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Abbiamo anche altri istituti di credito, ed è in primo luogo la BPM, la cui presenza in città si fa sentire. Abbiamo Telecom che si è impegnata, recentemente, e non solo a Milano, in programmi culturali impegnativi. Ma, al di fuori di questi pochi importanti soggetti, se confrontiamo il contributo degli investimenti privati a favore delle attività culturali con quello che avviene nelle principali città internazionali, non abbiamo motivi di rallegrarci.

Nel momento in cui chiediamo maggior impegno pubblico per un investimento culturale che è ad altissimo rendimento, dobbiamo affermare quattro punti centrali:

•  sono rarissime le attività culturali impegnative che possono reggersi sulle proprie gambe. Quindi un contributo pubblico serio non è un “optional”, è una necessità. E non è una elemosina ma un investimento;

•  però i gestori debbono essere impegnati per tentare di raggiungere il massimo possibile di autofinanziamento in relazione alla specificità dell'iniziativa (il Guggenheim di Bilbao, ad esempio, si autofinanzia al 70%);

•  vi sono settori (tipica l'opera lirica) dove sotto l'usbergo della cultura si reclamano contributi che servono a pagare inaccettabili compensi, nell'ambito di un inaccettabile “star system” non dissimile e non meno malato di quello del calcio. Bene ha detto Walter Vergnano, sovrintendente del Teatro Regio di Torino e presidente dell'Anfols, Associazione delle fondazioni lirico-sinfoniche: “Noi abbiamo il diritto di chiedere che le risorse pubbliche riacquistino almeno il valore che avevano in tempi non lontani. Ma nello stesso tempo dobbiamo prendere in esame una profonda riorganizzazione del funzionamento delle fondazioni. L'organizzazione del lavoro, i cachet degli artisti e così via sono problemi che vanno affrontati. Dobbiamo riconquistare produttività e competitività”;

•  l'iniziativa, per la sua qualità, coerenza e affidabilità, deve essere capace anche di attrarre investimenti privati, altrettanto importanti di quelli pubblici.

 

Scarsità di consapevolezza e visione politica
Se il sistema non funziona come potrebbe e dovrebbe, se Milano non esprime una convincente politica culturale, ciò è indubbiamente legato ad una scarsa consapevolezza e visione politica di questo aspetto dello sviluppo. La cultura è ancora vissuta da molti governanti come un lusso piuttosto che come un fattore di crescita, anzi di sviluppo e come lo strumento più poderoso per ricucire il tessuto sociale, continuamente lacerato da discriminazioni, egoismi, incomprensioni. Il 1 luglio 1897 al Comune di Milano si verificò il primo voto di centro-sinistra che vide uniti i clericali ai “rossi” nel votare la soppressione del contributo di 240.000 lire che il Comune elargiva alla Scala e per girarlo ad un fondo per assicurare la refezione gratuita agli scolari poveri. Ciò portò, con grande emozione, alla prima chiusura della Scala che riaprì, con gestione privata, il 26 dicembre 1898. Il giudizio sottostante a questo voto era: la Scala è una cosa per ricchi e solo loro se la godono; che se la paghino. A me sembra che non solo in relazione alla Scala, ma in genere per gli investimenti culturali, questo tipo di atteggiamento riaffiori ancora oggi. Noi dobbiamo fare in modo che le attività culturali, e non solo la Scala, siano il più possibile aperte al maggior numero di persone e dobbiamo anche premiare quelle organizzazioni che, nei loro programmi, perseguono consapevolmente questo obiettivo. Ma non possiamo certamente indulgere ad una visione che confini in una posizione residuale le attività culturali, nell'ambito del progetto di sviluppo della città. Intendiamoci: nonostante i suoi grandi tesori, Milano non sarà mai, non può essere, non deve essere “città d'arte”. Con questo termine si intendono solo quelle città dove le attività artistiche e del turismo culturale sono prevalenti, il che non è il caso né di Milano, né di Brescia, né di Bergamo, né di Torino. Ma tutte queste città possono essere “città di cultura”, dove la cultura non solo alimenti molte significative attività, ma sia presente ovunque, sia uno dei fattori connettivi della città, ne alimenti l'anima.

Nel postscriptum profetico del 1966 al suo memorabile Viaggio in Italia, Guido Piovene scrisse: “L'Italia è sempre un paese confuso, in cui quasi nulla appare con la sua vera faccia. Ma un viaggio per l'Italia ci porta davanti alla società più mobile, più fluida, e più distruttrice d'Europa…. In nessun altro paese sarebbe permesso assalire, come da noi, e deturpare città e campagne, secondo gli interessi e i capricci del giorno. Gli italiani non temano di essere poco “futuristi” . Lo sono più degli altri, senza avvedersene; sebbene questo non significhi sempre essere i più avanzati… Il nostro paese non è inferiore a nessuno per il numero degli ingegni e per la qualità dell'intelligenza. Ma quell'intelligenza riesce difficilmente a prendere un valore politico e un prestigio politico, e raramente emette voci che trascinano seco un interesse universale. In nessun altro paese come da noi tutto il campo sembra occupato dagli attivisti d'ogni specie; in nessun altro, quasi per un tacito accordo di affaristi e sociologi, è così radicata la convinzione che contino solo i problemi di danaro e di cibo… Il rischio dell'Italia è di entrare nel numero dei popoli di cultura bassa, giacché è possibile essere intelligenti e di cultura bassa… “.

Impegnarsi per una città dove la cultura occupi una posizione adeguata vuol dire anche impegnarsi contro questo rischio, contro questa deriva. E, quindi, impegnarsi anche per una buona economia. Perché oggi senza buona cultura non si fa neanche buona economia.

 

Scarsità di sentimento comune
Se è corretto chiedere ai governanti una leadership, una strategia, una sintesi, è del tutto illusorio pensare che la cultura di una città sgorghi dai governanti. Non ricordo più quale famoso economista inglese (credo Marshall) disse: un governo può curare un'eccellente edizione di opere di Shakespeare, ma non potrà mai scriverne una. La cultura di una città nasce dalla città e tutti, nei rispettivi campi e con le rispettive forze, sono tenuti a contribuire a tessere questa grande tela.

Tuttavia la responsabilità dei governanti è grande, nel promuovere o nel soffocare, nell'indirizzare, nel far percepire l'impegno per la cultura come una gioia o come un grigio dovere. Oggi in Milano si vive un periodo di disagio, di tristezza, di solitudine. Parlando con dei giovani trentenni mi sono sentito dire: Milano è una città ostile. La cosa mi ha molto colpito perché io sono stato attratto da Milano, alla loro stessa età, proprio perché Milano era la città più amichevole e aperta d'Italia. Se i trentenni di oggi ci dicono che è vero il contrario dobbiamo essere loro grati. Perché ci aprono gli occhi e ci fanno vedere le cose che i nostri, ormai deformati occhiali, ci impediscono di vedere. Solo un progetto culturale serio e profondo può aiutarci a far rinascere connessioni che sembrano lacerate. La cultura, in senso ampio, e l'amore per la città che ne è inevitabile conseguenza, sono gli unici strumenti che abbiamo per ricomporre un tessuto cittadino, per ritornare dalla convivenza alla comunanza. La cultura serve anche per il turismo culturale ma serve soprattutto ed in primo luogo per noi.

 

APPENDICE a “Cultura e sviluppo a Milano”
8 Marzo 2005

Le schede che seguono contengono i dati relativi all'andamento della spesa per attività culturali di:
•  Comune di Milano
•  Provincia di Milano
•  Regione Lombardia.

Vengono inoltre evidenziati alcuni elementi di confronto fra Milano ed altre città italiane e straniere, e specificamente:

•  Roma
•  Como: a differenza del Comune di Milano (per il quale i dati disponibili su Internet si fermano al 1999), questo centro fornisce su Internet un'informativa di bilancio aggiornata al 2004
•  Monaco di Baviera
•  Vienna
•  Zurigo.

 

NOTE DI COMMENTO
Si commentano di seguito brevemente i dati contenuti nelle schede allegate.

Comune di Milano (Scheda 1)


Periodo 1999 - 2003
I dati di consuntivo relativi al periodo 1999-2003 mostrano un livello della spesa corrente per attività culturali tra i 60 (nel 1999) e i 70 (nel 2001) milioni di euro. Nel 2003 la cifra è stata pari a circa 69 €/mil., con un incremento del 15,2% rispetto al 1999.

La spesa corrente pro-capite (1,3 milioni di abitanti) assume nel periodo considerato valori compresi fra i 46 € del 1999 e i 54 € del 2001 ed è stata pari a 53 € nel 2003.

La spesa per investimenti (conto capitale) ha assunto un andamento molto più variabile, con un minimo di circa 12 milioni di euro nel 2003 ed un massimo di circa 96 milioni di euro nel 2001; il valore medio 1999-2003 è stato di circa 47 €/mil..

Nel complesso, considerando parte corrente e conto capitale, la spesa per attività culturale è stata compresa fra un minimo di circa 81 €/mil. (nel 2003) ed un massimo di circa 167 €/mil. (nel 2001). Il valore medio annuo del periodo 1999-2003 è pari a circa 112 €/mil., cifra che corrisponde a una spesa pro-capite di 86 €.

Periodo 2004 – 2005
Con riferimento alla spesa corrente, i dati di preventivo per il 2004 e il 2005 (rispettivamente 65 €/mil. e 69 €/mil. circa) sono sostanzialmente in linea con gli anni precedenti.

La spesa corrente pro-capite assume valori pari a 50 € nel 2004 ed a 53 € nel 2005.

 

Provincia di Milano (Scheda 2)

I dati 2003-2005 evidenziano un livello della spesa per attività culturali sostanzialmente costante, intorno a 8 €/mil. all'anno, una cifra veramente miserrima.

La spesa corrente complessiva della Provincia nel triennio è passata da 402 a 504 €/mil,, con un incremento del 25% circa.

Nello stesso periodo la spesa per attività culturali non fa registrare sostanzialmente alcun incremento, riducendo quindi il proprio peso sul totale dal 2,1% al 1,7%.

La spesa corrente per cultura pro-capite (con un numero di abitanti di circa 3,7 milioni) si mantiene negli anni considerati intorno a 2 €.

 

Regione Lombardia (Schede 3 e 4)

I dati 2001-2005 evidenziano un livello della spesa corrente per attività culturali compreso fra i 16,5 (nel 2003) e i 18,4 €/mil. (nel 2004) all'anno.

Tale importo ha rappresentato, nel periodo 2001-2003, meno dello 0,1% della spesa corrente della Regione. La spesa regionale è destinata in prevalenza al settore della sanità, che ad esempio ha rappresentato, nel 2003, oltre il 60% della spesa corrente.

La spesa corrente per cultura pro-capite (con un numero di abitanti in Lombardia di circa 9,1 milioni) si mantiene nel quinquennio considerato intorno a 2 €.

Gli investimenti nel settore della cultura si sono incrementati dai 27,6 €/mil. del 2001 ai 43,6 €/mil. del 2004; per il 2005 si prevede una riduzione a 35,9 €/mil. (oltre a stanziamenti già deliberati per 2006 e 2007 pari a circa 20,5 €/mil.).

Comprendendo le spese in conto capitale, la spesa pro-capite per cultura passa da 5 € (dato 2001) a 6,8 € (dato 2004) a 5,8 € (nel 2005).

Nell'ambito dei fondi complessivi destinati dalla Regione alle attività culturali, sono stati individuati quelli relativi alla città di Milano (la cui popolazione rappresenta il 13% circa del totale della Lombardia); ne emergono, in sintesi, i seguenti elementi (sulla base dei dati medi 2001-2004):

•  le spese di parte corrente destinate al capoluogo sono state pari, in media, al 49% del totale (per 8,4 €/mil.);

•  per quanto riguarda gli investimenti, tale incidenza è stata pari al 23% circa (per 8,2 €/mil.);

•  nel complesso, la Regione ha destinato a Milano il 32% circa delle risorse per la cultura, pari a circa 13 € per ogni cittadino milanese (suddivisi in misura analoga fra parte corrente e investimenti).

Quindi sommando la media di Comune, Regione, Provincia (ipotizzando la stessa suddivisione applicata dalla Regione) avremo per Milano una spesa corrente pro-capite di circa 60 euro.

 

Confronto fra Milano e altre città (Schede 5.1 e 5.2)

I dati sulla spesa per attività culturali del Comune di Milano sono stati messi a confronto con quelli relativi ad altre città:

•  italiane: sono state prese in considerazione Roma e Como (centro di dimensioni minori, non particolarmente impegnato in politiche culturali, ma i cui dati di bilancio preventivo sono disponibili sul sito Internet del Comune)

•  estere: sono state prese in considerazione Monaco di Baviera, Vienna e Zurigo.

Sulla base di tale confronto, che può ovviamente scontare gli effetti di qualche approssimazione/disomogeneità, è comunque possibile osservare alcuni elementi.

Rispetto alle altre città italiane considerate, la spesa corrente pro capite risulta per Milano più elevata, essendo pari a 50/55 € contro i 42 € di Roma (va tuttavia rilevato che questo dato è sottostimato, in quanto non comprende i costi del personale) ed i 30/40 € di Como.

Rispetto a Monaco di Baviera, città che ha sostanzialmente lo stesso numero di abitanti (circa 1,3 milioni), la spesa corrente di Milano (60/70 €/mil.) è meno della metà.

La spesa di Zurigo sia corrente che totale risulta quasi quattro volte maggiore a quella di Milano.

Infine, in termini di spesa complessiva (corrente + investimenti), il confronto con Vienna (1,6 milioni di abitanti) evidenzia che solo nel 2001 Milano ha raggiunto un valore pro capite (128 €, contro i 62 € del 2003) paragonabile a quelli della città austriaca (fra i 118 € del preventivo 2004 e i 142 € del consuntivo 2003).

Gli importi relativi agli investimenti preventivati per 2004 e 2005 non vengono presi in considerazione, in quanto non confrontabili con gli anni precedenti e non rappresentativi delle uscite effettive. Le spese in conto capitale effettivamente finanziate risultano infatti di regola notevolmente inferiori agli importi stanziati inizialmente.

La Regione contribuisce tra l'altro a finanziare numerose Fondazioni culturali milanesi.

Alcuni tra i principali investimenti per il triennio 2005-2007 a Milano riguarderanno il recupero dell'ex Manifattura Tabacchi (con la realizzazione del Centro Sperimentale Cinematografia), il restauro dell'Abbazia di Chiaravalle, la realizzazione del Museo del Design.

 

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