Pubblicato su Politica Domani Num 2 - Febbraio 2001

PENA DI MORTE : OMICIDIO DI STATO?

 

Parlare della pena di morte adesso ha un suo preciso significato: rivela la volontà di trarsi fuori dalla tendenza ad una notizia veloce -che corra o precorra i tempi- ma che alla fine sia destinata a sparire nell'oblio. Il problema della pena di morte dovrebbe essere destinato invece alla sopravvivenza nell'attesa di una sua piena risoluzione. È troppo facile fermarsi al compianto di uno dei tanti Derek Rocco Barnabei che sono stati giustiziati dalle leggi americane, oppure aspettare con avidità un'altra esecuzione sommaria. Sia chiaro che uso questo termine, che racchiude in sé altri significati piuttosto che quello che oggi voglio attribuirgli, perché troppo spesso e in troppe nazioni, ancora all'inizio del terzo millennio, le sentenze che conducono degli imputati alla morte per volere dello Stato sono sentenze appunto sommarie, mancanti di prove inconfutabili, sentenze per sentito dire o per volontà del popolo. Tutto questo deve finire. L'omicidio di un individuo viene punito dalla legge praticamente in tutti gli stati del mondo, e questo fatto è indice soprattutto del progresso della civiltà e del comportamento sociale nel corso dei secoli. Ci si chiede allora come possa essere accettata una legge, che lo stesso stato ha istituito e che tutte le componenti sociali accettano, che punisce un omicidio con un altro omicidio, una legge che rivaluta senza alcun miglioramento "l'occhio per occhio, dente per dente" del codice di Hammurabi, risalente agli albori della storia e simbolo del primitivismo sociale dell'uomo. Tutte le teorie psicologiche e sociologiche affermano senza ombra di dubbio che una punizione violenta che non rieduca o porta un buon reinserimento nella società l'individuo che ha commesso un crimine, non assopisce, bensì alimenta ulteriore violenza, nonché crea situazioni di intolleranza e discrepanze comportamentali all'interno della collettività. Come possiamo quindi chiudere gli occhi dinanzi all'evidenza di questa ingiustizia giusta soltanto perché in paesi come gli USA è lo stesso elettorato a pretenderla, o perché in paesi come la Cina l'esistenza della pena di morte è probabilmente solo uno dei problemi che aggravano lo stato sociale del paese stesso?

Per concludere, non ci si può chiedere se sia giusto o meno punire con la morte un delinquente. Non esistono due risposte ad una tale domanda. Con una piccola riflessione, ripercorrendo la storia, si può facilmente notare come i roghi contro le streghe e gli eretici abbiano portato alla vittoria dell'ignoranza (chiediamolo al Savonarola), come le ghigliottine francesi abbiano portato alla vittoria della brutalità sulla vera democrazia, che non si esprime certo con la completa eliminazione del nemico. La pena di morte, ancora in vigore nel 2001, non può altro che portarci ad un'ennesima vittoria dell'intolleranza, dell'istinto sulla ragione, della violenza su tutti i fronti, nonché ad una completa sconfitta delle istituzioni civili.

Marianna Bartolazzi

 

Libri Consigliati

Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, a cura di Franco Venturi. Edizioni Einaudi, 1994.
Rapporto di Amnesty International
, Pena di morte, s.l. 1980.
Norberto Bobbio
, L'età dei diritti. Edizioni Einaudi, 1994

 

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