Pubblicato su politicadomani Num 68 - Aprile 2007

Medioriente
L'Afghanistan dalla Persia ai Talebani
Breve storia di un paese in cui non si vede, neanche da lontano, una prospettiva di pace

di Alberto Foresi

Per buona parte della sua storia millenaria l'Afghanistan coincide geograficamente e culturalmente con la Persia, di cui costituisce una sorta di grande propaggine. Solo a partire dalla metà del XVIII secolo comincia a delinearsi una sua dimensione autonoma politica e territoriale. È infatti nel 1747, alla morte del turco Nadir Scià, che viene eletto a Kandahar il principe Ahmad Khan, appartenente al clan dei Durrani, quale reggente di tutte le confederazioni tribali pashtun, il gruppo etnico più importante della regione. La fine della supremazia persiana, insieme alla sua particolare posizione geografica, fece sì che ben presto l'Afghanistan si trovò conteso tra le altre due potenze presenti nell'area, la Russia e l'Inghilterra. La prima mirava a ridurre l'influenza politica britannica nell'area, per guadagnare nuovi territori verso Sud e aprirsi a nuovi mercati. La seconda voleva costituire uno stato cuscinetto per proteggere gli accessi nord-occidentali al Viceregno dell'India. Proprio questi contrasti diedero origine a ben tre conflitti anglo-afgani: il primo dal 1838 al 1842, il secondo dal 1878 al 1879, il terzo nel 1919. I conflitti si risolsero di fatto a favore della confederazione pashtun, che dal 1775 aveva trasferito la propria capitale da Kandahar a Kabul.
Al termine del terzo conflitto il sovrano vincitore, Amanullah, ottenne la totale autonomia anche nel campo della politica estera. Avuto il riconoscimento della piena indipendenza (l'Italia nel 1921 sarà fra le prime nazioni a riconoscere l'Afghanistan), Amanullah si fece presto promotore di una vasta opera di modernizzazione volta a togliere la nazione dall'atavica arretratezza in cui versava. La campagna tuttavia non ottenne il successo auspicato, essendosi subito scontrata con l'opposizione delle componenti più conservatrici della società afgana. Questa opposizione porterà al rovesciamento del sovrano al cui posto subentrò, dopo alterne vicende, il giovane re Zahir Shah. Zahir rimarrà sul trono fino al 1973, allorché Muhammad Daud, ai vertici dello stato sin dagli anni 50, prese il potere e proclamò la prima Repubblica Afgana. Nel frattempo, nel 1955, in occasione di una visita di Kruscev a Kabul, era stato siglato un piano di collaborazione tra URSS e Afghanistan finalizzato a favorire lo sviluppo della nazione e l'ammodernamento del suo esercito. Nel 1964 fu promulgata una costituzione grazie alla quale fu istituito un parlamento elettivo e venne limitata l'influenza del potere religioso nella giustizia e nell'educazione. Nello stesso periodo si formò anche il Partito Democratico del Popolo Afgano (PDPA) che, raccogliendo favori e consensi in ampi strati della popolazione, anche di diversa etnia, si fece promotore dello sviluppo economico e sociale della nazione, mutuando al suo interno anche elementi caratteristici dell'ideologia e della prassi marxista. Solo nel 1977 poté definirsi compiuto l'assetto repubblicano dell'Afghanistan, con la proclamazione della prima costituzione, che di fatto segnava l'accentramento del potere nelle mani di Daud.
Nonostante la sua storia e l'importanza strategica della sua posizione geografica, è solo sul finire degli anni 70 del secolo scorso che l'Afghanistan sale alla ribalta mondiale. Nel 1979 le truppe dell'Armata Rossa entrarono in Afghanistan, deposero e uccisero il primo ministro golpista Amin e riportarono al potere Babrak Karmal, espulso dal paese insieme ai suoi sostenitori l'anno precedente. Ebbe così inizio la catastrofe; una catastrofe le cui conseguenze perdurano tuttora.
Valutare oggettivamente le cause dell'invasione sovietica è abbastanza problematico. Fra le tesi più accreditate vi è quella che vede nell'invasione il tentativo di Mosca di espandersi verso il Golfo Persico e le sue regioni petrolifere. Tale ipotesi, apparentemente plausibile, presenta tuttavia alcuni elementi problematici: non sarebbe chiaro infatti perché tale azione sia stata condotta quando la nazione, nei diciotto mesi del governo di Amin, versava ormai nel caos più totale; e non sia stata fatta, invece, pacificamente due anni prima, durante la crisi tra Iran e USA, quando era a capo dell'Afghanistan il filosovietico Karmal. È pertanto più attendibile l'ipotesi che l'operazione sia stata motivata proprio dalla deriva istituzionale dell'Afghanistan e dal timore che dai torbidi emergesse un governo nettamente schierato su posizioni antisovietiche, una eventualità che L'URSS non poteva permettersi sul suo confine meridionale.
Di fronte a questa violazione di sovranità ci fu una comprensibile ed immediata reazione dell'ONU capeggiata dagli Stati Uniti che, nel perdurare della Guerra Fredda, si opponevano ad ogni tentativo di espansione della sfera di influenza sovietica. L'opera di contrasto divenne più decisa con la vittoria repubblicana del 1980 e l'ascesa di Reagan facendo ricorso, oltre che alla diplomazia internazionale, al sostegno dato al movimento dei mujaheddin, definiti dal Presidente statunitense "combattenti per la libertà". È stato calcolato che fino al 1984 furono stanziati dagli USA ben 280 milioni di dollari in aiuti ai ribelli afgani, molti dei quali, ovviamente, spesi in armamenti. Uomo di fiducia del governo americano, mediatore nella consegna degli aiuti e coordinatore delle operazioni sul campo dei ribelli era allora un giovane saudita destinato ad una brillante carriera sullo scenario internazionale, Osama Bin Laden. Fu proprio lui che in Afghanistan sembra avesse posto il quartier generale della sua organizzazione terrorista islamista, Al Qaeda; su invito di Abdur Rabb ur Rasool Sayyaf, leader dell'Alleanza del Nord, uno dei due principali gruppi, insieme ai Talebani, in cui si sarebbe poi diviso il movimento antisovietico dei mujaheddin dopo il ritiro dell'URSS.
Il progressivo sganciamento sovietico dalla palude afgana inizia nel 1985 con l'ascesa al Cremlino di Gorbaciov e, dopo gli accordi di Ginevra del 14 aprile 1988, si conclude con il totale ritiro delle truppe nel febbraio del 1989, lo stesso anno della caduta del Muro di Berlino.
Il ritiro sovietico non coincise però con la fine dei problemi per l'Afghanistan. Le varie fazioni, fino a quel momento strumentalmente alleate nel contrasto al comune nemico, cominciarono a combattere fra di loro nel tentativo di impossessarsi da sole del potere. Alla fine prevalse la fazione dei Talebani, sostenuti dall'etnia pashtun, dal Pakistan e in parte anche dagli USA, che sperava di poterli usare per porre fine agli scontri fra i vari signori della guerra afgani. I Talebani entrarono a Kabul nel settembre del 1996, instaurando una specie di emirato afgano, riconosciuto solo da Pakistan e Arabia Saudita. Un regime sanguinario e dispotico di matrice religiosa fondamentalista, basato sulla pedissequa ed ottusa applicazione del diritto coranico, spesso deviato, per perseguire meglio i propri scopi politici, verso interpretazioni apparentemente rigorose ma nella sostanza eterodosse. Fra barbarie varie, commesse indistintamente verso uomini e cose - ad esempio la distruzione nel 2001 delle due gigantesche statue del Buddha a Bamiyan - i Talebani rimasero al potere fino alla fine del 2001, allorché, sotto la pressione delle forze della NATO, abbandonarono Kabul per ritirarsi nei territori al confine tra Afghanistan e Pakistan. Qui, forti della conformazione geografica della zona, hanno organizzato una guerriglia che ancor oggi, a sei anni di distanza, è ben lontana dal poter essere definita sconfitta.

 

Regole d'ingaggio

Le "Regole di ingaggio" o "caveat" - che possono cambiare a seconda della zona geografica - sono definite in modi diversi:
- "restrizioni nazionali all'impiego delle truppe per operazioni pianificate, cioè non di emergenza". Si tratta di una serie di regolamentazioni di comportamento militare riferite ad assicurare condizioni di pace (peacekeeping), ovvero di normalità, in assenza di situazioni belliche.
- "limitazioni all'impiego delle nostre truppe in situazioni di combattimento". Vale a dire che i nostri soldati non sono utilizzati là dove ci sono condizioni di guerra più evidenti o in prima linea. La dislocazione dei nostri militari dipende quindi dalla situazione di emergenza dei territori.
In Afghanistan non ci sono regole d'ingaggio nazionali, ma regole di ingaggio comuni per tutti, dal momento che gli uomini impiegati appartengono alle forze Nato.
Nel momento in cui ad un gruppo militare viene chiesto di spostarsi in aree di diversa pericolosità, caratterizzato da "caveat" diversi, il comando Nato avverte i vertici del gruppo di informare il governo del proprio paese di dare parere favorevole alla nuova allocazione, entro 72 ore, con la conseguente, eventuale, variazione delle regole d'ingaggio.
I militari pronti a partire per zone dove ci possono essere dei combattimenti o, comunque pericoli, vengono istruiti in Italia con dei "briefing" (incontri con i loro superiori) nei quali si danno le regole comportamentali, che sono estratti delle regole d'ingaggio, a cui essi dovranno attenersi.
Per esempio: se un militare della coalizione è minacciato con le armi occorrerà adottare il criterio della "pari offesa pari difesa". E cioè si può arrivare fino a bloccare l'aggressore sparando alle gambe, senza ucciderlo. Se invece nell'aggressione sono usate armi da fuoco con la volontà di uccidere, allora si può rispondere anche per eliminare l'aggressore. Se l'aggredito è un civile afgano, si dovrà evitare lo scontro, a meno che la vittima non sia manifestamente in condizioni di inferiorità: bambini, donne, vecchi, menomati.

 

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