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Alla ricerca del grande fiume Incontro con Ermanno Olmi e Marco Vitale 14 Ottobre 2007
Quest'estate ho fatto un lungo viaggio attraverso il Sud Africa. Era la stagione secca e se dovessi caratterizzare, con una sola espressione, questo affascinante paese direi: un paese alla ricerca dell'acqua. Tutto ruota intorno all'acqua: gli uomini e le donne, gli animali, gli abitanti delle bidonville dell'urbanesimo forzato, i contadini, i villaggi più poveri e isolati, i bambini che portavano i bidoni d'acqua sulla testa o sulle carriole, tutto ruota intorno all'acqua. Per ore e ore si viaggia in territori desolati e ingialliti punteggiati da miseri villaggi. Poi d'improvviso la scena si apre in verdissime e lussureggianti tenute di canna da zucchero, ortaggi, vigneti, frutta: ciò avviene dove è stato possibile far arrivare l'acqua ad irrigare attingendo a qualche grande bacino perché, nella stagione secca, i fiumi e torrenti sono, in genere, secchi in attesa di quando, fra pochi mesi, faranno scorrere acque turbolente e minacciose. E mentre osservavo il Sud Africa alla ricerca dell'acqua, leggevo di altre parti del mondo dove le acque dal cielo, dai fiumi, dagli oceani, non domate dall'uomo, erano portatrici di sofferenza per milioni di uomini. E, oltre la solidarietà umana, era naturale riflettere sulla fortuna di vivere in una regione, la Lombardia , che si salda con la Valle del Po', dove l'acqua non manca e, di solito, non inonda, una regione caratterizzata da uno dei sistemi idrografici e idrici più equilibrati e capillari del mondo. Il grande cantore di questa realtà è stato Carlo Cattaneo, grande studioso dai molteplici interessi, nato a Milano nel 1801 e morto a Castagnola, presso Lugano nel 1869. Dalle Alpi scendono acque perenni e turbolente che si chetano nei grandi laghi caratterizzati da una grande profondità e che anche grazie a ciò non gelano “come grandi tini, collocati tra i monti e il piano, raccolgono nei loro abissi le acque impetuose torbide e glaciali, per decantarle limpide e continue nei fiumi” che confluiscono nel grande Po. Su questo impianto naturale l'uomo ha creato un sistema di canalizzazione capillare e magnifico, il sistema dei Navigli, iniziato nel 1177, cinque secoli prima del primo canale francese (canale di Briare 1642) e sei secoli prima del primo canale inglese (alla foce del Mersey 1760). “I navigli intagliati nelle alte sponde dei fiumi, raccolgono la parte più regolare e costante delle acque, la sostengono e la guidano fuori dalle valli, sulla superficie dell'altopiano, che sembra inclinarsi per riceverle. Un'altra parte delle acque dei laghi, filtrando attraverso delle ghiaie sotterranee, va da se stessa a scaturire nei fontanili, dove l'agricoltore con lieve declino le conduce sulle sottoposte praterie, le quali sotto il velo di quelle acque placide tepidi e perenni si conservano verdi anche nel verno”. E tutto confluisce nel grande padre Po. Il benessere e la civiltà lombarda posano su questo mirabile sistema idrografico ed idrico, frutto insieme della natura e dell'uomo. Carlo Cattaneo, riferendosi alla Lombardia parlava, con orgoglio della nostra patria in gran parte artificiale, cioè frutto dell'azione dell'uomo. E' una follia, un'autentica barbarie del nostro tempo, la credenza che tutto quello che è natura è buono e che tutto quello che è frutto dell'uomo è cattivo. Senza l'opera dell'uomo non ci sarebbero i vigneti terrazzati della costa retica della Valtellina, ma pareti franose periodicamente inondate da acque torrentizie (come fu nei secoli passati) e nella bassa non ci sarebbe il sistema delle marcite (innovazione formidabile introdotta dai benedettini) che ha assicurato per secoli una raccolta multipla di foraggio senza depauperare la natura ma anzi arricchendola, ma ci sarebbero lungo il Po e il Ticino grandi distese acquitrinose portatrici di malaria, come fu per lunghi secoli. Ma anche da noi il grande fiume ogni tanto diventa minaccioso e pericoloso. Sono certo che nel corso del viaggio qualcuno vi parlerà dell'inondazione del novembre 1951. Tra il 14 e il 15 novembre 1951 la pressione della piena del Po rompe gli argini in provincia di Reggio Emilia e la grande ondata di piena si avventa verso la foce. Colpisce soprattutto il Polesine, allagando completamente tutta la provincia di Rovigo e parte di quella di Venezia: centosessantamila persone dovranno lasciare la loro terra, evacuare come profughi, e molti per sempre. Ricordo questo episodio perché l'allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi (persona di altissimo livello intellettuale e morale) il 20 novembre 1951, al ritorno da una visita nella terre alluvionate scrisse al presidente del Consiglio di allora, Alcide de Gasperi (altro politico esemplare, a dimostrazione che ci fu un tempo in cui l'Italia esprimeva personaggi di altissimo valore, nei quali era bello identificarsi) una commossa e nobile lettera, alla quale fece seguito, alcuni giorni dopo, una memoria di riflessioni sulle ragioni profonde dell'inondazione. Egli evidenzia alcune ragioni strutturali che richiedono una correzione di rotta strutturale. Scrive Einaudi: “Ci rassegneremo ancora una volta? Dimenticheremo, di fronte all'urgenza di sempre nuovi problemi pressanti che il problema massimo dell'Italia agricola è la difesa, la conservazione e la ricostruzione del suolo del nostro paese contro la progressiva distruzione che lo minaccia?”. E ancora: “la lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà dura e lunga. Potrà durare anche un secolo. Ma è il massimo compito d'oggi, se si vuole salvare il suolo in cui vivono gli italiani” (sottolineatura aggiunta). Dunque la consapevolezza della necessità di un diverso e più bilanciato equilibrio tra uomo e natura ha radici antiche negli spiriti attenti e lungimiranti. Anche Carlo Cattaneo (in un bellissimo saggio intitolato Industria e Morale del 1845) avverte il pericolo del supersfruttamento dei beni naturali e soprattutto dello sconsiderato taglio dei boschi: “è universale il presagio che l'estirpamento delle selve prepari vita di patimento alle future generazioni”. Ma Cattaneo da uomo concreto e positivo come era ricorda quante possibilità ci siano di ridurre i consumi di energia attraverso le innovazioni tecnologiche: “e così pure ogni innovazione che apportasse nella forma delle fornaci fusorie e in ogni maniera d'officine, esimerebbe il combustibile da improvida prodigalità”. E poi c'è la possibilità di spostare la produzione verso attività più immateriali, meno consumatrici di materiali: “anzi, potrebbe, chi regge queste arti indirizzarle piuttosto a quelle opere in cui lo stipendio della mano ha più parte che non il consumo della materia”. Ed, infine, i boschi possono essere ripiantati ed essere protetti: “E, finalmente, se l'uomo può estirpare spensieratamente le selve, egli può, eziandio, restaurarle; cingere di fitte piantagioni i campi; ammantare di più rapida vegetazione i dorsi aquilonni spogli del lento abete; fermare alle loro falde il vignajuolo, che persegue di gruppo in gruppo i giovani rampolli della foresta perché non sa con quale migliore artificio tendere i suoi tralci; raccomandare alla scienza del naturalista, all'industria dei coloni, all'interesse delle famiglie, alla sapienza della legge, alla vigilanza del magistrato, la difesa di questa proprietà delle selve, la più negletta e precaria fra tutte”. E questo approccio, dice Cattaneo, si può riferire ad ogni altro campo: “Ciò che qui si disse del combustibile, il senno vostro lo ripeta per ogni altra delle umane necessità”. Ciò che va respinta secondo Cattaneo è il pauperismo, il rifiuto della tecnologia e della scienza, e qui Cattaneo diventa quasi presago dell'ecoterrorismo dei nostri giorni: “ All'ombra di queste paterne cure, troppo vano sarebbe funestarci la mente col timore che la novella generazione debba intirizzir di freddo, sovra una pianura nuda, appiè di sfrananti montagne. Siano pur benvenuti i novelli infanti d'un popolo crescente: noi non diremo presaghi di sventura li innocenti loro vagiti; anzi potremo far loro più tenera accoglienza che non potessero farci i nostri padri; non li ospiteremo nel lezzo delle stalle, ma nelle sale delli asili; non sul gelido spazzo, ma sulle stuoie tessute dal povero già inoperoso e accattone; il figlio del ricco crescerà fors'anco a soverchia mollezza, in camere protette da doppio serrame, fra pareti permeate da correnti di fervide aque. – Allora ben piuttosto si gelava nelle incondite cavità delle avite nostre dimore, quando i boschi giungevano fin sotto le mura della città, porgendo ricovero a bande omicide, quando l'alpigiano nelle sue valli, ancora inaccesse ai rotanti, non sospettava il pregio delle intatte foreste”. Dunque nella ricerca di un diverso e migliore equilibrio tra uomo e natura in un mondo che non può più essere antropocentrico, migliore equilibrio assolutamente e urgentemente indispensabile, è necessaria più scienza e non meno scienza, più tecnologia e non meno tecnologia. Più scienza, più tecnologia, ma anche più morale, più responsabilità. E qui ci aiuta lo studio del filosofo contemporaneo che più ha scavato su questa materia, Hans Jonas nato nel 1903 in Germania e da poco scomparso che, inquadrato nella tradizione della grande filosofia tedesca (suoi maestri Heidegger e Bultmann), uno dei protagonisti del dibattito di bioetica contemporaneo. Soprattutto nel suo libro: “Il principio responsabilità. Un'etica per la civiltà tecnologica (prima edizione italiana, Einaudi 1990; edizione originale 1979 con il titolo: Das Prinzip Verantwortung”) Hans Jonas cerca di sviluppare un'etica globale per la civiltà tecnologica, etica assolutamente indispensabile se vogliamo salvare il mondo da una, secondo Jonas, assolutamente sicura catastrofe. Non è questa la sede per un'analisi di questo complesso e importantissimo libro. Ma non posso non citarlo, anche per dire alcune cose che, sono certo, dispiaceranno all'amico Ermanno Olmi che di Jonas è grande estimatore. Si è detto che tra “il principio speranza” di Ernst Bloch e “il principio disperazione” di Guenther Anders, il “principio responsabilità” di Jonas dà voce ad una via di mezzo nel tentativo di coniugare in un modello unitario etica universalistica e realismo politico. La tesi dell'esigenza di un salto decisivo nella responsabilità dell'uomo verso la natura, verso la vita e verso le nuove generazioni, e che per realizzare questo salto è necessaria una nuova etica non più, come tutte le etiche tradizionali, antropocentrica, è assolutamente convincente. Meno convincente è che questa etica possa essere fondata solo sulla paura, come fa sostanzialmente Jonas, precorrendo l'”ecoterrorismo” di tanti movimenti ecologici dei nostri giorni. In fondo la posizione di Jonas è quella degli antichi monaci: ricordati che devi morire. E su questa paura basare una morale e una responsabilità. Ed è proprio questa morale basata sulla paura che fa preferire a Jonas sotto questo profilo i sistemi collettivisti e marxisti: “Dal momento che l'economia libera delle società industriali occidentali è proprio il focolaio della dinamica che spinge verso il pericolo mortale, lo sguardo si rivolge naturalmente all'alternativa del comunismo….Soltanto un massimo di disciplina sociale politicamente imposta è in grado di realizzare la subordinazione del vantaggio presente alle esigenze a lunga scadenza del futuro”. E ciò lo può fare, dice Jonas, solo un sistema marxista collettivista che può imporre una maggiore disciplina sociale sia perché ha gli strumenti politici per fare ciò sia perché incorpora nel suo sistema un messaggio di uguaglianza e di solidarietà sociale che il capitalismo ignora. Il libro è del 1979 e quando, dopo la crisi dei regimi collettivisti, si aprirono le porte e si vide che i luoghi più inquinati del mondo erano proprio in URSS e Cina, Jonas fece una parziale rettifica di questa sua posizione, Ma resta ancora vero quello che scrisse un profondo studioso italiano, Luciano Gallino, recensendo il libro nel 1990 ( La Stampa , 12 maggio 1990): “Le idee sparse occorrenti per assemblare una completa dottrina ad uso di aspiranti ecodittatori sono già nell'aria. Esse si intravedono non soltanto nelle dichiarazioni del massimalismo verde, ma anche in quelle di parti del tradizionale schieramento politico non sospette di inclinazioni illiberali; come ad esempio, in alcuni settori della socialdemocrazia tedesca. Il libro di Jonas porta altri argomenti a favore di questa disturbante prospettiva. Anche se qui e là intaccati dagli eventi, per la loro sottigliezza e complessità essi non saranno facilmente esorcizzabili dal linguaggio tradizionale della politica e dell'economia.” Il meraviglioso viaggio che state compiendo vi insegnerà tante cose. Tra queste vi insegnerà come sia urgente e importante realizzare un equilibrio migliore tra uomo e natura, secondo una rinnovata etica non più antropocentrica e come questo sia uno dei compiti fondamentali della vostra generazione, come scriveva Einaudi nel 1951 “il massimo compito di oggi”. Il mio auspicio è che questa ricerca la compiate non sulla base della paura ma della speranza, non cadendo nelle trappole dell'ecoterrorismo dominante ma animandola con l'amore per la vita. Non mettendo sul comodino la cupa morale di Jonas ma la solare morale di Francesco: “Laudato sì, mi Signore, per sor'Acqua, la quale è multo utile, et humile et preziosa et casta”. La Laudes creaturarum di Francesco non è certo dettata da una morale antropologica ne è basata sulla paura ma sull'amore. E' l'etica che ci insegna un grande pensatore del nostro tempo, Dietrich Bonhoeffer (nel suo libro “Etica”incompiuto perché Bonhoeffer fu assassinato dai nazisti nel 1945), quella “che ci insegna a vivere con gli altri nell'ambito del dovere e non come spettatori, critici e giudici che rimangono fuori dagli eventi della vita; vivere con gli altri nell'ambito del dovere ma non per dovere ma per l'abbondanza delle ragioni di vivere”.
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