Pubblicato su politicadomani Num 68 - Aprile 2007

Gli italiani e i loro servizi segreti
Un amore quasi impossibile
Un rapporto di diffidenza dettato dai tanti misteri d'Italia. Ma la colpa, più che dei servizi, potrebbe essere della politica

di Alberto Foresi

Una cosa è certa: gli italiani non si fidano dei loro servizi di sicurezza. E questo nonostante il fatto che in concreto i nostri servizi di sicurezza hanno solitamente ben operato, ovviamente nell'ombra, come prescrive il loro ruolo, evitando al nostro paese particolari pericoli, agendo spesso sullo scenario mediterraneo e medio-orientale in singolare autonomia rispetto a quanto avrebbe voluto qualche nostro potente alleato. Eppure sui servizi italiani grava sempre un forte sospetto, se non addirittura una radicale diffidenza. Parte dei motivi di tale pregiudizio sono da imputare agli organi di stampa: spinti, a volte, da prevenzione ideologica, oppure mossi, altre volte, dalla corsa allo scoop sensazionale, che poi spesso si è rivelato infondato.
Tuttavia è riduttivo vedere la cosa solo in questa prospettiva.
Dal 1949 ad oggi i servizi militari hanno cambiato nome ben tre volte e non solo perché la nuova sigla poteva risultare più suggestiva: ad ogni cambiamento di nome corrispondeva una, più o meno, vera e propria riorganizzazione istituzionale: resa necessaria a causa dei gravi scandali in cui, in qualche modo, i servizi si erano trovati implicati. Il presunto golpe - che, forse, era molto più semplicemente solo un piano antinsurrezionale - denominato "Solo", elaborato intorno al 1964 dal generale De Lorenzo (già direttore del SIFAR divenuto poi Comandante Generale dei Carabinieri), provocò lo scandalo che spinse il governo a sciogliere il SIFAR e ad istituire il SID. La cosiddetta "strategia della tensione" negli anni 70, nella quale è possibile ipotizzare legami occulti fra i servizi e alcuni ambienti eversivi, ha di nuovo compromesso in senso negativo la credibilità dei nostri servizi segreti, al punto da spingere il legislatore ad una loro nuova ridenominazione. Tali ridenominazioni però non furono altro che una manovra di rifacimento estetico e, al più, di rinnovamento dei vertici dei servizi, giacché le accuse di collusione con i terroristi non sono mai state dimostrate, e perché, molto più prosaicamente, non è possibile cambiare d'ufficio tutti i quadri e l'organico, né è possibile modificarne di fatto le funzioni.
Servizi deviati, la Rosa dei Venti, il golpe Borghese, Massoneria e P2, Ustica, la Banda della Magliana, una serie di stragi irrisolte, da piazza Fontana a Peteano alla stazione di Bologna, il caso Gladio, gli insoluti omicidi di Simonetta Cesaroni e della contessa Filo della Torre… e, ovviamente, gli immancabili fondi neri. Una lunga sequenza di misteri mai chiariti nei quali sembra ci sia sempre l'inquietante presenza di qualcuno appartenente ai servizi segreti.
A giudicare dalle molte chiacchiere che si fanno e dai molti libri scritti al riguardo - i cui autori ed editori spesso vanno dietro più al successo economico, in termini di copie vendute, che alla verità storica - sembrerebbe addirittura che i nostri servizi segreti siano stati in mano, e, forse, lo siano tuttora, ad una cricca di delinquenti e malavitosi con la specialità del depistaggio. Ipotesi difficilmente credibile, considerato che buona parte degli appartenenti ai servizi provengono dalle nostre forze armate e dai nostri organi di polizia. È fisiologico che in ogni organizzazione ci possa essere qualche mela marcia, ma qui sono del tutto inverosimili certe ipotetiche ricostruzioni dalle quali sembrerebbe che tutta la struttura, o quasi, sia o sia stata marcia.
Allora quali sono le origini di tanti misteri e dove affonda le radici la comune diffidenza verso i nostri servizi di sicurezza? È forse opportuno affrontare il problema da un altro punto di vista: occorre ricordare che i servizi non sono enti autonomi ma sono direttamente dipendenti dal potere politico. Un potere che negli ultimi decenni ha gestito le sorti del Paese in modo quanto meno approssimativo. Non è improbabile l'ipotesi che sia stato proprio il potere politico ad avere utilizzato i servizi in attività che andavano oltre i loro compiti istituzionali, riversando poi sui di essi, a mo' di capro espiatorio, responsabilità di ben altra origine e natura. Approfittando, peraltro, del doveroso obbligo dei servizi alla riservatezza, hanno contribuito a che non si diradasse mai la nebbia sui molti misteri italiani.
È probabilmente proprio in questa nebbia politica che va ricercata la diffidenza degli italiani verso i nostri servizi. È, in fondo, la mancanza di trasparenza della nostra classe politica a far sì che, a distanza di trent'anni, non si sappia ancora come è caduto il DC 9 di Ustica. L'ipotesi che qualche generale, o qualcuno dell'Aeronautica, di propria personale iniziativa, quella fatidica notte abbia deciso di cancellare i tracciati dei radar, non si sa bene per difendere chi o che cosa, ha, come minimo, del fantasioso. Quelle, sono decisioni che solo il Presidente del Consiglio poteva, e, nel caso, può tuttora prendere. Fantasia per fantasia, ci manca solo che qualche novello governante avanzi l'ipotesi che il disastro di Ustica sia da imputarsi al suicidio del pilota.

 

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