Cultura e sviluppo a Milano
Marco Vitale

Intervento a serata del Rotary di Porta Vittoria
Milano, 8 marzo 2005

 

Edith Warthon è una deliziosa ed eclettica scrittrice americana dell'inizio del ‘900. Sposata giovanissima ad un ricco banchiere (dal quale ben presto si separò) poté così soddisfare la sua ansia di grande viaggiatrice e scopritrice di arte, paesaggi, ambienti cittadini, soprattutto di quelli meno noti. Tra le sue mete preferite naturalmente l'Italia dove, tra l'altro, scoprì la straordinaria forza espressiva della Via Crucis lignea di Cerveno in Val Camonica (riscoperta da Testori 50 anni dopo), il fascino sottile del lago d'Iseo, le bellezze artistiche nascoste di Brescia. Ciò avvenne in un viaggio nel quale la Warthon partendo dalla Svizzera annotò:

“Per chi ama i contrasti – di certo uno dei piaceri maggiori del viaggiare – non vi è preparazione migliore a una discesa in Italia che un soggiorno nelle alte valli svizzere. Passare dalla regione dell'ovviamente pittoresco – un paese che sembra fatto apposta per il diletto di un coeur à poésie facile – a quel paesaggio sofisticato dove il volto stesso della natura sembra essere forgiato dalle passioni e dalle fantasie dell'uomo, è una delle transizioni più suggestive che la gamma di simili esperienze ancora consente… Si può perdonare un luogo distante tremila miglia dall'Italia di non essere l'Italia; ma che un villaggio sul confine rimanesse stolidamente e inamovibilmente svizzero era per noi costante fonte di esasperazione. Persino il panorama si era lasciato sfuggire le sue opportunità: poche miglia più in là diveniva complice delle più squisite fantasie dell'uomo, ma lì non pareva esserci altro che infinito materiale per orologi svizzeri e foraggio”.

In quel viaggio visitò accuratamente anche Milano, della quale scrisse:

“E' difficile dire se la classica frase del classico turista: “A Milano c'è poco da vedere” contribuisca maggiormente a mettere in ridicolo chi la pronuncia o a esaltare la gloria dell'Italia”.

E ci accompagna con guida sapiente a visitare la rocca sforzesca, le case intorno alla piazza dei Mercanti “così antiche da essere antecedenti alle influenze gotiche” (ahimè oggi sparite), la Chiesa e il colonnato di S. Lorenzo, palazzo Borromeo, il grande chiostro dell'Ospedale Maggiore (“uno dei più maestosi monumenti che l'uomo abbia mai eretto ai suoi simili”), antichi palazzi (come la Casa degli Omenoni), gli antichi giardini affacciati sul naviglio (“il Canale che attraversa Milano regalandole qualche cosa di Venezia”), il Tiepolo di Palazzo Clerici, il Luini di San Maurizio Maggiore, la Cappella Portinari di Sant'Eustorgio (“In Italia forse non esiste niente che possa essere paragonato a questo capolavoro della collaborazione tra architetto e pittore”) e, nei dintorni, all'Abbazia di Chiaravalle (allora in stato di abbandono), la Chiesa della Madonna di Saronno, la Certosa di Pavia. E al termine della sua guida nella Milano meno nota conclude:

“Il lettore che avesse seguito questi disordinati pellegrinaggi per Milano non avrà visto che una piccolissima parte dei gioielli che l'adornano. A Brera, all'Ambrosiana, al museo Poldi Pezzoli e nel bellissimo nuovo Museo archeologico, oggi giustamente alloggiato nell'antico castello degli Sforza, ci sono tesori secondi solo a quelli di Roma e Firenze. Ma queste sono le bellezze catalogate della città, descritte dalle guide e poste lungo i percorsi battuti dai turisti, mentre è piuttosto negli intervalli tra questo studio sistematico del passato, cioè nelle parentesi tra un viaggio e l'altro, che si raggiungono quelle visioni più intime che aiutano a comporre l'immagine di ogni città, a conservarne inalterata la personalità nella mente del viaggiatore”.

Dopo la Warthon forse solo la ricca, intelligente e colta guida di Guido Lopez e Silvestro Severgnini (Milano in mano) del 1965, ci ha saputo illustrare, in modo avvincente e semplice, l'enorme ricchezza culturale di Milano.

Ma quando parliamo della cultura di una città non ci riferiamo solo alle testimonianze che la storia ha depositato in essa, ma piuttosto alla sua vita globale, alla sua vita attuale. Ciò è tanto più vero se vogliamo riflettere sul rapporto tra cultura e sviluppo. Cultura è una di quelle parole che usiamo con grande frequenza e disinvoltura, ma che quando tentiamo di definirle meglio, nero su bianco, ci mettono subito in difficoltà. Consultando i dizionari enciclopedici ed etimologici si trovano, in genere, definizioni ampollose, altisonanti, retoriche. Ma una volta mi capitò di leggere una definizione rozza ma efficace di un americano che mi piacque. Questi, riferendosi alla sua città, disse: “culture is how we do thinghs on here”. Per questa serata avevo invitato Ermanno Olmi che è dispiaciuto di non aver avuto la possibilità di essere presente ma con il quale ho avuto, poche sere fa, l'occasione di discutere del tema. “Dobbiamo – mi ha detto Olmi - capire che la cultura di una città è il suo modo d'essere, è l'alimento quotidiano della città, delle famiglie, del modo con cui si lavora, ci si rapporta”. Ho trovato corretto e interessante che a Torino i nuovi prodotti turistici offerti a chi visita Torino comprendano anche la visita ai luoghi della produzione e della cultura dell'auto. E, dunque, Mole Antonelliana e Museo Egizio ma anche Fiat, Pininfarina, Bertone.

Ai fini della nostra conversazione, attribuirò, empiricamente, alla parola cultura un profilo articolato. Con la parola cultura mi riferirò sia all'offerta che alla domanda di attività culturali in senso stretto, che al modo con cui queste sono percepite e vivono nell'atmosfera cittadina.

La Warthon ci ha ricordato che Milano ha un'offerta di luoghi di rilievo storico-artistico e di oggetti d'arte di grande rilievo molto più importanti di quanto normalmente si pensi. Negli ultimi anni tutto ciò è molto migliorato e tanti ed importanti sono stati gli interventi di ricupero, riqualificazione e rivitalizzazione correttamente realizzati (penso al Castello, a Palazzo Reale, a Casa Boschi, alla Scala e ad altri). Ma se pensiamo, ad esempio, a quanto hanno fatto, nello stesso senso e nello stesso periodo, Vienna o Roma abbiamo minori motivi di soddisfazione. Così come insoddisfatti rimaniamo se pensiamo ai beni di grande valore storico – artistico che restano ancora celati ai milanesi ed ai turisti o sono in rovina. Penso alla quadreria dell'Ospedale Maggiore che Tadini mi diceva essere probabilmente la più importante del mondo nel suo genere. Penso ai tesori pittorici dell'800 nascosti nei sotterranei e negli oscuri corridoi delle banche, che un mercante d'arte, grande specialista dell'800, mi assicura essere di rilievo mondiale. Penso alla Rotonda della Besana, una delle più originali opere del ‘700 milanese, solo parzialmente restaurata, alla Abbazia di Mirasole, il cui ricupero non finisce mai. Penso all'assenza di un museo serio sul futurismo e sulle grandi correnti pittoriche e letterarie che hanno attraversato il ‘900, che hanno quasi sempre trovato a Milano, se non la loro origine, il loro sviluppo. Penso alla mancanza di un museo serio sulle vicende politiche italiane del ‘900, fascismo compreso, che hanno sempre o quasi sempre trovato a Milano il loro luogo centrale.

Se ci rivolgiamo all'offerta musicale questa, senza raggiungere i vertici di Vienna o Berlino o Lipsia, è senza dubbio più che decorosa, anche se la Scala sembra essere ritornata non rinnovata nello spirito e aperta come speravamo, ma rinnovata solo nei velluti e sempre più asserragliata come un maniero aperto solo agli “happy few” ed alle dispendiose lotte interne la cui chiave di lettura resta indecifrabile per i cittadini. Sul fronte teatrale, ci si difende, non c'è più Strehler, ma c'è Moni Ovaia; né, ahimé, c'è più, sembra, l'archivio di Strehler. Ed il nuovo rischio è di perdere anche quello di Dario Fo le cui carte sono conservate a Perugia. La leggerezza con cui Milano lascia fuggire gli archivi e le testimonianze di artisti, designer, uomini di cultura che hanno lavorato a Milano e da qui sono entrati nella storia culturale del ‘900, testimonianze di grande rilievo culturale, è incredibile. Oltre all'archivio di Strehler e di Fo penso all'archivio di Roberto Leydi, straordinario ricercatore di musica popolare la cui preziosa collezione di strumenti musicali, dischi e oggetti è oggi al Centro di Dialettologia e Etnografia di Bellinzona. Ci sono mostre – mercato di antiquariato che, da qualche tempo, perdono colpi non solo rispetto alle grandi mostre europee ma anche rispetto a quelle di varie città minori italiane. Ci sono le tante e grandi università (nell'insieme la più grande fabbrica milanese) che si sono svegliate da un lungo letargo e che si stanno sforzando di diventare parte della città e luoghi dove non si fa solo formazione ma anche cultura. Hanno fatto un buon tratto di strada in questa direzione e sembrano tutte ben incamminate, ma sono ancora lontane dalla meta. E c'è la Triennale che sembra rinata a nuova vita e il Museo della Scienza e della Tecnologia che, da qualche tempo, mostra una promettente vitalità ed il desiderio di diventare, finalmente, quello che può e deve diventare per questa città: un luogo culturalmente e professionalmente importante. Ma questo Museo, che è nazionale, in un paese civile dovrebbe ricevere un investimento minimo di 50 milioni di euro per essere posto non dico sullo stesso piano di Monaco Londra Parigi, ma per raggiungere rapidamente un livello accettabile. Se poi allunghiamo un po' gli occhi al di là delle mura spagnole scopriremo che vi sono tanti luoghi minori dove volontari ed appassionati, generosamente, tengono vive manifestazioni di vita culturale in quartieri periferici, dimenticati non solo dalle autorità ma anche dagli altri settori della classe dirigente. Questi luoghi e queste persone che producono buona cultura a bassissimo costo proprio perché sono fuori dallo “star system” e fanno cultura per se stessi, per il quartiere, per i giovani, meriterebbero un appoggio serio dal Rotary che, con contributi modesti, potrebbe determinare effetti diffusi assai importanti sul tessuto sociale e culturale della città.

In sostanza a me sembra che l'offerta di attività culturali non sia, nella nostra città, forse eccelsa, ma accettabile. Mi riferisco alla città nel suo insieme ed in tutte le sue componenti, pubbliche e private, e non necessariamente solo al Comune. Per quanto riguarda il Comune io penso che l'assessore Carrubba, nella disperante modestia dei mezzi su cui può contare, abbia fatto un ottimo lavoro. E Milano è una città che merita una buona offerta culturale, perché la domanda è elevata e raramente il pubblico milanese tradisce di fronte a manifestazioni di qualità. Che si tratti di letture di Dante alle Grazie, o di concerti di musica classica o di jazz di qualità, o di un coro a San Marco o del Capolavoro per Milano al Museo Diocesano, o di conferenze interessanti o di un recital di Moni Ovadia, il pubblico milanese non ti tradisce mai. Più difficile convincerlo ad associarsi ed a sostenere sistematicamente, con un contributo di capitale o di collaborazione, gli enti produttori di cultura che pure apprezza. Ma ha scritto bene Gaspare Barbiellini Amedei: “Finché Milano si mette in coda per trovare un posto dove godersi la lettura di un capitolo dei “Promessi Sposi”o di un canto della “Divina Commedia” il pessimismo può andare altrove a bussare alla porta”.

Eppure c'è del pessimismo in giro. C'è della tristezza in giro. C'è la sensazione che tutto quello che si fa (e, come ho detto, non è poco) resti slegato, professionalmente ineccepibile ma quasi fatto per dovere professionale, senza gioia, senza coinvolgimento, senza complicità vera. Una serie di cose in sé buone e, talora, eccellenti, ma che non compongono un paradigma comune, un disegno cittadino, che non contribuiscono ad unire ceti, mestieri e generazioni diverse, come deve essere invece, di un'autentica cultura cittadina.

Quali sono le ragioni di questo disagio? Io ne identifico soprattutto tre.

Scarsità di fondi pubblici
I fondi pubblici sono scarsi. Non voglio appesantire la mia esposizione con troppe cifre, che espongo in allegato alla mia relazione, ma qualche numero è indispensabile. Sarebbe ingiusto e sbagliato, peraltro, farne un discorso solo locale. Milano, in questo senso, non si discosta dal trend dominante a livello nazionale. Mentre la cultura e il turismo culturale dovrebbero essere fattori trainanti dello sviluppo italiano, non solo perché lo suggerisce l'art. 9 della Costituzione, non solo perché i nostri tesori d'arte non sono secondi a nessuno, ma perché l'osservazione socio-economica ci evidenzia, in tanti luoghi, che la cultura e il turismo culturale sono uno dei fattori chiave dello sviluppo contemporaneo (da Bilbao a Malaga, da Salisburgo a Vienna, da Genova a Mantova, da Dublino a Cork). Pensate che nel 2004 al Museo Guggenheim di Bilbao ci sono state 909.144 visite, mentre nella Valle dei templi di Agrigento da anni ci si aggira sulle 500 – 600.000 visite di turisti di passaggio. A Cork (seconda città dell'Eire con 140 mila abitanti) che sarà città europea della cultura nel 2005, sono stati programmati 5mila eventi nell'ambito di 236 progetti culturali. Ma anche da noi in numerose città cosiddette minori (penso sopratutto a Mantova, Ravenna, Ferrara) che, talora, si sono consorziate, si sta facendo un buon lavoro. Non metto negli esempi positivi Brescia che con una mostra su Monet ha attirato 280 mila visitatori che dovrebbero salire a 400 mila, perché non basta la quantità dei visitatori. Deve trattarsi di progetti congeniali alla città, calati nella sua cultura, capaci di lasciare qualcosa di duraturo. E deve trattarsi di progetti i cui costi mediatici non siano esagerati. Il festival letterario di Mantova è un buon esempio di ciò. Queste mostre di Brescia sono, sul lungo termine, un esempio negativo. Sottoscrivo in toto quello che ha scritto Graziano Tarantini sul Giornale di Brescia del 22.10.2004:

“In tutta questa operazione c'è qualcosa che non quadra. Questa cultura da supermercato non ci appartiene. Sull'effetto di cannibalizzazione che una politica culturale di questo tipo, polarizzando risorse e attenzione, produce sulle tante iniziative che nascono dal basso, non vorrei soffermarmi. Mi limito a un'osservazione. Nessuno mette in discussione il valore senza pari di un quadro di Monet, ma se tutto questo avrà l'effetto di indebolire e impoverire la capacità e la possibilità di tanti che con scarsi mezzi cercano di fare cultura a Brescia, sarebbe stato meglio che fosse rimasto a Parigi. In un'intervista rilasciata nel 1976 a un periodico bresciano Giovanni Testori diceva: “La cultura bresciana ha sempre avuto una funzione di opposizione ai grandi stilemi, ai grandi trionfalismi, anche ai grandi idealismi del Rinascimento: ha portato avanti il peso, il diritto, il sudore, il dolore di una realtà – allora si diceva – più bassa, una realtà più inespressa e ha trovato i termini culturali, e quindi anche formali, per esprimere contro questa realtà dei grandi, dei principi, delle corti, la realtà invece del popolo o quanto meno di zone della vita sociale, morale, religiosa, lasciate perennemente in disparte”. Certo vedere la cultura bresciana oggi trasformata da chi pretende di interpretarla in un fenomeno da centro commerciale mette un po' di tristezza. Che dire? Benvenuti a Brescia provincia della cultura e dell'arte!”.

Ma ritorniamo ai fondi pubblici nazionali. Secondo elaborazioni recenti del Touring, il turismo culturale cresce ma lo Stato italiano non investe: la spesa pubblica per beni artistici e culturali è stata, nel 2003, di 99 euro pro-capite in Germania; di 119 euro pro-capite in Francia; e solo di 57 euro pro-capite in Italia. L'Italia ha speso 3.3 miliardi contro 1.1 miliardi del Portogallo ma con un PIL dieci volte più grande; e contro 2.2 miliardi della Spagna con un PIL che è la metà di quello italiano. Dati analoghi si ritrovano in relazione alle spese degli enti locali (nel 2003 1.2 miliardi in Italia, 4.6 in Francia, 7.2 in Germania). Ma è proprio addentrandoci negli enti locali che troviamo una molto sgradita sorpresa (confesso che per me è stata proprio una sorpresa). Nel 2000 (ultimi dati disponibili e ciò è molto deplorevole) la Lombardia, con un investimento di 4,23 euro per cittadino, si colloca al terzultimo posto tra le regioni italiane, ben al di sotto della media delle regioni italiane che è di 13,9 euro per persona. Questo dato mi ha molto sorpreso; non mi aspettavo che fosse così brutto. Ma confesso che non ho avuto tempo di approfondirne le ragioni e di fare adeguati raffronti. Certo è che la risposta fornita dall'assessore Albertoni non è soddisfacente. L'assessore ha detto: “La Lombardia ha una popolazione di 9 milioni e 200 mila abitanti, il Molise 270 mila; però il trasferimento pro capite dello Stato è lo stesso”. Ma perché dovrebbe essere diverso, se parliamo di trasferimento pro-capite? Il cittadino del Molise ha diritto alla stessa quota del milanese; caso mai, ad una quota pro-capite un po' più elevata per raggiungere una cifra assoluta di un livello minimo e per bilanciare le minori possibilità che il cittadino del Molise ha di contare anche su fondi privati. Probabilmente per una visione completa bisognerebbe aggiungere quelle spese, di natura culturale, che fanno capo ad altri assessorati e soprattutto alla Presidenza. Va anche aggiunto che la Regione spende bene ed ha dato vita negli ultimi anni ad una politica basata su un pensiero professionale. La stessa modestia della spesa pubblica si trasferisce a livello della Provincia e del Comune di Milano come indico nelle tabelle allegate. Ma la spesa pubblica non può e non deve essere l'unica fonte di una vita culturale viva. Non ho dati affidabili sugli investimenti privati, quindi mi muovo un po' a tentoni e per impressioni. Tutti gli enti e organismi interessati ad una città culturalmente viva devono impegnarsi, nel loro stesso interesse, per sostenerne lo sviluppo. A Milano e in Lombardia abbiamo per fortuna la Fondazione Cariplo che fa un magnifico lavoro, alla quale dobbiamo essere molto grati.

Io personalmente le sono debitamente grato, come cittadino e come presidente della Fondazione Orchestra Verdi che tanto deve alla Fondazione Cariplo.

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