Lo sport alla ricerca di se stesso.
Problemi e prospettive

Marco Vitale

Tavola Rotonda
Convegno Nazionale
Conferenza Episcopale Italiana
Ufficio Nazionale per la Pastorale del tempo libero, turismo e sport
“Passione. Competizione. Spiritualità.
Per uno Sport a servizio della persona”
Roma, 24 marzo 2007

 

I pilastri della concezione europea dello sport sono tre:

  • Lo sport non viene inteso solo nella sua, pur essenziale, dimensione agonistica o come spettacolo ma anche nella sua dimensione educativa, di solidarietà sociale, di crescita della persona;
  • L'attività sportiva è organizzata secondo il principio della solidarietà finanziaria nell'ambito di ogni singolo sport, soprattutto tra le categorie professionali e quelle dilettantistiche, per “tenere insieme” le varie componenti in sistemi unitari;
  • L'unitarietà del mondo sportivo è confermata anche dalla mobilità, con le promozioni e le retrocessioni, tra le varie categorie che formano la struttura di numerosi sport.

Gli ultimi due fattori, di natura tecnico organizzativa, contraddistinguono il modello europeo da quello americano, che non conosce né la solidarietà finanziaria, né il passaggio tra le varie leghe. Il primo fattore è, invece, un principio di natura politico – filosofica che fissa la concezione e la funzione dello sport nella società europea.

Questo primo pilastro è ribadito in tutte le dichiarazioni e altri documenti della UE che hanno preso posizione sullo sport:

 

  • Si inizia con la Dichiarazione sullo Sport dell'Atto finale del Trattato di Amsterdam (1997):
    “ La Conferenza sottolinea la rilevanza sociale dello sport, in particolare il ruolo che esso assume nel forgiare l'identità e nel ravvicinare le persone”;
    segue il rapporto di Helsinki del 1999 che ribadendo il ruolo sociale dello sport a livello comunitario, raccomanda di assicurare allo stesso un assetto istituzionale e giuridico più solido;
  • Il rapporto di Helsinki viene sviluppato nella dichiarazione di Nizza del 2000. Il passaggio della dichiarazione dedicato allo sport è molto articolato, in 17 paragrafi. Il primo paragrafo pone il principio generale che:
    “ La Comunità , pur non avendo poteri diretti in questo campo, deve nella sua azione tenere conto delle funzioni sociali, educative e culturali proprie dell'attività sportiva e fare tutto il possibile per far sì che i codici etici e di solidarietà essenziali per preservare il ruolo dello sport, siano rispettati ed alimentati”. Su questo principio fondamentale il testo sviluppa una serie di principi conseguenti su: i legami di solidarietà tra i vari comparti sportivi; il rispetto dell'integrità fisica e morale dei praticanti; l'accesso allo sport come diritto da garantire a tutti con particolare attenzione alle persone che hanno difficoltà fisiche; la necessità che le federazioni controllino la gestione dei club; e si spinge fino a raccomandare la gestione collettiva dei diritti televisivi;
  • Con l'art. III 282 del trattato che adotta, a livello comunitario, il Trattato della Costituzione Europea (purtroppo non entrata in vigore ma pur sempre un testo molto significativo) la materia dello sport, in un articolo che si riferisce significativamente e unitariamente a gioventù, sport e formazione professionale, lo sport entra, come diritto primario dell'ordinamento dell'Unione Europea. Ai suoi principi, quando entrerà in vigore, dovranno uniformarsi le legislazioni nazionali e i regolamenti degli organi di governo delle organizzazioni sportive (principio, peraltro, già ampiamente affermato in relazione a varie norme vigenti del Trattato dalla giurisprudenza comunitaria). L'articolo riconosce, in materia, la competenza primaria degli Stati membri e il principio di autonomia dei movimenti sportivi. Ma afferma: “L'Unione contribuisce alla promozione dei profili europei dello sport, tenendo conto delle sue specificità, delle sue strutture fondate sul volontariato e della sua funzione sociale e educativa”. L'azione dell'Unione è intesa a “sviluppare la dimensione europea dello sport, promuovendo l'imparzialità e l'apertura delle competizioni sportive e la cooperazione tra gli organismi responsabili dello sport, e proteggendo l'integrità fisica e morale degli sportivi, in particolare dei giovani sportivi”.

I documenti europei citati tracciano una linea maestra di pensiero e di azione, identificano una strategia, pongono una solida base di lavoro. Ma il lavoro da fare, per prescrivere o restaurare uno sport conforme a questi principi, è molto complesso e difficile per l'intrecciarsi di almeno tre fenomeni:

  • In numerosi settori sportivi (in Europa al primo posto il calcio) lo sport è diventato un grande fenomeno economico. Le Nazioni Unite stimano che le attività sportive e connesse rappresentino, nel loro insieme, il 3% dell'attività economica mondiale. La Commissione Europea stima che tali attività rappresentino l'1% del GDP dell'Unione Europea. Qualche altro dato più specifico: il valore dei diritti televisivi della FIFA per il campionato mondiale di calcio 2006 è stimato di 1.7 miliardi di dollari; i ricavi del principale club di calcio (Real Madrid) sono stati nel 2005 286 milioni di euro; si stima che le Olimpiadi 2012 genereranno in Inghilterra una crescita addizionale di 2 miliardi di sterline all'anno per 14 anni. Con questi valori in ballo è comprensibile (non dico che sia giusto, dico che è comprensibile) che i segmenti sportivi che si sono trasformati in business siano portati a subordinare ogni altro valore, ogni altra dimensione a questa dimensione economica – affaristica e che il campo venga, almeno in parte, occupato da spregiudicati affaristi. Succede anche in altri campi della vita economica. Da qui derivano le degenerazioni che sono sotto gli occhi di tutti, specialmente nel calcio e che devono essere contrastate perché sono dannose alla buona vita ed alla buona economia, così come cerchiamo di contrastare tante altre manifestazioni di mercato che non ci piacciono: il commercio di cibi e vini manipolati; i giochi d'azzardo; lo spaccio di cocaina; lo scarico dei rifiuti delle navi nel mare; la compravendita di voti; l'acquisto di titoli di studio; il commercio di schiavi; lo sfruttamento della prostituzione. Il mercato è uno strumento prezioso della vita sociale ma lasciato solo porta quasi inevitabilmente a disastri sociali, trasforma il giardino in una giungla. Tanto è vero che il calcio è gestito in modo economicamente dissennato e disastroso da persone che, su altri tavoli, trovano le loro personali contropartite;
  • L'enorme crescita di popolarità e di internazionalizzazione di alcuni sport (al primo posto ancora il calcio) li hanno trasformati in un grande spettacolo e fenomeno mediatico, anche qui con le degenerazioni tipiche di questi fenomeni. Così il calcio che, in sé, è fortemente educativo (educa al lavoro di squadra, all'anticipo, alla strategia, alla visione del campo di gioco, alla creatività, alla lealtà, al rispetto dell'avversario) è diventato fortemente diseducativo. Vi sono poche cose nella nostra vita sociale così diseducative come il calcio attuale. È diseducativo nei comportamenti dei giocatori, idoli o miti ma non più modelli sia di abilità tecnica che di stile, lealtà sportiva, equilibrio di vita, come erano i Piola, i Picchi, i Facchetti. È diseducativo nella finanza: una gestione irresponsabile sempre sull'orlo della bancarotta e che, di tanto in tanto, ha bisogno di qualche legge speciale per tirare avanti. La vocazione bancarottiera del calcio viene esaltata dalla inadeguatezza della nostra legge penale. La maggior parte dei pasticci operati nel calcio passano attraverso il falso in bilancio. Ma questo reato, grave violazione della fede pubblica, è regolato da una nuova norma (che sembra bene accetta anche dal governo Prodi) che lo rende praticamente inapplicabile. È diseducativo nel management. Non esiste alcun altro settore produttivo dove l'organizzazione manageriale è di così basso livello, la governance così miserabile, i consigli di amministrazione così servili e condiscendenti ad un patetico patron che pretende di fare tutto lui. È diseducativo nei rapporti con gli ultras in relazione ai quali sono emersi inquietanti collusioni di alcuni club. È diseducativo nella comunicazione: basta pensare a quelle allucinanti trasmissioni televisive dove non si vede quasi più il calcio ma si assiste a interminabili concioni sugli arbitri e sui presunti errori arbitrali, sugli schemi tattici, sugli acquisti e vendite di giocatori, concioni condite da urla inconsulte di esperti tifosi che fanno teatrino e da esibizioni di cosce e di poppe al vento da parte di vallette che nulla sanno di calcio ma ne parlano. Quei pochi veri giornalisti sportivi che, con serietà e competenza, cercano ancora di parlare, in modo appropriato, di calcio, come il compianto Tosatti o come Italo Cucci, sembrano persone di un altro mondo e di un'altra epoca. Ma per capire quanto diseducativo sia diventato il calcio non è necessario osservare i comportamenti dell'elite bancarottiera e viziata e le sconvolgenti trasmissioni televisive che li documentano. E' sufficiente andare a vedere quei tornei, credo organizzati dal Coni, dove si confrontano i pulcini, bambini sotto i dieci anni. Il loro comportamento, esibizionista, scorretto, che fa il verso ai “campioni” ma soprattutto il comportamenti dei loro genitori ai bordi del campo che li stimolano ad annientare l'avversario e che mostrano chiaramente che per loro il figlio che gioca al calcio non è un bambino che si diverte e che, attraverso lo sport, socializza, ma null'altro è che un investimento dal quale si aspettano, prima o poi, dei ritorni, è orrendo. Ognuno vede nel proprio figlio il futuro Totti anche se le statistiche ci dicono che solo un giovane tra venticinquemila riesce a progredire verso il calcio professionale. E' stato giustamente osservato da Italo Cucci che quando noi giocavamo al calcio sui campetti dell'oratorio, i genitori non venivano mai ai bordi del campo. Andavamo a giocare a calcio da soli per divertirci ed eravamo felici, ed i genitori pensavano ad altro. Ecco, il calcio sarà risanato quanto i genitori non accompagneranno più i loro piccoli per vedere come giocano, se sono sufficientemente cattivi, e per aizzarli e stimolarli. Ma quello che sta succedendo nella Coppa del Mondo di cricket, sconvolta dalla violenza, con l'omicidio del CT del Packistan, scontri e due morti a New Delhi, minacce ai campioni indiani sconfitti dallo Sri Lanka, poster bruciati, dimostra che il male è più generale di quanto si pensa.
  • Il terzo fattore fondamentale è che le dimensioni affaristiche e medianiche, con le loro degenerazioni, non esauriscono il fenomeno sport che riesce, comunque, a sopravvivere come tale ed in misura imponente. Secondo una stima recente, circa il 60% dei cittadini europei (271 milioni di persone) hanno, nel 2004, praticato una qualche forma di attività sportiva; in Europa operano 700.000 club sportivi con 70 milioni di associati (15% della popolazione), club che si reggono sul lavoro di circa 10 milioni di volontari. Lo stesso calcio, pur caratterizzato al vertice da un ristretto, ricco e viziato “star system”, poggia in Europa su 23 milioni di persone federate (senza contare, quindi, tutte le altre che giocano al calcio senza essere iscritte ad alcuna federazione). L'attività di queste persone e dei volontari che reggono i relativi club sono difficili da valutare in termini monetari, ma certamente la loro opera ha un grande valore economico, ma ancor più vale perché è la testimonianza viva del fatto che il calcio non è solo affarismo e spettacolo ma, per molti, è anche e ancora sport. Ci porta la buona novella che i padroni del calcio non sono ancora riusciti ad ucciderlo e, forse, non ce la faranno. Perché siamo in molti ad amarlo.

I tre grandi fenomeni sopra delineati, intrecciandosi e spesso ponendosi in conflitto tra loro, sollevano problemi complessi e grandi preoccupazioni. Ma le soluzioni esistono e sono chiare. Esse sono, ad esempio, ben analizzate ed efficacemente illustrate nel migliore rapporto sullo stato europeo dello sport, l' ”Indipendent European Sport Review” del 2006, emesso da una commissione europea presieduta dal giurista portoghese José Luis Arnaut , che ha operato su mandato della presidenza inglese dell'Unione Europea. Il rapporto sviluppa una disamina lucida e coraggiosa delle degenerazioni del mondo dello sport e soprattutto del calcio; lancia un preoccupato grido d'allarme (“Ciò che ho osservato come risultato dell'analisi condotta, mi ha lasciato molto preoccupato. Lo sport in generale e il calcio in particolare non godono di buona salute”); ma indica anche chiari ed efficaci rimedi. Quindi sappiamo come fare e cosa fare. Nulla è più chiaro di questo, Quello che manca è la volontà politica, il coraggio politico di confrontarsi duramene con i “padroni” del calcio, senza fare sempre macchina indietro una volta svanita l'emozione derivante da qualche disastro prodotto dai “padroni” del calcio. Basta vedere cosa sta succedendo con la presidenza della Federazione. Nessun rinnovamento; ritorno alla grande dei “padroni” del calcio, restaurazione piena. Presidenza ad un mite ed antico maggiordomo e candidato alla vice presidenza il brutale ed aggressivo presidente della Lega. Un nuovo capolavoro di conflitto di interessi, arte nella quale i “padroni” del calcio hanno raggiunto vette raffinatissime a livello mondiale. La dichiarazione di Nizza afferma che le Federazioni devono vigilare sui club e sul loro management e da noi si mette come vice presidente vicario della Federazione il presidente della Lega, espressione del gattopardismo assoluto e dell'arroganza dei “padroni” del calcio, rappresentante di quelli sui quali la Federazione dovrebbe vigilare.

Ma non dobbiamo disperare. Perché è sicuro che i “padroni” del calcio faranno altri disastri, che sono già scritti nel loro DNA, sulla loro concezione della vita e del calcio, sulla loro mancanza di visione, sulla loro ottusità. Ed anche perché il pubblico sta diminuendo sia allo stadio che alla televisione e questo è il maggiore segno di speranza. Ma anche perché i fenomeni degenerativi, sotto la spinta dell'affarismo e della spettacolarità mediatica non si fermano ai vertici professionali ma sono calati giù giù nei semiprofessionisti e negli amatori. Basta osservare, come dicevo, i tornei di calcio dei pulcini ed i loro genitori; gli eventi inquietanti che si vedono nelle categorie inferiori del calcio (con risse, agguati, comportamenti che si spiegano solo con un diffuso sistema di scommesse illegali e recentemente si è giunti ad ammazzare di botte un dirigente); la diffusione abbondante, ed ancor più preoccupante che tra i professionisti, del doping nelle gare amatoriali ciclistiche. Il problema non è più semplicemente di buona organizzazione dello sport ma è diventato un problema di politica nazionale.

Vogliamo parlare di sport in generale, ma, nel nostro discorso, il calcio ritorna prepotentemente a prendere il centro della scena. Ed a ragione. Perché, nel bene e nel male, il calcio occupa nel nostro Paese un ruolo dominante. Era così quando, attraverso il benefico totocalcio, il calcio finanziava gli altri sport. E' così oggi quando il calcio, con le sue degenerazioni, la sua schiacciante forza diseducativa, la sua irresponsabilità totale, inquina e condiziona tutto il mondo dello sport e non solo dello sport. Il calcio è oggi un cancro nazionale e senza por mano chirurgicamente a questo cancro, ogni altro discorso sulla gioventù e sullo sport rimarrà velleitario.

Il commissario Pancalli è riuscito a far fare all'organizzazione del calcio qualche significativo passo in avanti ed a lui dobbiamo essere tutti grati. Per quello che è riuscito a realizzare ma soprattutto perché è riuscito a tenere viva la speranza (la distinzione tra speranza e illusione è sottile ed è quando si riesce a realizzare qualche cosa che riprende la speranza). Ma le vicende in corso a livello di Federazione e l'indecente candidatura del presidente della Lega a vice presidente della Federazione (candidatura approvata dalla Lega di A all'unanimità con la sola astensione della Sampdoria) manda un nuovo non equivoco segnale che i “padroni” del calcio vogliono che tutto torni come prima.

Il Ministro Melandri sta muovendosi molto bene (come del resto il suo collega all'istruzione Fioroni; trovo confortante che i due ministri che più si debbono interessare dei giovani siano tra i migliori ministri del governo). Il Ministro Melandri si muove secondo un disegno lucido e coerente che tocca la sicurezza degli stadi, l'importantissima legge delega sulla gestione solidale dei proventi televisivi, la riforma della legge sull'attività sportiva professionistica (legge 91 dell'81). Su quest'ultimo tema ha nominato una commissione per rielaborare la legge, che sta lavorando alacremente e bene e, fra poco, potremo vedere i suoi frutti. Il Ministro Melandri si muove anche con un approccio coinvolgente e partecipativo, molto utile nella materia.

Ma tutto ciò non basta, se non si scardina la cupola del calcio, alimentata da un incredibile intreccio di conflitti di interesse. Non basta una riforma della legge generale sull'attività sportiva professionistica. Comprovata, al di là di ogni possibile dubbio, l'incapacità o non volontà dei “padroni” del calcio di dar vita a una seria autoriforma, è indispensabile una legge organica sull'ordinamento del calcio semplicemente per farlo rientrare nella legalità. In questo ridisegno per uno sport più sano e utile alla nazione, è necessario uscire da un grave equivoco. Quelle componenti dello sport che sport più non sono ma che dello sport si servono per gestire business, spettacoli, notorietà,influenza politica, devono essere regolamentate severamente per quello che sono, imprese a tutto tondo ed a grande impatto sociale, economico, culturale. Non possono continuare a fare il gioco delle tre tavolette, invocando con destrezza le autonomie proprie dello sport quando giova, ed invocando invece, secondo necessità ed opportunità, le tutele proprie delle imprese commerciali lucrative e dello spettacolo. L'autonomia sportiva deve essere rigorosamente limitata ai meccanismi propri che regolano lo svolgimento delle gare, ma al di fuori di questo stretto perimetro queste imprese devono essere regolamentate non meno severamente delle altre imprese commerciali, perché, oltre a fare affari, hanno la capacità di influenzare milioni di persone, portano il nome glorioso delle nostre città, sono depositarie di una parte della loro storia, il loro agire ha periodicamente gravi impatti sulla sicurezza ed il traffico cittadino, i loro protagonisti sono modelli, per i nostri giovani, servono ad obiettivi politici di politici spregiudicati, la loro finanza dissennata è un esempio di spreco e di irresponsabilità.

Dunque è necessaria una legge organica sul calcio che introduca una forma speciale di società, la Calcio SpA , come ho scritto tante volte, ponendo mano in modo incisivo a: governance, che assicuri imparzialità e rappresentanza dei vari interessi che una squadra di calcio rappresenta oltre a quelli della proprietà; assetti proprietari; struttura manageriale; trasparenza finanziaria e bilancistica; limiti alle possibilità di indebitamento in rapporto al patrimonio netto, ed altre misure che sono già ben note e sviscerate. Accanto alla legge organica e fondante di un nuovo calcio è auspicabile una presenza molto più attiva ed attenta della magistratura ordinaria, sia perché la magistratura sportiva si è suicidata con le recenti vicende del calcio, sia perché, per lo più si tratta di colpire autentici reati o gravi illeciti economici. E' vero che con la pratica abolizione del reato del falso in bilancio ( e chissà che il governo Prodi, prima o poi, non corregga questa vergogna) le possibilità di intervento della magistratura sono fortemente limitate. Ma, in altri campi, la magistratura, ci ha dimostrato che, quando vuole, riesce, almeno in parte, a eludere questi impropri limiti legislativi.

Buone, innovative e severe leggi capaci di interpretare e di dare un assetto istituzionale adeguato ad un fenomeno diventato così complesso. E una magistratura vigile che faccia sentire sempre il suo fiato sul collo dei tanti mascalzoni che si sono impadroniti di settori rilevanti dello sport e non solo in Italia. Questi due strumenti sono indispensabili . Ma, anch'essi, da soli, non sono sufficienti. Essi devono essere accompagnati, vivificati, alimentati da uno sforzo corale delle decine di milioni di persone che continuano a credere nella funzione civile dello sport secondo i principi europei citati all'inizio; da chi è impegnato sui fronti educativi e della formazione morale; da chi crede che passione, competizione, spiritualità siano non solo compatibili ma sinergici; da chi crede che non ci sia contrasto tra professionalismo e sport, purché il professionalismo sportivo abbia le radici in una solida visione della società e della buona vita civile; da chi apprezza anche lo spettacolo purché non sia uno spettacolo truccato, da chi è impegnato nella direzione dei club dilettantistici e volontaristici (che sono come abbiamo visto centinaia di migliaia in Europa); dai giornalisti sportivi seri; dai protagonisti diretti del calcio che soffrono per lo stato attuale delle cose; uno sforzo corale per tenere alta la bandiera dello sport come deve essere, per contrapporre continuamente e con tenacia, senza scoraggiamenti, in una braccio di ferro che non finirà mai, all'immagine ed alla realtà dello sport affaristico e degenerato, l'immagine e la realtà dello sport sportivo.

A chiusura lasciatemi, come sintesi finale, toccare un aspetto personale. Per partecipare a questo incontro ho dovuto, con rammarico, sacrificare, un altro incontro da tempo programmato ed al quale tenevo molto. Proprio oggi a Brescia si è svolto il raduno annuale degli ex giocatori della Gymnasium, una bella squadra di calcio giovanile di 50 anni fa. Giocava nei campi di calcio dell'Oratorio della Pace senza genitori ai bordi. Fu costituita e guidata da un appassionato e competente “coach”, che chiamavamo Giri, che ci ha insegnato non solo i fondamentali del calcio ma la bellezza del calcio, la gioia del calcio, la lealtà e la serietà sportive. Ci ha segnato a diciotto anni e dopo cinquant'anni, alla soglia dei '70, sentiamo quel segno ancora vivo in noi. Tanto che quando Giri è morto pochi anni fa, i vecchi allievi della Gymnasium si sono ritrovati, hanno fatto rinascere il vecchio marchio e associandosi si dedicano a opere utili per lo sport giovanile. Io trovo straordinario che cinquant'anni di vita, con le loro diversità, i loro dolori, le loro gioia, le mutazioni fisiche e psiche, non abbiano cancellato quel segno. Se ho rinunciato all'incontro di oggi a Brescia con i vecchi compagni, l'ho fatto perché ho pensato che venire qui a parlare tra voi su “Lo sport alla ricerca di se stesso”, era un'occasione preziosa per testimoniare e diffondere quel segno che Giri aveva inciso su di noi cinquant'anni fa. Questo è il legato che abbiamo ricevuto ed è nostro dovere passarlo ai giovani di oggi per aiutarli a ricostruire uno sport che ritrovi se stesso e si apra nuovamente alla speranza ed alla gioia della gioventù.

 

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