Pubblicato su politicadomani Num 74 - Novembre 2007

Un intero continente dietro il pallone
Africa-calcio, un incontro al buio
Nel 2010 i mondiali di calcio si svolgeranno in Sudafrica. È la prima volta che lo sport più amato del mondo approda in grande stile nel continente nero. Ma il calcio africano è fragile e lo circondano ancora molti lati oscuri

di Claudio Ferrante

Un calcio alla povertà. È quello di cui avrebbe bisogno l'Africa. Una pedata difficile. Il traguardo temporale dei famosi "obiettivi del millennio" si avvicina veloce, ma si fa ancora poco o nulla per l'Africa. Palliativi, che rappresentano meno di una goccia nel mare. Occorre invece la forza dell' "utopia", che talvolta non è altro che la volontà di realizzare in modo concreto progetti difficili.
Parliamo, allora, di calcio fatto con il pallone.
Quando Arrigo Sacchi, giunto a Dakar nel 1992, per seguire la Coppa d'Africa delle Nazioni (CAN), si sbilanciò in una delle sue celebri previsioni dichiarando: "Il calcio africano sarà il calcio del duemila", suscitò molti consensi e poca ilarità fra gli addetti ai lavori. In effetti qualche risultato si iniziava a vedere nelle manifestazioni più importanti. Per primo fu il Marocco, nel 1986, ad accedere agli ottavi di finale di un campionato del mondo. Quattro anni dopo i "leoni indomabili" del Camerun, con il loro gioco spettacolare, infiammarono le notti magiche di Italia '90, sfiorando l'accesso alle semifinali; furono eliminati solo ai tempi supplementari di una emozionante gara dall'Inghilterra, alla quale furono concessi ben due rigori. Tra le stelle camerunesi si distinse l'attaccante Roger Milla, capace di andare a segno, all'età di 38 anni, anche nell'edizione successiva della Coppa del Mondo. Esempi sempre più significativi si ebbero anche dopo. Nel '94 la Nigeria fu a un passo dall'eliminare l'Italia agli ottavi, mentre nel '98 sconfisse la blasonata Spagna. Nel 2002 il Senegal eguagliò il record del Camerun raggiungendo i quarti di finale, ma dovette cedere di fronte alla Turchia. Resta negli annali la partita inaugurale del Mondiale nippo-coreano, quando Diouf e compagni (Senegal) sconfissero la Francia campione in carica. Inoltre, due delle ultime tre edizioni dei giochi olimpici hanno visto compagini africane aggiudicarsi la medaglia d'oro del calcio: la Nigeria ad Atlanta '96 e il Camerun a Sydney 2000. Un lungo percorso che parte da lontano, dal 1974, quando lo Zaire fu la prima squadra africana a raggiungere la fase finale dei campionati mondiali della Germania. La squadra è rimasta nell'immaginario collettivo per un episodio che aveva del comico, ma che suscitò imbarazzo e incredulità perché mise in luce un fatto sconcertante: alcuni giocatori della nazionale zairese non conoscevano le regole del gioco.
Sono finiti, però, i tempi in cui ai Mondiali la squadra africana di turno veniva puntualmente travolta dagli avversari a suon di gol fra l'ilarità degli spettatori. Inoltre, le squadre nazionali africane hanno in patria un ruolo molto importante: dietro il calcio vi sono interessi politici e istanze sociali che attraversano il paese. Il potere si serve dell'entusiasmo generato dal calcio per distogliere l'attenzione del paese da altri gravi problemi. Oppure il calcio si fa promotore di interessi sociali collettivi. È il caso della nazionale di calcio del Rwanda, che ha svolto nel recente passato un importante ruolo di riconciliazione nazionale. A dieci anni dal terribile genocidio del 1994, le "vespe" rwandesi centrarono la qualificazione alla CAN tunisina, e si guadagnarono il titolo di "squadra della pace": giocavano, infatti, nella stessa squadra Hutu e Tutsi, le etnie contrapposte implicate nel genocidio.
Che il calcio possa contribuire ad abbattere le barriere lo dimostra una frase del grande Pelè: "Io non sono di colore, io sono di tutti i colori".
Oggi il rapporto fra il calcio e l'Africa è fatto di nuovi equilibri e si sostiene su elementi che sono molto concreti, a partire da una riconosciuta e acquisita centralità strategica dell'Africa, sia come soggetto politico, sia come soggetto economico. Tanto è vero che, per la prima volta, i Mondiali di calcio saranno ospitati da un paese africano. La decisione è giunta dopo che la FIFA aveva deciso che dal 2010 in poi i Mondiali sarebbero stati assegnati a rotazione ai vari continenti. È toccato all'Africa di aprire il turno. Delle quattro nazioni rimaste negli ultimi tre anni a contendersi la candidatura - Marocco, Tunisia, Egitto, Sudafrica - la scelta finale è ricaduta sul Sudafrica. L'impegno è di grande rilevanza e la federazione sportiva sudafricana e le componenti governative responsabili per lo sport hanno dimostrato di avere capacità organizzative e strutture adeguate. I progetti presentati sono risultati chiari, ben esposti e sostenuti da investimenti credibili: si tratta di dieci stadi, di cui cinque in costruzione, con le giuste capienze e strutture all'avanguardia. Agli impegni profusi per questa prima avventura calcistica mondiale in terra d'Africa - dietro la quale c'è un enorme giro di soldi - e agli investimenti si contrappone, però, per quanto riguarda l'altro calcio africano, il disinteresse degli sponsor, che raramente escono fuori dal cerchio di affari di questi "big 4". Il risultato è che, per mancanza di finanziamenti, gli altri campionati e le squadre minori soffrono di scarsa professionalità.
Un disinteresse verso i valori di questo sport che stride con gli effetti positivi che il calcio sta producendo sugli assetti e il tessuto sociale del continente. Il calcio è diventato lo sport nazionale in quasi tutti i paesi africani. Le partite dei campionati nazionali e delle competizioni continentali, la Champions League africana e la Confederation Cup, corrispondente alla nostra Coppa UEFA, sono seguite con grande interesse. Le squadre nazionali riescono a galvanizzare l'attenzione di interi paesi fino a condizionarne la vita politica. È vero anche il contrario: pressioni politiche interne e forme di superstizione più o meno profonde e diffuse condizionano lo sviluppo del calcio e di tutto il suo indotto. Le scuole calcistiche però, costrette a sopravvivere con mezzi propri o addirittura senza mezzi, non progrediscono. Eppure, nonostante le ristrettezza economiche e mille difficoltà di altro genere, la concentrazione di talenti in questa parte del pianeta è seconda forse solo al Brasile. L'emigrazione dei talenti è il risultato di molte componenti negative proprie del calcio africano: investimenti finalizzati solo ai grandi eventi; campi non adeguati, dove la manutenzione è una chimera, soggetti alla devastazione e all'usura di condizioni climatiche avverse; arbitri non all'altezza; CT mediocri, quelli più esperti sono spesso "refusi" europei, interessati a fare gli scopritori di talenti per esportarli - tanto che si parla di una nuova forma di tratta degli schiavi - o arrivati in Africa per ragioni che nulla hanno a che vedere con lo sport; stipendi miserrimi; investimenti che vanno a riempire le tasche delle lobby, alimentano la corruzione e, se investiti localmente, servono ad "esportare" i giovani talenti. Pochi di loro avranno un qualche successo. Molti rimarranno delusi, dopo essere stati sfruttati, e magari rimpiangeranno l'antica libertà di correre felici dietro un improvvisato pallone.

 

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Num 74 Novembre 2007 | politicadomani.it