Pubblicato su politicadomani Num 77 - Febbraio 2008

Occupazione giovanile
Il lavoro dei giovani e il peso del mancato raccordo tra scuola e lavoro
Insieme al ben noto e persistente divario fra Nord e Sud, ciò che più incide in modo negativo sull'andamento del nostro mercato del lavoro sono i dati sulla occupazione giovanile. La percezione è che il nostro sia un Paese in declino e senza futuro perché è incapace di investire sui giovani e, dunque, su se stesso

di Michele Tiraboschi

Il 2008 si è aperto con alcune importanti attestazioni internazionali sul buon andamento del mercato del lavoro italiano. I dati comparati resi noti nei giorni scorsi dall'Eurostat e, a seguire, dall'Ocse hanno confermato la strepitosa performance occupazionale degli ultimi anni. Il tasso di disoccupazione in Italia è sceso al 6 per cento. Esattamente la metà di quanto registravamo nel decennio precedente, prima dell'avvio delle riforme Treu e Biagi del mercato del lavoro. Anche se di poco, ci collochiamo al di sotto della media europea (6,9 per cento) e, soprattutto, registriamo dati decisamente migliori rispetto ai nostri maggiori competitori europei. Pensiamo alla Germania e alla Francia. Ma anche alla Spagna che, almeno sui principali indicatori del mercato del lavoro, non ci ha ancora superati.
In dieci anni le imprese italiane sono state capaci di creare oltre 3 milioni e mezzo di nuovi posti di lavoro aggiuntivi. Il che si traduce in un incremento del tasso di occupazione regolare di quasi 10 punti percentuali. Con tutto quello che ne consegue in termini di maggiore dotazione di capitale umano, maggiore inclusione sociale e anche maggiori introiti (leggasi tasse e contributi previdenziali) per le casse dello Stato. Eppure la percezione diffusa, tra noi italiani, è ancora quella di un mercato del lavoro tra i peggiori d'Europa. Un mercato segnato dalla piaga del precariato e dalla scarsità di occasioni di lavoro di qualità. Non si spiegherebbe, del resto, l'indiscutibile successo di un libro come quello di Beppe Grillo, emblematicamente intitolato Schiavi moderni, che raccoglie centinaia di testimonianze di rabbia e insoddisfazione per come funziona il nostro mercato del lavoro.
Certamente, con il nostro modesto 59,1 per cento, siamo ancora molto lontani dagli obiettivi di Lisbona che, per competere con economie come quella americana, giapponese e cinese, fissano il tasso di occupazione al 70 per cento. Tuttavia, accanto ai noti e persistenti divari geografici, ciò che maggiormente incide sulla percezione ancora fortemente negativa dell'andamento del nostro mercato del lavoro sono, senza dubbio, i dati sulla occupazione giovanile. È su questo fronte che si concentrano le maggiori preoccupazioni. Tanto da alimentare l'idea di un Paese in declino e senza futuro proprio perché incapace di investire sui giovani e, dunque, su se stesso. Sono le stesse fonti internazionali sopra richiamate a confermare la gravità del problema.
A fronte di una media nazionale del 6 per cento, il tasso di disoccupazione giovanile passa bruscamente al 20 per cento, che aumenta poi sensibilmente se consideriamo l'andamento della occupazione femminile. Peggio di noi stanno soltanto la Romania, la Polonia e la Grecia che, con un tasso di disoccupazione giovanile pari al 22,6 per cento, si colloca al primo posto di questa poco invidiabile graduatoria. Tutta colpa di un mercato del lavoro costruito a immagine e somiglianza del lavoratore maschio e adulto? O piuttosto colpa del pacchetto Treu e della Legge Biagi, che hanno portato le imprese a offrire ai nostri giovani solo lavori precari che vengono poi regolarmente rifiutati da chi (e non sono pochi) può permetterselo magari a spese della propria famiglia?
A ben vedere nessuno di questi interrogativi, che pure alimentano costantemente i nostri dibattiti sui temi del lavoro, coglie il cuore della questione. È semmai una recente ricerca comparata del Bureau of Labor Statistics del Governo americano (nel Bollettino Adapt n. 2, 22 gennaio 2008) a fornire preziosi elementi di riflessione che confermano l'importanza di alcune intuizioni contenute nelle più recenti riforme della scuola e del mercato del lavoro, ma rimaste poi prive di adeguata implementazione. Il Bureau of Labor Statistics statunitense (si veda grafico 1 che segue) ha infatti bene evidenziato come i tassi di disoccupazione italiani, riferiti a soggetti con più di 25 anni, siano perfettamente in linea con la media degli altri Paesi, mentre peggiorano drasticamente nella fascia di età tra i 20 e i 24 anni e ancor di più nella fascia tra i 15 e i 19 anni. Ed è qui che sta la vera anomalia italiana e, con essa, la spiegazione delle pessime performance del nostro Paese con riferimento alla occupazione giovanile. La verità, infatti, è che una buona parte dei giovani italiani non ha alcun contatto con il mondo del lavoro. L'età media di accesso al lavoro è di oltre 25 anni e anche più se parliamo di laureati, mentre ancora troppo alto è il tasso di dispersione scolastica che si colloca tra i peggiori d'Europa. La differenza con gli altri Paesi è tutta qui, nella diffidenza cioè verso forme di lavoro a tempo parziale. E anche nella mancanza di veri e propri percorsi formativi ed educativi in alternanza, capaci di valorizzare la valenza formativa del lavoro, così come l'assenza di centri di placement e orientamento al lavoro nelle scuole e nella maggior parte delle università italiane. Eppure il futuro occupazionale dei nostri giovani si costruisce qui. Lavorando cioè sulla qualità del sistema educativo e sul quel gioco di anticipo che consenta, attraverso un effettivo raccordo tra scuola e impresa, un tempestivo ingresso nel mercato del lavoro. In verità, con le riforme Biagi e Moratti, il quadro normativo si era formalmente collocato in questa direzione. Ma le molte previsioni di legge in materia sono rimaste sostanzialmente lettera morta nella prassi operativa. Non tanto per cattiva volontà, crediamo. Quanto piuttosto per il radicamento di una concezione assai vecchia dei modelli educativi e formativi. Una concezione lontana dalle logiche dei nuovi modelli di produzione e organizzazione del lavoro e che ci porta ancora a vedere nella scuola e nel lavoro due mondi inesorabilmente separati.

Grafici e Tabelle

 

Articolo ricevuto dal Prof. Michele Tiraboschi e pubblicato anche su: Bollettino Adapt, 22 gennaio 2008, n. 2 e Il Sole 24 Ore, 22 gennaio 2008.

Informazioni:
www.fmb.unimore.it

 

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