|
|
Il territorio ripensato: qualità del vivere e sviluppo economico Convegno
“ Il governo potrà curare una magnifica edizione delle opere di Shakespeare,
1. La rivoluzione urbanistica e ambientale dell'Emsher Park nella Ruhr L'IBA Emscher Park è stato progettato e realizzato nel cuore della Ruhr e viene definito da un eminente studioso di pianificazione e rivitalizzazione urbana (Charles Laundry) “one of the most dramatic, innovative, and comprehensively though-through urban regeneration projects”. L'area dell'Emscher è lunga 70 km , è estesa 800 kilometri quadrati, ha due milioni di abitanti raggruppati in 17 città, è attraversata dal fiume Emscher. Si trova nel cuore della Ruhr, regione con 5.3 milioni di abitanti, una delle aree più industrializzate ed urbanizzate d'Europa, con città come Essen, Dortmund, Buchum, Gelsenkirchen, Duisburg. Un'area sino ad un tempo recente dominata dall'industria pesante, prevalentemente mineraria e metallurgica. L'eredità della stagione di esasperata industrializzazione era pesante e viene così descritta: estremo degrado, territorio inquinato, montagne di scorie, ciminiere spente svettanti nel cielo, fornaci per lo più spente, torreggianti gasometri, il fiume Emscher diventato una fogna a cielo aperto con i canali di scolo ostruiti o collassati e la puzza che, in certe giornate, era insopportabile; le chiusure delle industrie susseguitesi nell'ultimo decennio del 20° secolo avevano cancellato 600.000 posti di lavoro e la disoccupazione raggiungeva il 13 per cento, mentre il tradizionale dominio delle grandi società (da Krupp a Thyssen) aveva reso difficile lo sviluppo di imprese minori e di una mentalità imprenditoriale. Nel corso degli anni '80 importanti risorse pubbliche vennero destinate alla rigenerazione dell'area guidata dall'Internationale Bauausstellung Emscher Park (IBA) , il cui sottotitolo era: A Workshop of the future of Old Industrial Area. L'IBA era un organismo di proprietà del Land ma era fuori dall'amministrazione pubblica. L'IBA Park, guidato dal Prof. Karl Gauser, con una struttura di 30 persone ma con una capacità di mobilitare le risorse della società, ha iniziato la sua attività nel 1989 e dieci anni dopo chiuse la sua attività con un enorme successo. L'area è ora totalmente cambiata e rigenerata. L'inquinamento divenne occasione per avviare studi e ricerche sul disinquinamento che alla fine degli anni '90 occupavano 50.000 specialisti; furono creati più di 30,000 posti di lavoro qualificati in attività scientifiche e di ricerca, più di cento progetti privati con l'impiego di 4.500 persone furono lanciati e realizzati; alcune delle antiche strutture industriali sono state trasformate in icone della nuova era (centri di conferenze, auditorium, centri di mostre) e inserite in nuove strutture avveniristiche. Ma soprattutto l'IBA fu capace di guidare l'evoluzione da una cultura di antica industrializzazione ad una cultura post-industriale. Oggi l'area di Emscher è un'area della nuova economia, piacevolissima, piena di attività proiettate nel futuro, di scienziati, ricercatori, attività culturali, centri di formazione, giovani. E il fiume Emscher, con i suoi canali, non puzza più. Non cerco neanche di approfondire come, in dieci anni, si è potuto realizzare una rivoluzione di questa portata, ma un passaggio non posso ometterlo. Poco tempo fa ho assistito ad una bellissima lezione al Politecnico di Milano di un professore tedesco di urbanistica, tra i protagonisti di questa esemplare vicenda. Inquadrando il tema egli ci ha detto: noi sapevamo che la nuova economia è dominata dalla creatività; sapevamo altresì che non si fa creatività senza i creativi; allora ci siamo domandati che cosa dovevamo fare per attrarre i creativi ed abbiamo incominciato a farlo. Il denaro pubblico impiegato è stato di circa 1.5 miliardi di euro. Tutto il resto sono stati investimenti di mercato attratti dal valore e dalla potenzialità dei progetti. Certo che quando leggo che eminenti persone pubbliche napoletane dichiarano che per migliorare la situazione a Napoli ci vorranno 50 anni, non posso che augurarmi che si tratti di equivoci giornalistici.
2. Le città americane Negli anni '70 e '80 ho frequentato regolarmente, almeno due volte all'anno, gli Stati Uniti. E' in quel paese che ho imparato a rendermi conto dell'importanza delle città nel determinare il livello del Paese. Ricordo molte città americane degli anni '70 come brutte e invivibili. Parlo di New York e di Chicago, ma anche di tante città minori come Filadelfia, Atlanta, St. Louis, Boston; sconvolte dal gigantesco fenomeno (in anticipo di almeno dieci anni rispetto a noi) dell'abbandono graduale delle attività manifatturiere tradizionali senza che ancora fosse percepibile il nuovo che si stava preparando sotto le macerie. Negli anni '80 ho osservato la rinascita graduale di queste città, frutto dei nuovi sviluppo ma anche di un nuovo impegno culturale e sociale della loro classe dirigente. E' sulla scorta di queste esperienze positive delle singole città che nasce anche un nuovo importante filone di pensiero sulla gestione pubblica che, negli anni '90, verrà recepito anche a livello federale, noto come il filone del “Reinventing Government”. Chi ha visto la Chicago cupa e triste degli anni '70 e la Chicago bellissima e solare degli anni '90, sa cosa voglia dire la rinascita di una città.
3. Le città europee e italiane Mi piacerebbe parlare dei recenti sviluppi bellissimi di tante città europee, dopo la crisi delle attività manifatturiere e commerciali tradizionali, da Londra, a Vienna, a Valencia che ho visitato recentemente e dove mi sono reso conto delle ragioni per cui tra la Valencia di oggi (città lanciatissima) e la Napoli di oggi (città imbalsamata) non poteva esserci partita per la Coppa America. Ma il tempo limitato mi costringe a poche riflessioni sulle città italiane. Dobbiamo essere consapevoli che la nostra strada è ancora più lunga ed impervia, perché la distruzione che abbiamo realizzato negli ultimi quarant'anni del patrimonio culturale e paesaggistico delle nostre città è immenso. Era un fenomeno in atto già nel 1956, se Guido Piovene nel suo memorabile “Viaggio in Italia” poteva scrivere: “ L'Italia è sempre una paese confuso, in cui quasi nulla appare con la sua vera faccia. Ma un viaggio per l'Italia ci porta davanti alla società più mobile, più fluida e più distruttrice d'Europa…. In nessun altro paese sarebbe permesso assalire come da noi, deturpare città e campagne secondo gli interessi e i capricci del giorno .Gli italiani non temano di essere poco “futuristi”. Lo sono più degli altri, senza avvedersene; sebbene questo non significhi sempre essere i più avanzati”. Non mi attarderò a citare gli eventi dei successivi quarant'anni che ci permettono di classificare, oggi, queste parole come profetiche. E' meglio cogliere i segnali positivi, che esistono e sono diventati sempre più evidenti negli ultimi dieci anni, anche se viviamo ancora in una fase confusa e contraddittoria. Cogliamo questi segnali positivi dalla riscoperta del valore del paesaggio urbano di città tornate belle, grazie ad una nuova attenzione da parte degli amministratori e dei cittadini; dal ricupero di opere artistiche che stavano per essere perdute ricupero in gran parte realizzato con il sostegno di operatori economici; dalla rivalutazione delle proprie radici e della propria identità da parte di tanti borghi affascinanti. Parlo della cupa Genova degli anni '70 e '80, rinata come città bella, colta, vivace, multiforme, turistica, economicamente attiva. Parlo della apparentemente brutta Torino che, messa con le spalle al muro dalla crisi della Fiat, grazie a questa crisi è rinata in modo spettacolare trasformandosi da “company town” a città europea, una bella affascinante e articolata città europea. Ma parlo anche di Lecce, Salerno, Ragusa, Comiso, tutte città dove si è radicata una politica nuova di valorizzazione della propria storia e del proprio patrimonio storico-culturale e di ricerca di una nuova equazione tra crescita economica e sviluppo civile. Parlo di Bergamo che ha saputo mantenere un'attività manifatturiera tradizionale molto forte portandola ai vertici della modernizzazione, ed insieme a diventare, in Bergamo Alta, città di cultura europea che, anche grazie ad un aeroporto diventato base di una delle maggiori compagnie aeree “low cost”, attrae, durante tutto l'anno, milioni di visitatori. Parlo di Mantova che da sperduta e isolata cittadina della profonda bassa padana è diventata città ricca avendo saputo trasformare l'agricoltura in industria, ma anche città d'arte, e con i suoi festival letterario e musicale, uno dei punti d'incontro della cultura europea, un vero gioiello giustamente candidato a sito mondiale dell'Unesco (peccato che il suo profilo unico al mondo sia, oggi, sotto attacco da parte di una irresponsabile speculazione autorizzata e sostenuta da una giunta di sinistra, contro la quale combatte una dura battaglia il nuovo sindaco di sinistra, una coraggiosa signora che si batte contro gli affaristi del suo partito) . Parlo di Milano, città ancora in profonda crisi culturale morale e politica, ma che dopo venti anni di imbalsamamento ha finalmente messo in circolo le enormi e preziose aree lasciate libere dall'abbandono delle manifatture tradizionali, sulle quali si sono insediati o stanno per insediarsi cantieri facenti capo ad alcuni dei migliori progettisti mondiali e che saranno uno dei più importanti volani di sviluppo dei prossimi dieci anni e, certamente, modernizzeranno ed abbelliranno la metropoli lombarda. Emblematico quello che sta succedendo a Sesto San Giovanni, la ex Stalingrado d'Italia. In questa città, uno spazio enorme che taglia in due la città (di oltre 3 milioni di metri quadri) era occupato dalla grande acciaieria Falck, spazio chiuso da una grande muraglia che, per cento anni, inghiottiva ogni mattina la maggioranza dei cittadini attivi di Sesto restituendoli solo a sera (una specie di Bagnoli milanese). Chiusa l'acciaieria a metà degli anni '90, dopo alcuni anni di incertezze, ora su quest'area, l'architetto Piano, uno dei più geniali e civili architetti del mondo, sta progettando una nuova città, bella, leggera, aerea, caratterizzata da edifici alti eretti su alte palafitte che lasciano spazio, a livello strada, ad ampie passeggiate caratterizzate da verde, gallerie e negozi. Una specie di risarcimento della bellezza per i cento anni di fumi e di magli a favore dei cittadini di Sesto (che rimangono peraltro legati ai luoghi di tante fatiche, che verranno, in parte, conservati come ruderi industriali, testimonianza di una epoca eroica) ed, al contempo, specchio della nuova città, delle nuove attività che sono di industria della conoscenza, di telecomunicazioni, di commercio, di servizi avanzati, di artigianato sofisticato, di software. Anche qui vi è un piano regolatore espressione della cultura piccolo borghese e stalinista degli architetti comunali di sinistra. Ma la forza del progetto del grande architetto, unita al fatto che il terreno è qui, per fortuna, privato (anziché come a Bagnoli, pubblico) permette di essere fiduciosi che in un decennio la nuova Sesto sarà completata.
4. I punti chiave È solo partendo dalle esperienze concrete che si possono sviluppare riflessioni generali per tentare caute teorizzazioni. Schizzerò quattro punti chiave:
Non è questione di destra o di sinistra, ma di cultura dello sviluppo e di comprensione dei tempi. In Sicilia domina lo stalinismo di destra, in Campania domina lo stalinismo di sinistra. Entrambi sono inadeguati a comprendere e schiudere i tempi nuovi.
|
||
|
politicadomani.it |
|||