Pubblicato su politicadomani Num 77 - Febbraio 2008

L'anima attraverso gli occhi
Intervista al regista Saverio Costanzo
Riflessione sul libero arbitrio e sulle dinamiche del potere, "In memoria di me" ha convinto la platea berlinese mettendo in scena tre novizi di fronte a scelte estreme

di Cristiana Paternò*

Un esercizio spirituale. O, se preferite, un thriller spiritual-metafisico, come l'ha definito Furio Monicelli, autore del romanzo a cui è ispirato. "In memoria di me", unico film italiano del concorso berlinese, è uscito dalla competizione con una grande attenzione della critica. Il poco più che trentenne Saverio Costanzo ha superato la sfida difficile di questa sua opera seconda dopo il successo internazionale di "Private", che ha quasi sfiorato l'Oscar. Il regista prosegue con questo film la riflessione sulla libertà e sulle dinamiche del potere, raccontando l'esperienza di un giovane ambizioso e intelligente, ma insoddisfatto della sua vita dorata (l'attore bulgaro Christo Jivkov, già interprete per Ermanno Olmi de "Il mestiere delle armi") che sceglie il noviziato con l'aspirazione di diventare il "gesuita perfetto". "Non volevamo fare un film religioso, perché il discernimento che i gesuiti insegnano può essere applicato ovunque, ogni scelta ci pone davanti a una lotta interiore". Così il personaggio principale, Andrea, che dietro la siderale freddezza e la razionalità quasi disumana nasconde una profonda paura del dolore e del coinvolgimento, si sdoppia nel novizio Zanna (Filippo Timi), con la sua sofferta capacità di amore e compassione e la sua ribellione.
Si tratta di un film ambiguo, volutamente ambiguo. "Il sorriso di Andrea è misterioso, non concluso", dice Costanzo e non sorprende scoprire che Marco Bellocchio sia per lui un maestro dichiarato. Ma la prospettiva laica qui si innesta sulla ricerca di un oltre, di un altrove. Saverio racconta delle sue lunghe conversazioni con una monaca del Priorato di Bose e confessa: "Il rapporto con i monaci mi ha molto indirizzato. A Bose ti accolgono senza chiederti niente". Fondamentale è stato anche il confronto con sua madre, Flaminia Morandi, giornalista e scrittrice che si è occupata di teologia. Infine, nella preparazione del film, c'è stata una settimana di esercizi spirituali per tutto il cast.

Come è nata l'idea di questo film, certo non banale nel panorama del cinema italiano contemporaneo?
Semplicemente Mario Gianani, il mio produttore, mi ha fatto leggere il libro di Furio Monicelli, "Lacrime impure", mentre ancora stavo girando "Private". Il tema mi era congeniale, anche se Monicelli, che oggi ha 83 anni e che ha fatto l'esperienza del noviziato negli anni '50, aveva un approccio diverso da quello che possiamo avere oggi; in particolare, aveva sottolineato molto un aspetto, quello dell'affermazione della propria omosessualità. A me interessava soprattutto l'autoprivazione della libertà, il sottoporsi volontariamente a una regola, il rinchiudersi in un luogo.
Qualcuno ha paragonato questo convento a un lager: un paragone forse eccessivo ma che coglie alcuni aspetti dell'esercizio del potere
Il paragone è sicuramente azzardato, ma certo i miei personaggi sono sofferenti, sempre sull'orlo dell'abisso, anche se si tratta di un abisso interiore a cui possono sottrarsi. Sociologicamente in questi anni, gli anni in cui viviamo, c'è una tensione verso la vita piena, assoluta, in opposizione al perdersi nella quotidianità. Mi viene da dire che la santità è irrappresentabile se non attraverso lo sguardo del deportato di Auschwitz.

Si accennava alla lettura in chiave omosessuale del libro. Non pensa che anche nel film ci sia un sottile richiamo a questi temi?
Sento anch'io una tensione amorosa tra i personaggi ed è una tensione che prescinde dalla nostra volontà. Il libro, scritto negli anni '60, voleva raccontare quello che allora non si poteva raccontare. Non si tratta tuttavia di un amore fisico, ma di un percorso di avvicinamento al sé, un lasciarsi andare all'amore.

Quali sono i riferimenti teologici a cui ha attinto?
Il film ha una sorta di bibliografia: i "Padri del deserto", gli "Esercizi spirituali" di Ignazio di Loyola, "I Fratelli Karamazov", gli scritti del teologo francese Olivier Clément. C'è una profonda ricerca sui testi. Tuttavia non vorrei che fosse letto come un film religioso: le domande di Andrea, di Zanna e di Panella, i tre novizi al centro della vicenda, sono domande che mi faccio continuamente e che si possono porre anche in un ambito laico: la famiglia, per esempio.

Ha visto "Il grande silenzio" di Gröning?
L'ho visto ma non mi sono ispirato a quel film, pur molto bello. Però abbiamo riflettuto su quel documentario di due ore e mezza, senza parole, che ha avuto un successo tanto inaspettato. Penso che sia arrivato un momento storico in cui anche il cinema ha bisogno di porsi certe domande. Non per moda, ma per una reale esigenza. A Pasqua i monasteri sono pieni di persone che cercano qualcosa.
Ha fatto molto discutere il bacio finale tra il novizio Zanna e il Padre superiore, un gesto di provocazione molto forte
Io lo definisco un bacio dostoevskiano, un invito all'amore dopo le parole aspre del Padre superiore che riecheggiano quelle del Grande inquisitore dei Fratelli Karamazov. È come se Zanna dicesse: ricorda di non dimenticare l'amore e la misericordia. Di quel bacio si possono dare tante interpretazioni, ma certamente non è un bacio di Giuda. Naturalmente non è neppure un bacio omosessuale, ma se chi comanda le istituzioni religiose proverà un certo disagio, per me va bene così, non posso che rallegrarmene.

Perché la scelta di mescolare attori italiani e attori stranieri?
Volevamo ricreare un ambiente cosmopolita con accenti diversi, come è effettivamente l'ambiente ecclesiastico. Per Andrea, poi, volevo un attore dell'Est Europa, perché quei popoli hanno incamerato molta sofferenza e perché sanno esprimere l'anima attraverso gli occhi.

Si considera un regista cattolico?
Non amo le definizioni: che significa regista di sinistra, regista cattolico? "In memoria di me" è indubbiamente un film inserito in un contesto profondamente cattolico, ma non c'è apologia dell'istituzione. Forse lo spettatore si aspetta un manifesto contro, ma non è così, la mia intenzione è quella di muovere delle domande. Il mio cuore è con la Missa Luba, con il Kyrie africano, con Zanna che va nel mondo e rinuncia a prendere i voti, ma è nel momento in cui accetto la Chiesa che riesco ad andare anche per il mondo.

Che ricordo ha del ritiro spirituale che ha preceduto il film?
Sono stati otto giorni di silenzio, di meditazione e di conoscenza di sé, come avviene anche nel buddismo e nella meditazione vipassana. Come anime perdute in questo bosco ci si guarda, ma non ci si parla, e questo acuisce la sensibilità di tutti. All'improvviso la caviglia di una monaca diventa una calamita, attira l'attenzione di tutti. Per gli attori è stata l'occasione per lasciarsi andare a uno psicodramma: ognuno di loro ci ha guadagnato qualcosa, ma ha anche portato molto ai rispettivi personaggi. Per esempio Filippo Timi ha "prestato" a Zanna i suoi disegni.

Che rapporto ha con la religione?
Ascolto, non ho opinioni personali. Ho solo trent'anni e sono pronto a rinnegare domani ciò che potrei affermare oggi. Tra Andrea e Zanna, propendo per Zanna, nel senso che vorrei sviluppare il talento di vivere con allegria. Ma non giudico nessuno.

* Critico cinematografico

[Fonte: Federazione italiana cinema d'essai (Fice)]

 

Homepage

 

   
Num 77 Febbraio 2008 | politicadomani.it