Pubblicato su politicadomani Num 68 - Aprile 2007

Giovanni Paolo II
L'enciclica "Sollicitudo rei socialis"
Il documento magisteriale si situa nell'ambito della dottrina sociale della Chiesa con pretese di continuità e rinnovamento

di Massimo Giovedi

Il tramonto del XX secolo appare segnato da un senso di smarrimento, in particolare riferimento a quei valori etici e morali che per secoli hanno segnato la costruzione stessa della nostra società occidentale. Valori, questi che, pur se concettualizzati in contesti pagani dalla filosofia ellenica e dal diritto romano, e poi cristianizzati in seguito, hanno condotto l'uomo alla ricerca del suo proprio essere nel rispetto di se stesso e degli altri.
Antonio Pieretto scrive che l'uomo, di fronte a questo smarrimento: "appare spaesato e incapace di dare un orientamento alla propria vita. Non ha nostalgia né rimpianti: interamente ripiegato sul presente, immerso nella quotidianità, come sopraffatto ne asseconda l'inesorabile e repentino trascorrere"1. Però lo smarrimento non rappresenta ancora la rinuncia a vivere o ad arrendersi alla quotidianità, ma costituisce piuttosto una sorta di lucido quanto coraggioso abbandono all'ineluttabilità di una situazione avvertita come intrascendibile.
II 30 dicembre 1987 fu pubblicata l'enciclica Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II in occasione del ventesimo anniversario del testo postconciliare Populorum progressio di Paolo VI. Il nuovo documento magisteriale si situa nell'ambito della dottrina sociale della Chiesa con pretese di continuità e rinnovamento. Nella considerazione della questione sociale, il documento implica, tuttavia, un salto qualitativo. Il nucleo delle analisi non è il problema della relazione tra ricchezza e povertà, ma il dramma dello sviluppo, i suoi squilibri, le disuguaglianze che comporta e la sua origine morale. D'altro canto, se l'enciclica pretese idealmente di costituire l'istanza critica del capitalismo liberale e del marxismo collettivo, la lettura attuale, dopo la caduta del muro di Berlino, si deve orientare necessariamente verso i problemi del funzionamento del sistema che ha trionfato, verso la logica di un mercato che, basato sul beneficio economico e sull'accumulazione dei beni, tende a prevalere sopra considerazioni etiche di dignità e libertà umane. Nonostante, per evitare confusioni concettuali, l'enciclica lascia chiaro già dai suoi primi numeri che la proposta della Chiesa gira intorno ad un concetto di solidarietà morale, che esige una intellezione corretta del termine sviluppo: "Il vero sviluppo non può consistere nella semplice accumulazione di ricchezza e nella maggiore disponibilità dei beni e servizi, se ciò si ottiene a prezzo del sottosviluppo delle moltitudini, e senza la dovuta considerazione per le dimensioni sociali, culturali e spirituali dell'essere umano".2
L'idea dello sviluppo diffusa nella coscienza collettiva già dalla fine della Seconda Guerra mondiale, non sembra abbia mutato essenzialmente la prospettiva attuale. Lo sviluppo progettato non ha tolto le realizzazioni previste e l'umanità nel suo insieme si scontra con problemi tradizionali, uniti ad altri nuovi che aggravano la convivenza e la pace internazionale. Senza dubbio, la logica del mercato descrive gran parte della nostra umanità. La mondializzazione dell'economia, la cultura globale e la civilizzazione unica non è sempre stata un modello perfetto ma ha portato in sé anche molte contraddizioni. L'informazione negli ultimi trent'anni, per esempio, pur essendo superiore a quella prodotta durante i 5000 anni precedenti, tuttavia solo il 3% (1995) della popolazione mondiale ha la possibilità di accedere a Internet; solo l'isola di Manhattan ha più linee telefoniche che il continente africano sottosviluppato; i ricorsi economici delle 358 persone più potenti del pianeta superano l'ingresso annuale di 2600 milioni di persone considerate povere. Questi ed altri dati del nostro tempo confermano il carattere profetico dell'enciclica, la quale si riferisce a "speranze dello sviluppo" ed a scarse realizzazioni.
La presenza di una parte dell'umanità che vive nell'ombra drammatica della miseria e le differenze economiche tra il Nord e il Sud; l'analfabetismo, l'oppressione e la violazione dei diritti fondamentali della persona sono effetto di sistemi politico-economici che controllano ed annullano l'iniziativa individuale, sfociando a volte in totalitarismi inaccettabili. La ratio disumana di una concezione ultraliberale del mercato aggrava le condizioni dell'uomo in un mondo interdipendente. In definitiva, lo sviluppo proclamato si è ridotto frequentemente ad una considerazione economica e ad un privilegio di pochi.
Unito al miraggio dello sviluppo, convive la carenza di beni indispensabili per lo sviluppo umano integrale: lavoro e alloggio dignitosi per tutti. Ugualmente, la divisione artificiale della società in due blocchi contrapposti, sotto strutture opposte di esercizio del potere, e in ultima istanza, una comprensione differente dell'uomo, hanno legittimato durante i decenni la corsa agli armamenti, conflitti bellici e una sottile tendenza verso l'imperialismo o neocolonialismo.
Nonostante tutto, la descrizione negativa del documento sulle realizzazioni dello sviluppo non ignora certamente orientamenti positivi conquistati per l'unione delle forze sociali: la coscienza dell'inviolabilità della dignità dell'essere umano e il rispetto dei diritti degli uomini (in modo speciale il diritto alla vita); l'emergenza di una nuova convinzione, motivata per l'interdipendenza, intorno all'idea del bene comune come "sforzo e impegno di tutti";3 la preoccupazione per la pace globale e la responsabilità ecologica.
"L'autentico sviluppo umano" incontra la sua radice nella vocazione divina dell'uomo, che non è contraria al possesso dei beni nella cornice di una gerarchia di valori. Dal punto di vista del credente ciò che si manifesta come contrario alla vocazione dell'uomo "è l'ingiustizia della cattiva distribuzione dei beni e dei servizi destinati originariamente a tutti".4
La destinazione universale dei beni delimita definitivamente il problema dello sviluppo nell'ambito della riflessione morale. Le cause che si oppongono allo sviluppo sono, principalmente, d'ordine morale. Lo sviluppo è sottomesso a strutture di peccato che hanno origine nel peccato personale dell'essere umano. Alla inosservanza del decalogo si aggiungono due categorie operanti nel nostro tempo: la ricerca esclusiva del profitto e la sete di potere. Tuttavia, il credente scopre nella conversione la trasformazione della sua condotta personale che genera una interdipendenza solidale. È la solidarietà, ossia "la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia, per il bene di tutti e di ciascuno";5 un compromesso per la responsabilità di tutti verso tutti; dei potenti, per disporre dei loro beni in favore dei più deboli; di questi, per non cadere nella passività sociale. La solidarietà è, comunque, presupposto della pace.
È interessante evidenziare l'importanza semantica del termine solidarietà proposto attraverso il magistero di Giovanni Paolo II. Il valore della solidarietà, con i suoi differenti livelli di realizzazione sociale e politica, ha sofferto una crisi profonda. Attualmente detta solidarietà si è manifestata in modo ambiguo nella denominata Comunità di Seattle. Si tratta, senza dubbio, di un tipo di solidarietà debole e spontanea, però di grande ripercussione scenica, le cui cause possono identificarsi nell'arroganza del mercato, nell'incapacità dello Stato assistenziale a incanalare le iniziative sociali e nella diffidenza delle politiche governative ed interstatali per gestire problemi di scala planetaria.
A questi obiettivi punta un concetto di solidarietà reale nel seno di "una comunità mondiale solidale e di uno Stato di solidarietà, di libertà e di sviluppo plenario"6. La proposta permette di conciliare universalità e particolarità nella ricerca della felicità comune: con essa si propone una visione radicalmente umana "dell'altro" e una corresponsabilità e relazionalità nella gestione del humanum (fraternità universale). Così intesa, la solidarietà si concretizza in:
a) Un compromesso nella realizzazione del bene comune, anche quando questo esige un'alta quota di disposizione libera di beni e servizi in favore dei più bisognosi (stato di solidarietà).
b) Un'adeguata partecipazione cittadina e una necessaria autonomia dell'iniziativa dei componenti della società (stato di libertà democratica).
c) Uno sviluppo pieno, economico e scientifico, dell'individuo e del popolo, evitando il consumismo e il produttivismo, al tempo che si promuove uno sviluppo integrale adeguato alla dignità della persona (stato di sviluppo pieno e della libertà religiosa).
d) Un'attenzione preferenziale verso i poveri7.

La dimensione morale dello sviluppo esige un compromesso individuale e collettivo; da ciascuna persona e da ciascuna istituzione a livello regionale, nazionale ed internazionale. Il contenuto direttivo di tale impegno comprende il rispetto dei diritti umani e, in modo particolare, del diritto alla vita, dell'identità culturale e della storia dei popoli e della libertà. Una tutela effettiva che si estende all'insieme dei beni della creazione.
Evidentemente, Giovanni Paolo II, in continuità con i suoi predecessori, non presenta un programma politico, una "soluzione tecnica" al problema dello sviluppo: "La dottrina sociale della Chiesa non è una "terza via" tra capitalismo liberista e collettivismo marxista".8 Ciò nonostante, la dottrina sociale della Chiesa è un elemento essenziale della missione evangelizzatrice della Chiesa. Per questo, la Chiesa propone alcuni orientamenti che possono guidare corresponsabilmente le decisioni dei particolari, dei gruppi sociali, degli Stati e delle comunità internazionali. Tra queste, dobbiamo separare l'opzione preferenziale per i poveri (in tutte le sue dimensioni), la riforma del sistema finanziario, monetario e commerciale internazionale, la riformulazione delle strutture delle Organizzazioni Internazionali e la costruzione di regimi veramente democratici e partecipativi.
Vorrei concludere con una citazione di Vincenzo Polizzi sul rapporto della persona umana con il suo ambiente secondo l'Antropologia Cristiana:
"Particolare attenzione infine esige la qualità del rapporto della persona umana con il suo ambiente. Un principio dinamico, molto ben chiarito dai naturalisti e proprio dell'essere vivente, è rappresentato dalla lotta per l'esistenza, cioè dal fenomeno tipico della competitività per la sopravvivenza, che solitamente esita col prevalere del più adatto. Nella specie Homos sapiens però il principio dovrebbe dominare è quello della complementarità per l'esistenza. L'integrazione reciproca dovrebbe rappresentare il fenomeno vitale più importante nell'uomo. Inoltre, nel processo competitivo, che è indispensabile per l'eliminazione di tutto quanto può nuocere, c'è non solo l'aspetto eliminativo, ma anche quello emulativo. In virtù di questo chi riesce meglio non schiaccia l'altro, bensì lo stimola ad impegnarsi di più per raggiungere più elevati gradi di affermazione. La complementarità e l'emulazione costruttiva occupano un posto di eccezionale rilievo in un'antropologia che vuole prevenire distorsioni psichiche e disordini sociali".9

____________________
1 ANTONIO PIERETTO, Oltre lo smarrimento. Linee di antropologia sociale, Edizione Dehoniane, Roma 1992; p. 5.
2 GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 40: AAS 80 (1988) 9.
3 Ibidem, 26.
4 Ibidem, 28.
5 Ibidem, 38.
6 TOSO M., Welfare Society. L'apporto dei pontefici da Leone XIII a Giovanni Paolo II, Roma 1995; p. 385.
Ibidem, pp. 386-393.
7 Ibidem, pp. 386-393.
8 GIOVANNI PAOLO II, Sollicitud rei socialis, 41.
9 Polizzi V. Elementi di psicopatologia in funzione del rapporto educativo, LAS- Roma 1983 p. 10

 

Encicliche sociali

Rerum Novarum, Leone XIII, 1891
Quadragesimo anno, Pio XI, 1931
Mater et magistra, Giovanni XIII, 1961
Pacem in terris, Giovanni XIII, 1963
Populorum progressio, Paolo VI, 1967
Octogesima adveniens, Paolo VI, 1971
Laborem exercens, Giovanni Paolo II, 1981
Sollicitudo rei socialis, Giovanni Paolo II, 1987
Centesimus annus, Giovanni Paolo II, 1991

 

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