Pubblicato su Politica Domani Num 8 - Novembre 2001

Non violenza
ALDO CAPITINI
Iniziatore delle marce della pace, è stato un sostenitore coerente dei metodi della non violenza.


Maria Mezzina

24 settembre 1961. Perugia-Assisi. Prima marcia per la Pace e la fratellanza fra i popoli. In testa al corteo, dietro una vecchia Fiat 500, c'è Aldo Capitini, colui che ha ideato, voluto e organizzato la manifestazione.
Nato nel 1899, Capitini si laurea presso la Normale di Pisa dove riceve da Gentile l'incarico di segretario economo dell'istituto. È qui che ha origine la sua attività di educatore dei giovani; in questa sede ha modo di approfondire le tesi e i metodi della non violenza di Gandhi, trovando in essi la capacità di opporsi al fascismo di cui rifiuterà la tessera di partito.
Benedetto Croce, per aiutarlo nella sua opera di educatore dei giovani e di collegamento fra di essi, fa pubblicare in un libro gli scritti che Capitini gli aveva sottoposto per fargli conoscere le idee che andava diffondendo. Il libro sfugge alla censura del tempo grazie al suo titolo: "Elementi di un'esperienza religiosa". Gli argomenti trattati, non sempre condivisi, sono capaci però di segnare profondamente le coscienze di chi ne veniva a contatto, per la forza morale implicita (vi si parla di nonviolenza, di non uccisione, di non menzogna, di non collaborazione, di religiosità, di libertà, di apertura agli altri.
La posizione politica di Capitini è intrisa di liberalsocialismo; ma il suo è ben lontano dall'essere un miscuglio di liberismo e di socialismo: esso si risolve in tensione etica, nella grande visione di una distribuzione più larga e più equa possibile delle risorse economiche e nella più grande libertà culturale, spirituale e religiosa. Il suo non è l'atteggiamento un po' altero dell'intellettuale riformista; vive in lui un'anima profondamente popolare che lo spinge a ricercare nella masse, anche attraverso le rivoluzioni - purché non violente - lo strumento per allargare a tutta la società la tensione morale che sottende le sue tesi.
Durante il fascismo conosce il carcere di cui teme soprattutto gli interrogatori "…perché con essi potevo compromettere centinaia e centinaia di persone. Piero Calamandrei tempo prima ci aveva consigliato di negare, negare sempre. Io avevo, invece, il principio religioso della non menzogna, di non dire una cosa per un'altra".
Così come aveva rifiutato la tessera del partito fascista, rifiuterà in seguito di iscriversi a qualsiasi partito; per questo sarà lasciato fuori dal C.N.L. (Comitato di Liberazione Nazionale), sarà quindi escluso dalla Costituente e da tante altre cariche pubbliche.
Nel 1949 un giovane, Pietro Pinna, viene condannato per avere presentato una formale obiezione di coscienza; non è il primo, ma Aldo Capitini, che lo aveva conosciuto, interviene in suo favore sulla stampa e da allora si assume l'impegno di sostenere l'obiezione di coscienza.
Gli anni '50 sono ricchi di iniziative, studi, pubblicazioni, seminari e lezioni sulla non violenza. Le idee di Capitini si trovano ad essere spesso in contrapposizione con le posizioni della Chiesa ufficiale del tempo. Il suo libro "Religione aperta" (1955), ricco di considerazioni e di soluzioni pratiche a problemi da sempre alla base del suo impegno morale (libertà, amore, morte, peccato, Dio, pena, dolore, non violenza, …) viene posto all'indice dei libri proibiti. Capitini ne è profondamente colpito. I suoi giudizi sulla Chiesa ufficiale, compreso Papa Pio XII, sono spesso negativi e i suoi atteggiamenti di aperta contrapposizione (chiede al suo Arcivescovo di essere tolto dall'elenco dei "sudditi", in quanto battezzati della gerarchia ecclesiastica).
Nel 1960 incontra don Dilani il quale più tardi, gravemente ammalato gli affiderà la diffusione del libro "Lettera a una Professoressa".
Oltre a lavorare per diffondere i metodi della non violenza, Capitini si adopera a favore della democrazia che egli intende come partecipazione di tutti, a partire dal basso. Fonda il mensile Il potere di tutti che tratta del problema della democrazia diretta e del controllo dal basso delle istituzioni.
Muore il 19 ottobre 1969. Solo pochi giorni prima, il 6 ottobre, aveva scritto l'ultima (la 63a) delle sue Lettere di religione, "La forza preziosa dei piccoli gruppi".

 

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