano, nuova capitale dell'impero d'occidente) and spread Christianity throughout his empire. In Italy Michelangelo and Leonardo created, Verdi composed, and S. Francis of Assisi prayed. Rich in natural beauty, gilded with sunshine, and epitome of la dolce vita – the sweet life -, as seen in Caravaggio's late 16 th -century portrait of Bacchus, god of wine (left) – Italy attracted pillagers and princes from beyond the Alps; for centuries they carved up the peninsula and its islands like booty. Unified since 1870, and now one of the world's most prosperous countries, Italy still cherishes the sweet life, while reveling in a past so storied that 18 th -century British statesman Edmund Burke called it “native land to us all””. Può sembrare una fuga all'indietro, un moto consolatorio ripercorrere le grandezze della civiltà italiana come antidoto alle miserie di un presente meschino e deprimente, ma è stato proprio Fernand Braudel ad insegnarci che: “Essere stati è una condizione per essere”. Ed a me come a Prezzolini la separazione tra lo Stato italiano della vita breve effimera e travagliata e la civiltà italiana (grande, solida e millenaria) appare fondamentale per comprendere l'importanza decisiva che ha avuto, ha ed avrà per l'Italia la prospettiva europea e globale. Poche civiltà sono più di quella italiana adatte ad affrontare il nuovo mondo che sta prendendo corpo ed a contribuire ad una globalizzazione umana e solidale, una globalizzazione dell'uomo e per l'uomo e non delle cannoniere.
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