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E qui si innesta l'ultima riflessione alla quale mi avete invitato, chiedendomi di riflettere su “Bonhoeffer e le radici cristiane dell'Europa”. D.B. vive in un'epoca in cui la persona, l'individuo non è nulla di fronte allo Stato, al potere dello Stato. Questo avviene in Europa, in Germania, nel cuore dell'Europa. Ma questa visione è anticristiana ed antieuropea. Il 30 gennaio 1933, dopo il fallimento di tutti i partiti politici, il vecchio maresciallo Hinderburg chiamava alla cancelleria Hitler che poco dopo, con la morte di Hinderburg, unificava in se tutto il potere. E la resistenza di Bonhoeffer inizia, come ho già detto, in quello stesso 1933. Il primo è un intervento radiofonico, del primo marzo, nel quale il ventisettenne pastore contesta da un punto di vista cristiano il concetto di “fuehrer” che i teorici del totalitarismo stanno immettendo, come un veleno, nella testa del popolo tedesco. La trasmissione sarà interrotta ed è questo il primo provvedimento restrittivo contro Bonhoeffer. Il secondo gesto di opposizione è uno scritto nel quale D.B. prende posizione negativa contro il divieto imposto alle Chiese di accettare degli ebrei tra i loro membri. Sono gesti di opposizione che derivano coerentemente dal suo essere cristiano. D.B. non fa gesti clamorosi. Rimane solo se stesso, cristiano ed europeo. E ciò lo porta quasi come cosa naturale ad entrare nella resistenza. “Constatò di essere contro il nazionalsocialismo e di esserlo per dei motivi che stavano al centro della sua esistenza” (Georges Hondin). La visione filosofica di D.B. basata sui limiti del potere statuale, sul valore assoluto dell'individuo, della persona fatta ad immagine e somiglianza di Dio, sul valore assoluto della libertà e responsabilità dell'individuo, sul valore delle società intermedie e delle comunità si inserisce nel grande filone del pensiero socio – politico cristiano e segnatamente cattolico, che caratterizzerà in maniera determinante il nuovo ordinamento europeo. Esso non è astratto e sganciato da una certa concezione dell'uomo nella società e da un preciso sistema di valori. Al contrario esso è il farsi storia, il farsi diritto della visione comune e dei valori comuni che nacquero dalle macerie della guerra e dal crollo dei regimi totalitari. Essi furono esposti nel primo discorso pubblico di Adenauer nell'Università di Colonia nel marzo 1946, nel quale egli espose i cardini della nuova politica: lo Stato non doveva mai più porsi su un piano di superiorità rispetto alla persona e alla famiglia; al centro dell'economia c'è la persona; la libera iniziativa non è una concessione ma un diritto primordiale dell'uomo. Con questa impostazione Adenauer divenne grande leader non solo della Germania ma di tutta la nuova Europa, della nostra Europa. Si tratta dei principi posti a base della grande politica economico-sociale di Adenauer e Erhard sui quali è stata costruita la nuova Germania. Erano i principi della economia sociale di mercato che furono messi a punto nella seconda parte degli anni '30 da un gruppo di eminenti sociologi ed economisti dell'Università di Friburgo (scuola chiamata poi “Ordoliberalismus”), guidata da Walter Eucken, apertamente antinazista sin dal 1935, che raccolse intorno a se, in una posizione di resistenza, numerosi economisti, da Costantin von Ditze a Lambe (entrambi arrestati dalla Ghestapo dopo l'attentato del luglio 1944 ma, a differenza di D.B. sopravvissero) a, nella parte finale, Roepke e lo stesso Erhard. E' significativo che questo gruppo nel 1942 producesse una memoria sul nuovo ordine sociale ed economico della Germania post-nazista che venne consegnato al teologo proprio di Berlino Dietrich Bonhoeffer. E' un documento che delinea chiaramente i principi dell'economia sociale di mercato basata sul valore della persona e del suo libero agire economico e sociale. E' la stessa concezione che De Gasperi formulò nel 1953: “la società europea, nonostante molte deviazioni e frequenti contrasti, riconosce che le sue origini, il suo corso, le sue evoluzioni, la portano a collocare al suo centro non lo Stato, non la collettività, ma l'uomo”. E' la concezione che prende le mosse dalle prime comunità cristiane che di fronte al moloc dello Stato – impero romano affermarono il principio rivoluzionario. “Civitas propter cives, non cives propter civitatem”. E' la concezione che troviamo nell'art. 3 del trattato costituente dell'Unione Europea. Ma per capire il significato di questo articolo fondamentale è necessaria una deviazione sul terreno economico.

Da qualche anno l'Europa risuona del lamento del crescente divario con gli USA e soffre della sindrome del “caching up”. E' una sindrome che noi in Italia conosciamo bene. Essa è infatti, nella sostanza, non dissimile da quella che ha contribuito a rovinare il mezzogiorno d'Italia. Da circa 60 anni scuole di economisti influenti hanno lanciato per il mezzogiorno l'obiettivo di diventare come il Nord, percorrendo gli stessi sentieri di crescita e coprendo il “divario” con lo stesso. Sono stati così fissati obiettivi sbagliati e distorti, realizzati investimenti e sviluppi innaturali; alimentate montagne di frustrazioni. Quanto diverso sarebbe stato il risultato se lo sforzo fosse stato diretto ad aiutare il mezzogiorno a dotarsi di un proprio progetto di sviluppo, basato sulla valorizzazione dei suoi talenti e sulle correzioni dei suoi vizi specifici (che con lo schema del “caching up” sono stati invece esaltati). Ora non mi rallegra vedere che lo stesso meccanismo perverso si ripete nei rapporti Europa Usa. Secondo molti economisti e politici europei l'Europa starebbe andando in rovina perché il suo ritmo di crescita è molto inferiore a quello degli USA sicché l'imperativo categorico sarebbe di correre dietro agli USA, imitandoli in tutto e per tutto e raggiungere lo stesso livello di crescita, il “caching up” appunto. Invece noi europei dobbiamo pensare al nostro sviluppo, con un nostro ritmo di crescita, e se è vero che entrambi devono essere rafforzati, non lo saranno certo attraverso una ottusa imitazione degli USA. Noi europei, per esistere come tali, non solo non possiamo ma neanche dobbiamo, avere davanti a noi l'obiettivo mitizzato della crescita americana. Questa crescita e questo tipo di crescita, ad esempio, è irraggiungibile senza il ruolo decisivo del keynesismo militare, senza il peso nazionale ed internazionale dell'apparato militare – industriale del pericolo del quale Eisenhower preavvertì i suoi concittadini nel suo ultimo discorso e che oggi vive la sua fulgida maturità; è irraggiungibile senza le colossali commesse di ricerca del Governo americano; è irraggiungibile senza la capacità di alimentare grandi deficit con i surplus finanziari dei paesi fornitori. Forse oltre alla flessibilità del lavoro l'eccellente crescita americana degli ultimi anni ha qualcosa a che fare con il fatto che il saldo del bilancio federale è passato da un surplus del 2,4% del PIL nel 2000 ad un deficit del 3,6 del PIL nel 2004.

Quindi rimettiamo in moto l'Europa sia per motivi politici che per motivi economici ma secondo un suo disegno di sviluppo, una sua strategia, le sue possibilità, il suo modo di intendere la vita e lo sviluppo. Diciamolo pure sottovoce ma le divergenze tra USA e Europa sono fondamentali, crescenti e utili. Questa non vuol dire essere ostili all'America, ma vuol dire esistere per se stessi. Nel primo quinquennio degli anni '90 la crescita della produttività del lavoro (Pil per ora lavorata) era ancora più elevata in Europa rispetto agli Stati Uniti, come lo era stata sempre per tutto il dopoguerra sino al 1995. Da allora la produttività USA supera quella Europea e le spiegazioni sino ad ora fornite non appaiono del tutto convincenti. Gran parte del divario di produttività di cui tanto si parla fra Europa e Stati Uniti è legato al settore dei servizi e, in questo settore, il 55% è dovuto al dettaglio, il 24% all'ingrosso e il 20% ai servizi finanziari. La liberalizzazione dei servizi finanziari può fare molto, ma giustamente un bravo economista americano come Gordon osserva che gli europei non hanno nessuna intenzione di adottare come modello i big boxes che caratterizzano la distribuzione USA. E sinceramente non vedrei di buon occhio un proliferare di Wal-Mart nelle nostre città storiche.

Ma la cosa più importante di tutte è di non perdere di vista una nostra struttura socio-economica, un nostro pensiero socio-economico che, forse, non assicura la crescita di tipo americano ma persegue l'obiettivo di un sistema economico più equilibrato, più civile, più compatibile, più rispettoso degli altri e del mondo. Molti economisti italiani hanno irriso al'art. 3 del Trattato costituzionale con la sua pretesa di conciliare il concetto di crescita economica, competitività, concorrenza con un'attenzione alla coesione sociale ed alla qualità della vita. Ed invece questa è la nostra grande scommessa, è la nostra grande sfida e la nostra speranza e il nostro contributo, è il nostro valore aggiunto.

L'art. 3 delinea i principi fondamentali dell'economa dell'UE, nel quadro di un progetto di sviluppo basato “ su una crescita economica equilibrata, un'economia sociale di mercato fortemente competitiva che mira alla piena occupazione , al progresso sociale ed ad un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente” combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni; promuove la visione economica, sociale e territoriale e la solidarietà tra gli Stati membri; riconferma le libertà fondamentali di circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali e garantisce la libertà di stabilimento, costituisce il sistema delle banche centrali che fa capo alla Banca centrale europea la cui indipendenza “nell'esercizio dei suoi poteri e nelle sue finanze” è costituzionalmente riconosciuta; riconosce la necessità di un commercio internazionale “libero ed equo”, pone la persona al centro della sua azione. Questa è l'Europa. Chi è dentro a questi principi è in Europa; chi è fuori è fuori, qualunque sia la contiguità fisica. Noi crediamo che conciliare questi obietti, ancorché difficile, sia possibile. Così come crediamo che sia possibile correggere la degenerazione di certi eccessi di socialità che hanno, in parte, imbalsamato certe componenti della nostra società.

Tutto questo fonda l'identità economica-sociale europea nella diversità. Ed è un'identità che viene da lontano, che è stata filtrata dalla sofferenza. L'economia sociale di mercato non è una formula inventata da qualche comunicatore. Essa, come ho già detto, sintetizza una concezione della economia e della società in base alla quel Adenauer ed Erhard fondarono la ricostruzione dell'economia e della democrazia tedesca, asse portante dell'economia e della democrazia europea. Affermando questi valori Adenauer diventò un grande leader non solo della Germania ma della nuova Europa, perché erano le idee che la gente vedeva scritte sulle macerie della grande tragedia; e quelle idee non erano in Adenauer frutto di opportunismo ma erano radicate in un suo profondo sistema di valori, il personalismo cristiano, che aveva coerentemente alimentato e testimoniato durante tutta la vita, ergendosi a inflessibile critico di certi tradizionali valori tedeschi che erano confluiti nel nazionalsocialismo.

L'articolo 3 del trattato costituzionale europeo non potrebbe essere sottoscritto da nessun presidente americano, rappresentante di una società ed un'economia che ha fatto della competizione fine a se stesso, del darvinismo sociale più impietoso, delle discriminazioni economico-sociali, valori assoluti. Esso è dunque fondante dell'identità europea e chi pensa che il destino dell'Europa sia solo di correre dietro al modello americano fa un cattivo servizio all'Europa ed al mondo, come chi dice che l'Europa non ha valori comuni dà solo testimonianza della sua ignoranza.

E' stato triste vedere che le gerarchie della Chiesa e molti intellettuali cattolici si siano battuti per far entrare nel preambolo alcune parole inutili sulle radici cristiane dell'Europa invece di capire e di valorizzare il fatto che non solo le radici ma il tronco e il cuore dell'intera costruzione della nuova Europa sono pervasi dal grande pensiero socio – economico cristiano. Sono convinto che D.B. avrebbe violentemente avversato questa ricerca di una specie di bollino di qualità ed avrebbe, invece, sottolineato che cristiano è l'art. 3 e tutto il complesso sistema di bilanciamento di poteri che emerge dalla costruzione europea. Nel luglio 1944 Eberhard Bethge è soldato semplice della Wehrmacht in Italia e la sua unità è acquartierata presso Canossa. In una lettera clandestina inviata dal carcere D.B. ripropone una riflessione nuova su Canossa di come uno di quegli episodi della lotta tra impero e papato che ha impedito all'Europa di diventare un impero di tipo orientale: “Noi tutti a scuola abbiamo imparato a considerare questi grandi conflitti come una calamità per l'Europa. Ma in realtà in essi si nasconde l'origine di quella libertà spirituale che ha fatto grande questo continente”. Penso anche che D.B. avrebbe apprezzato e riconosciuto le radici cristiane nelle prime parole dell'art.3 (Obiettivi dell'Unione Europea) che affermano: “l'Unione si prefigge di promuovere la pace”. Ma poiché la pace è indivisibile e non si può fermare ai confini dell'Unione, noi dobbiamo dire ai giovani che siamo orgogliosi di appartenere ad un'Unione che si prefigge questo come suo obiettivo primario e dobbiamo incitarli a prodigarsi affinché questo grande obiettivo che la nostra generazione, anche grazie a persone come D.B., ha realizzato nell'interno dell'Unione, dopo secoli di sanguinose guerre, venga portato anche fuori dall'Unione ed in primo luogo nei vicini Paesi dei Balcani, del Medio Oriente, dell'Africa. Anche la buona economia dipenderà dal perseguimento di questo obiettivo primario. E' proprio sul fronte della concezione dell'uso della forza militare, sul concetto di pace e di guerra che si va aprendo un altro divario sempre più forte tra Europa e America. Ecco un altro tema dove la parola di un D.B. ci manca terribilmente. L'Europa ha tante cose e tanti valori in comune con gli USA ma non coincide e non è totalmente subordinata agli USA come i neoconservatori americani vorrebbero e come alcuni gauleiter europei cercano di realizzare. Robert Kagan, nel suo lucidissimo e crudo: Paradiso e potere (Of Paradise and Power, 2003), ha posto in luce le ragioni per cui dobbiamo prepararci razionalmente a divergenze significative e crescenti tra USA e Europa: gli USA sono condannati a perseguire il ruolo di iperpotenza militare e tecnologica ed a guidare il mondo con la forza in un crudo approccio hobbesiano; l'Europa, sotto lo scudo difensivo della Nato, può coltivare il suo paradiso di un approccio kantiano basato sulla ragione, sulla tolleranza, sulla pace. Nelle parole di Kagan non manca un certo senso di scherno e di disprezzo verso questa Europa gentile ed un po' effeminata, in un significato non dissimile dalla parola usata da Raumsfeld quando, nel corso della guerra con l'Iraq, parlava di una “vecchia Europa”, che non vuole prendersi impegni coraggiosi; ma anche se questo tono può dare fastidio, esso aiuta a capire la realtà: “I leader americani credono che la sicurezza globale e l'ordine liberale – insieme al paradiso “postmoderno” dell'Europa non sopravviveranno a lungo se gli Stati Uniti non useranno il loro potere nel mondo pericoloso hobbesiano che ancora si agita al di fuori dell'Europa. In conclusione, gli Stati Uniti, benché abbiano svolto un ruolo fondamentale nel condurre l'Europa dentro il suo paradiso kantiano, e ancora lo svolgano nel renderlo possibile, non possono varcare la soglia dell'Eden. Essi restano, con tutta la loro enorme potenza, impigliati nella storia, a vedersela con i Saddam e gli ayatollah, con i Kim Jing II e gli Jian Zenin, lasciando agli altri la maggior parte dei benefici (…) A volte (gli USA) devono agire unilateralmente, non perché abbiano la passione dell'unilateralismo, ma perché, con un'Europa debole, che ha rinunciato alla politica di potenza, non hanno altra scelta se non agire unilateralmente”. E' vero che l'Europa ha rinunciato alla politica di potenza. Ma è questo un male o una speranza per l'intera umanità, l'indicazione di una via possibile? E' vero che l'Europa è militarmente debole. Ma l'essere militarmente deboli autorizza a parlare semplicemente di una Europa debole in generale? Non vi è il rischio che Kagan e i neoconservatori americani commettano qui un errore di prospettiva analogo a quello che commise Stalin quando sprezzantemente chiese su quante divisioni poteva contare il pontefice? E poi verso quali ipotetici nemici indirizzerebbe le sue ipotetiche armate l'Unione Europea? Chi preme alle sue frontiere?Quali territori deve conquistare? Ma i grandi nemici della pace in questa fase storica non si chiamano terrorismo, fondamentalismo islamico, miseria ed esclusione dai diritti fondamentali di miliardi di persone, globalizzazione non equa e non governata, squilibrio tra crescita economica e ambiente? E siamo sicuri che il contributo dell'Europa al mondo su questi temi sarebbe più utile se anch'essa congelasse il 3-4% o sino al 7% (come in passato hanno fatto gli USA) del PIl per aspirare a diventare una potenza militare? Ma il terrorismo e gli altri mali elencati non si affrontano meglio con mezzi diversi dagli elicotteri “apache” e dai missili?

Coerentemente con tale impostazione potremmo escludere l'esigenza di spese militari da parte dell'Unione. Tuttavia mi sembra condivisibile la linea di Todorov che ritiene una forza militare europea comunque necessaria, e quindi un po' di spese militari dovranno essere messo in conto nel bilancio dell'Unione. Non per avviare una politica di potenza, per scimmiottare gli Stati Uniti, non per nutrire l'ambizione di gestire o intervenire negli affari del mondo intero, ma per esercitare una “potenza tranquilla” in relazione ad obiettivi limitati, sostanzialmente di peace keeping, di antiterrorismo con unità superspecializzate ed una grande intelligence europea, e di interventi nelle grandi calamità naturali. Per il resto il contributo maggiore alla pace l'Europa può darlo con il suo esempio di forza gentile, come ha testimoniato John Hume, premio Nobel per la pace 1999, affermando che il ristabilimento della pace in Irlanda del Nord è stato possibile applicando tre principi ricevuti dall'esperienza europea.

Problemi terribilmente complessi dove nessuno ha la verità in tasca. Ma forse riflettere su quello struggente appello di D.B., lanciato mentre rullavano i tamburi di quella che di lì a poco sarebbe diventata una carneficina mondiale di proporzioni immense, riflettere su quel : “rischiate la pace”, potrebbe essere di giovamento anche ai nuovi signori della guerra che siedono a Washington. Molto altro si può dire di D.B. ma io spero che quello che ho detto sin qui, sia sufficiente per suscitare il vostro interesse verso una delle più luminose, umane e profonde personalità del ‘900. In un momento in cui l'Europa sembra essere, una nuova volta, avviata a perdere la bussola ed in cui i grandi valori cristiani e civili che l'hanno guidata negli ultimi cinquant'anni si stanno nuovamente disperdendo sotto la spinta della mediocrità, della meschinità, e dei risorgenti nazionalismi, ritornare sui personaggi come D.B. e sul loro pensiero può aiutarci a ritrovare la corretta via che persone come Bonhoeffer ci hanno indicato in piena aderenza e coerenza con un cristianesimo esigente e forte. Oggi, come non mai, l'Europa ha bisogno di ricuperare il suo pensiero forte cristiano, per intenderci non quello clericale burocratico e di potere dei Ruini ma quello spirituale e audace dei Dietrich Bonhoeffer.

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