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Facciamo buona economia Convegno
Prendo le mosse da tre eccellenti libri, di recente lettura, perché li trovo molto utili per inquadrare il mio intervento. Il primo libro è: “ I complici ”, di Livio Abbate e Peter Gomez (Fazi Editore, 2007). È un libro rigoroso, basato essenzialmente su atti e documenti, perlopiù giudiziari ma anche parlamentari e da altre fonti ufficiali. Ci fornisce un grande, impressionante affresco delle incredibili connivenze politiche, bancarie, imprenditoriali, professionali, sociali, di cui hanno goduto i boss mafiosi negli ultimi decenni. È un libro che ci aiuta a capire, al di là di ogni possibile dubbio, tre punti centrali:
Il secondo libro è di Leo Sisti, storico cronista dell'Espresso e si intitola: “ L'isola del tesoro ” (Bur, 2007). Si muove sulla stessa linea degli intrecci tra economia-politica-mafia sulla base di una rigorosa documentazione, e documenta la rete di complicità, ad alto livello, concentrandosi soprattutto su due personaggi fondamentali come Bernardo Provenzano e Vito Ciancimino, il sindaco del sacco di Palermo, leader insieme a Lima della corrente politica “Primavera” che faceva capo ad Andreotti - e definita dal generale Dalla Chiesa, pochi giorni prima di morire, la corrente politica più inquinata esistente in Italia - e che i palermitani hanno eletto sindaco due volte, nel 1964 e nel 1970 dopo che era stato assessore ai lavori pubblici dal 1959 al 1964, firmando quindi essi stessi, a larga maggioranza, il sacco di Palermo e la distruzione irreversibile della sua mitica bellezza ed identità. Il libro presenta per me almeno due motivi di particolare interesse. In primo luogo mette in luce la strategia economica lungimirante dei leader mafiosi, come Ciancimino, che dopo avere affondato le mani nell'edilizia, negli appalti, nella politica si cimentò, sollecitato dalla crisi energetica, sui temi dell'energia. Il secondo è che proprio su questi temi il “business”, pur ben radicato a Palermo, spazia sul piano internazionale da Londra a Ginevra, agli USA, Montreal, Mosca. Il terzo libro è “ Leoluca Orlando racconta la mafia ”, a cura di Pippo Battaglia (Utet, 2007). Questo libro è una grande seria riflessione di Leoluca Orlando sui rapporti mafia e Stato dagli albori della repubblica sino ai nostri giorni. Il libro contiene affermazioni inaccettabili come quella di chiamare la DC “il partito di Don Sturzo” o quella di attribuire allo Stato italiano la strage di Portella della Ginestra. Ciò non intacca, peraltro, il grande interesse del libro e delle sue tesi di fondo, in gran parte condivisibili e da me condivise. È un libro pieno di temi e di stimoli. Ma ai fini del mio discorso il punto più interessante del libro è che esso aiuta a capire la capacità di evoluzione, di adattamento ai tempi della mafia e sottolinea la necessità di comprenderne tempestivamente l'evoluzione per prevenire le nuove manifestazioni. «Il boss della nuova mafia deve conoscere molte lingue, deve avere rapporti internazionali, deve sinanco apparire ed essere contro la mafia. Un tipo insospettabile sarebbe ideale per essere il capo della mafia. Se ti è chiaro quello che ti ho inteso dire, allora avrai compreso chi sono i nuovi mafiosi; se invece non sono riuscito a farmi comprendere, resterai legato a un'idea di mafia fatta di pastori e di lupare che conta sempre meno. Forse, in futuro, potrà accadere che l'Italia se ne liberi in quanto l'Europa, della quale l'Italia è parte integrante, comprende che può forse sopportare il vecchio mafioso alla Riina ma le banche di Francoforte non possono sopportare il nuovo mafioso…». Per prevenire la nuova mafia: «Vi è una sola proposta seria: promuovere un grande patto etico. E non ritenere più che, soltanto con la legge, si possa garantire la irreprensibilità di un sistema politico sociale. Noi possiamo fare, ed è giusto che si facciano, delle nuove leggi che puniscano le nuove forme di criminalità. È l'esperienza degli articoli bis, della Rognoni-La Torre. Prevenire, o almeno seguire, l'evoluzione del potere criminale, politico e sociale nel nostro paese. Ma se ci fermiamo soltanto a creare un sistema formale di leggi, senza che vi sia un pari sistema etico, non raggiungeremo il nostro obiettivo. Io propongo di applicare in politica le stesse regole che vigono nella finanza internazionale. Regole non scritte, senza che necessariamente il disattenderle configuri un reato. Sono regole etiche. Ed esistono in tutti gli ambiti in cui si vive e si lavora in gruppi più o meno numerosi. Nella comunità scientifica, per esempio, esistono delle regole etiche che, se vengono infrante, comportano l'esclusione dalla comunità di chi le viola. Per concludere, alla mafia può non importare nulla delle leggi penali studiate per colpirla, dei magistrati che la perseguono e dei poliziotti che fanno le indagini. Gli fanno un baffo! La mafia ha paura, soprattutto, di uno Stato che si fonda su norme etiche condivise da tutti. Soltanto una comunità, che si fonda su un'etica condivisa, potrà isolare e sconfiggere la mafia». Sino al 1982 la mafia non esisteva per lo Stato italiano. È stato necessario l'eccidio di Dalla Chiesa, della moglie e dell'agente di scorta Domenico Russo per introdurre il reato di associazione mafiosa. Come è stato necessario l'assassinio di Pio La Torre per approvare la legge che colpisce i patrimoni dei mafiosi da lui voluta, e che senza il suo assassinio probabilmente non sarebbe mai stata approvata. Sono state queste le due misure che, insieme al 41 bis, hanno intaccato il sistema. Ma insieme vi è il risveglio delle coscienze. Furono questi omicidi e poi le stragi del 1992 a risvegliare le coscienze, a stimolare il pontefice alla prima condanna pubblica della mafia da parte dei vertici della Chiesa definita, nel famoso discorso di Agrigento del 1993, struttura di peccato, a scatenare la tenace, rabbiosa, competente reazione dei reparti specializzati delle forze di polizia in collaborazione con valorosi magistrati. Questa battaglia militare-giudiziaria ha raggiunto importantissimi risultati, e sia dato il dovuto merito alle forze dell'ordine che, con abilità di intelligence, sofisticazione tecnologica e grande dedizione hanno, in questi giorni, sgominato i capi della mafia dei “pecorari” che da quaranta anni teneva in pugno la Sicilia. Questo sta a dimostrare che quando non ci sono freni, coperture, depistaggi politici le forze dell'ordine e della legge sanno combattere e vincere la loro battaglia, anche se la lista dei loro caduti, veri e propri eroi civili, è lunga, troppo lunga. Ed è anche per non ingrossare oltre questa lista che è il momento di capire i nuovi filoni malavitosi e i loro complici, di prevenire, di indirizzare le coscienze, di unire le forze, di impegnarci tutti nel risanamento di quel marciume sociale e politico che è l'humus di tutte le mafie. Le forze dell'ordine hanno vinto una loro importante battaglia. Ma perché questa vittoria si consolidi e si possa, un giorno, dichiarare vinta la guerra, è necessario che essa si saldi con un nuovo costume civile, professionale, politico, economico. I segnali incoraggianti non mancano. La presa di posizione esplicita degli imprenditori contro il pizzo che parte da Catania rappresenta una svolta. Il Teatro Biondo a Palermo pieno di gente per la manifestazione antiracket, mentre nel 2005 analoga manifestazione andò deserta, è una svolta. La popolazione e tanti giovani che applaudono le forze dell'ordine che hanno arrestato i Lo Piccolo ed il procuratore Grasso è una svolta. Ma accanto a queste vittorie vi sono da registrare anche sconfitte che mostrano uno Stato schizofrenico: da una parte grande efficienza, dall'altra colpevole negligenza e ritardi. Se sono corrette le anticipazioni della stampa sulla conclusione dell'inchiesta sulle confische dei beni della mafia condotte dalla Commissione Antimafia, su questo punto, così sensibile, così importante, così decisivo, dobbiamo registrare una grande sconfitta. Il testo, non ancora pubblicato, dell'inchiesta conterrebbe infatti i seguenti giudizi: «non appare adeguato far rientrare le gestione e la destinazione dei beni confiscati alla mafia nell'albo delle competenze generali dell'Agenzia del Demanio… il procedimento di confisca destinazione e assegnazione giunge a dare frutti concreti su meno del 10% dei beni». Sembra dunque fondamentale istruire una, per così dire, squadra dei catturandi anche per i beni, dotata di poteri reali capaci di perforare la cortina di protezione che la burocrazia e parte della giustizia, intenzionalmente o per semplice negligenza e formalismo, finisce per alzare intorno a questi beni. Un intervento forte, determinato, rapido sui patrimoni è altrettanto importante dell'intervento militare. Guai a sottovalutare la malavita, la sua forza, i suoi addentellati con la politica e con l'economia. Già altre volte si sono ottenuti risultati militari positivi ma la mafia ha saputo tessere nuove alleanze protettive e così ricuperare il terreno perduto. Non dobbiamo dimenticare che il parlamento, la commissione antimafia, numerosi consigli regionali, molti consigli comunali e provinciali sono frequentati da persone elette con i voti della mafia e che, quindi, alla mafia devono rispondere. Ma oggi l'occasione è molto importante. Oggi, come non mai, risulta la grande verità delle parole che, tanti anni fa, mi disse Falcone: se volete aiutarci - mi disse - fate buona economia . Fare buona economia deve essere oggi la parola d'ordine per tutti gli operatori economici e professionali. Fare buona economia vuol dire, innanzi tutto, dare risposte positive, investire, creare occupazione giovanile, innovare, battersi contro le inerzie e i ritardi, spesso ignobili, delle pubbliche amministrazione. Ma poi vuol anche dire individuare, resistere, attaccare le forme della mala economia. Ora che la globalizzazione ha, in parte, spostato in altri luoghi, le grandi correnti del commercio della droga, dove si concentra la mala economia, humus primo delle mafie?
Su questi temi della mala economia, madre e padre della malavita e della violenza, avviene anche la saldatura delle varie parti del paese. Guai se pensiamo che questi pericoli siano confinati o confinabili nel Sud. Essi sono tra noi, ovunque e comunque, anche se non sempre con le stesse modalità e con la stessa intensità. Per questo dobbiamo combatterli, ovunque e comunque, insieme . Io ho avuto modo di osservare, come in un laboratorio, la nascita del perverso circuito in una valle alpina in passato immune da questi mali: denaro pubblico distribuito in eccesso con la scusa di un grande evento sportivo, abusi di operatori per appropriarsene, condiscendenza dei pubblici amministratori e conseguenti opere pubbliche devastanti; potere giudiziario passivo e latitante, scoraggiamento della popolazione che si sente perduta ed in balia delle forze del male, tentativi di ribellione da parte di singoli, primi segnali di violenza per punirli. Nessuno ed in nessun luogo può sperare di essere immune da questo circuito perverso, se si lasciano attecchire le tre male bestie. Nelle regioni dove il peso di questo circuito perverso è da decenni soffocante noi dobbiamo sostenere ed essere vicini a quella parte della popolazione che si ribella e soprattutto ai giovani, A tutti dobbiamo dire: liberatevi! Combattete la vostra guerra di liberazione! Seguite l'esempio dei vostri cittadini coraggiosi che si sono ribellati. Molti sono pronti a unirsi a Voi. Senza questa guerra di liberazione, che deve essere combattuta soprattutto da Voi, non ci può essere sviluppo di sorta. Ai giovani coraggiosi delle forze dell'ordine noi dobbiamo riconoscenza e affetto, ma dobbiamo mostrare ciò concretamente e urlando che su queste forze non si risparmi, che quando cadono, le loro famiglie siano aiutate, subito e senza doversi umiliare; che la benzina e tutto il resto ci sia. In altri campi si può risparmiare, negli sprechi immensi che si fanno per mantenere le clientele, per esercitare il “pizzo” del voto, non qui. Qui bisogna investire e tanto e farlo sapere. Ed ai giovani in generale dobbiamo dire: scendete in campo, mettete la vostra giovinezza e il vostro entusiasmo al servizio della buona causa, non state a guardare come va a finire, mettetevi alla stanga come disse De Gasperi ai giovani democristiani del suo tempo che criticavano la conduzione del partito. Niente e nessuno può fermare l'energia di un popolo che decide di liberarsi. Non si fabbricano abbastanza lupare in tutto il mondo per questo! Le forze speciali di polizia e valorosi magistrati ci hanno dimostrato la verità delle parole di Falcone: la mafia è un fenomeno storico e, come tutti i fenomeni storici, ha un principio e può avere una fine. Nel 2006, 123.000 giovani scolasticamente preparati hanno lasciato il Mezzogiorno. Certamente troppi. E una recente inchiesta condotta a Napoli dice che il 40% dei giovani delle scuole medie superiori pensa che la camorra sia un bene perché fa lavorare. La buona economia deve rovesciare questa credenza suicida anche saldandosi e collaborando con chi opera nei quartieri con grande impegno e generosità. Impegniamoci, dunque, tutti insieme, Nord e Sud, strutture pubbliche ed operatori economici seri, imprenditori e operatori sociali, laici e sacerdoti, perché questa fine sia la più prossima possibile. Lavoriamo insieme per la buona economia e per il buon profitto contro la mala economia, il cattivo profitto, la cattiva società. È possibile, ed è anche possibile vincere la buona battaglia.
* Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo (C.I.S.S.)
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