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Wilhelm Roepke Verona 19 giugno 2006
Recentemente la Banca Popolare di Milano, in collaborazione con la Società Editrice il Mulino,ha promosso la pubblicazione di una serie di dieci titoli riservata a opere significative del pensiero europeo del novecento in campo economico e sociale. La serie è curata da Alberto Quadrio Curzio e Lorenzo Ornaghi. Mi ha positivamente colpito il fatto che, come primo volume della serie, i due studiosi hanno proposto e pubblicato un libro di testi di Wilhelm Röpke, anziché dedicare l'apertura della serie a studiosi da noi più noti come Einaudi o Sturzo. La ragione è bene illustrata dalle parole introduttive del presidente della Banca, Roberto Mazzotta: “Röpke va riletto oggi e deve essere fatto conoscere ai giovani. Il suo pensiero è di straordinaria attualità e rappresenta una sintesi efficacissima per rispondere ai problemi che, giorno dopo giorno, si ripropongono, come la nuova regolamentazione dei mercati, ancora necessaria, il modello di una società pluralista e aperta, la pratica e reale attuazione del principio di sussidiarietà nel modello di Stato in fase di costruzione in Europa”. I curatori della serie precisano ulteriormente le ragioni della scelta. La prima motivazione è che Röpke che pure aveva conosciuto una buona diffusione da noi nell'immediato dopoguerra, grazie soprattutto all'apprezzamento di studiosi come Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Carlo Antoni, è poi come sparito dal dibattito culturale e dal panorama editoriale italiano (fa meritevole eccezione la pubblicazione a cura di Massimo Baldini, Umanesimo Liberale, Rubettino 2000 ed anche sempre edito da Rubettino: Etica e mercato. Pensieri liberali, a cura ancora di Massimo Baldini). La seconda motivazione è che questa assenza è ancora più grave perché il pensiero di Röpke è di straordinaria attualità sui temi centrali del nostro tempo, come: le concentrazioni del potere economico, decentramento sociale e istituzionale, applicazione concreta del grande principio cattolico e federalista della sussidiarietà. E dunque partecipo volentieri a questo incontro per commemorare un pensatore che fa parte del nucleo molto ristretto degli eroi della libertà che si sono battuti contro i totalitarismi e contro il collettivismo in un'epoca in cui i totalitarismi erano al culmine del loro violento potere ed in cui i collettivismi, di matrice socialista, dominavano mezzo mondo ed esercitavano un irresistibile fascino su gran parte degli intellettuali del mondo occidentale e degli uomini delle varie chiese di matrice cristiana, lunga stagione che si è protratta sino in prossimità dei nostri giorni. Röpke può essere ricordato da molti punti di vista. Ed io voglio innanzi tutto ricordarlo come uno di quei pochi tedeschi che, da subito, senza incertezze si opposero al totalitarismo fascista e nazista, riconoscendone il conflitto esistenziale con i propri principi liberali e cristiani. Su questo aspetto di lui scrisse von Hayek: “Tra tutte le doti di Röpke vorrei ricordarne in particolare una, quella che noi suoi colleghi ammiriamo in modo speciale forse perché è la più rara tra gli studiosi: il suo coraggio. Röpke mostrò un grande coraggio da giovane, quando la sua reputazione e la sua posizione dovevano ancora venire al mondo, e lo mostrò di nuovo allorché senza esitazione mise a nudo le illusioni degli anni sessanta del secolo ventesimo con la stessa onestà con cui aveva lottato contro le illusioni degli anni venti”. Anche il grandissimo von Mises, che tanta influenza aveva avuto nella formazione di Röpke lo commemorava, al momento della morte nel 1966, con queste parole: “Ciò che vi è di razionale e di sensato nella politica monetaria e commerciale della Germania odierna deve essere attribuito all'influenza di Röpke… Un uomo senza paura che non ebbe mai paura di professare ciò che considerava vero e giusto: nel mezzo di un decadimento morale e intellettuale egli era un messaggero inflessibile di ritorno alla ragione, all'onestà e ad una pratica politica fondata”. In realtà se c'è voluto coraggio morale e fisico a battersi contro il trionfante totalitarismo nazifascista, non minore coraggio morale è stato necessario per battersi contro il collettivismo di stampo socialista quando questo dominava mezzo mondo e affascinava la grande maggioranza degli intellettuali e delle chiese occidentali. Röpke traeva questa forza dai principi liberali, profondamente interiorizzati, dalla sua vasta cultura universale, e dal suo spirito cristiano. Come liberale Röpke si forma certamente alla grande scuola di Vienna dei Böhn Bawerk, dei von Hayek, dei von Mises e bene fa Carlo Lottieri nella ottima introduzione al libro a sottolinearne la grande consonanza. Egli è anche ben consapevole del suo ruolo e dei suoi legami se nel 1961, con legittima soddisfazione, può scrivere: “L'autore delle considerazioni che seguono spera di non peccare di immodestia se afferma di far parte di quella esigua schiera di uomini i quali dedicarono le loro forze migliori e molti anni della loro vita al compito, in apparenza disperato, di combattere il collettivismo in tutte le sue forme e a tutti i livelli, e di aprire la strada ad un'economia liberale, l'economia di mercato. Sono trent'anni da quando quei pochi cominciarono a preparare un avvenire nuovo alla società e all'economia libera lottando contro la tanto magnificata corrente del nostro tempo, opponendosi al fatalismo storico-filosofico di coloro i quali pretendevano di aver sbirciato le carte della Provvidenza e di avere in tasca l'itinerario della storia. Questa battaglia fu combattuta dalle scrivanie di poche persone sconosciute o, se erano note, disprezzate, irrise e perseguitate. Ben pochi di quelli che più tardi ne trassero vantaggio hanno una, sia pur pallida, idea del significato di questa lotta per la libertà, l'ordine, l'equilibrio e il benessere delle masse né immaginano quanta pazienza, quanta fede nelle proprie convinzioni ci siano volute per condurla. Ma finalmente venne il tempo del raccolto, della ricompensa per tutti quei sacrifici. Se ora volgiamo lo sguardo indietro per guardare il cammino percorso non sembra ingiustificata una certa soddisfazione”. Su questo tema centrale non sono possibili equivoci. Röpke non disegna una terza via tra l'economia di mercato e l'economia collettivista. Lo dice lui stesso in forma esplicita nel già citato importante scritto del 1961 (L'anticamera del collettivismo): “Chiunque tema il rimprovero d'aver ignorato i segnali della storia mondiale si guarderà bene dal parlare ancora di un “sistema misto”, come se ci fosse una terza possibilità, atta a risparmiare la scelta, spesso scomoda, fra economia di mercato e collettivismo quali principi dell'ordine economico”. Ma ciò posto, con grande chiarezza, Röpke è pensatore troppo forte e originale per non essere portatore di proprie idee o di un proprio modo di vedere e di interconnettere le cose. La sua visione dell'economia come disciplina umanistica, il suo contrapporre la “Civitas Numana” all'Homo oeconomicus, la sua ostilità verso il gigantismo, la sua convinzione che “l'economia di mercato è una condizione necessaria ma non sufficiente per un ordinamento economico produttivo, redditizio e degno dell'uomo”, il suo insistere sull'essenzialità per una buona economia di forti, solidi e storicamente sperimentati principi morali, la sua grande attenzione al ruolo essenziale del cristianesimo nella formazione dei fondamentali dello spirito di libertà e di dignità umana nella civiltà occidentale, sono temi che se ricorrono anche in altri grandi pensatori liberali, trovano in Röpke una forza di convinzione, una capacità di coinvolgimento, una lucidità di esposizione, particolari e di straordinaria attualità. Lo stesso Lottieri, parlando in particolare del tema del rapporto con il cristianesimo sottolinea: “Talune pagine dello studioso svizzero (nota: ad un certo punto Röpke assunse la cittadinanza svizzera) dedicate al ruolo essenziale del cristianesimo nella civiltà occidentale ricordano in parte l'ultimo Hayek, il quale sottolineò a più riprese come difficilmente l'economia di mercato possa reggere all'interno di società in cui vengono meno i principi morali della tradizione giudaica-cristiana… Se nelle parole di Röpke c'è una tonalità diversa questa si deve al fatto che tutto questo è vissuto con la partecipazione di un fervente cristiano”. E in Röpke una tonalità diversa c'è, dovuta, al di là della sua scienza, alla sua passione, al suo coraggio, alla sua indomita speranza di poter comunque contribuire al miglioramento della Civitas Humana. Trovo, sotto questo profilo, molte consonanze con altre due persone che sono sempre state per me stabili punti di riferimento: Carlo Cattaneo (soprattutto il Cattaneo de”Il pensiero come principio d'economia pubblica”) e Don Luigi Sturzo (soprattutto nelle pagine in cui questi parla appassionatamente della inscindibilità della libertà e della essenzialità per la libertà politica della libertà economica”). Ma se sviluppasse oggi la riflessione del 1961 Röpke avrebbe ragioni per essere più o meno soddisfatto di allora? Per molti versi avrebbe ragioni per essere più soddisfatto. Il grande impero collettivista sovietico si è dissolto, per fortuna, in modo incruento, sia per ragioni di inefficienza economico-sociale che per ragioni antropologiche, dando clamorosa conferma ai principi e alla visione di persone come Röpke; gli indici e le statistiche che misurano il numero dei paesi liberi o quasi liberi nel mondo hanno segnato negli ultimi decenni una continua crescita; nei paesi avanzati occidentali la presenza dello Stato nell'economia ha segnato un evidente regresso; molti grandi paesi in via di sviluppo (come l'India e la Cina ) si sono, in parte, liberati dalle strutture collettiviste e si sono aperti al commercio mondiale, che è in continua crescita; gli intellettuali occidentali non sono più affascinati dai modelli collettivisti e non vanno più in pellegrinaggio a Mosca anche se in paesi come l'Italia coltivano una grande nostalgia per quei cari tempi antichi; la dottrina sociale della Chiesa Cattolica ha fatto un nuovo poderoso passo in avanti di riconciliazione con l'economia di mercato e imprenditoriale, soprattutto con la Centesimus Annus. Ma per altri versi Röpke sarebbe molto più preoccupato oggi che nel 1961. A comprendere ciò può aiutarci rileggere una sua pagina tratta da una conferenza che Röpke tenne a Firenze nel settembre 1947, dal titolo “Crisi e Rinnovamento del Liberalismo”: “ Il liberale diffida di ogni accumulazione di potere, perché sa che di ogni potere, che non viene tenuto nei suoi limiti da contrappesi, si fa presto o tardi abuso. Per salvare la libertà dell'uomo, egli scorge un solo mezzo efficace: la suddivisione del potere e la creazione di contrappesi. Così il liberalismo può senz'altro essere designato come decentralismo, e tutto ciò che si raccoglie nel campo opposto, come nazionalismo, assolutismo, conservatorismo autoritario o collettivismo, può essere designato come centralismo, e forse non sarebbe una cattiva idea se si adoprassero in avvenire molto spesso questi chiari termini. Si saprebbe allora meglio a quale campo uno veramente appartiene e l'odierna confusione di concetti diminuirebbe un poco. Se in tal modo il liberale propone come programma la decentralizzazione in tutte le sfere, egli opera secondo una saggezza che ha per sé tutta l'esperienza umana. Così egli diviene l'avvocato della divisione dei poteri, del federalismo, della libertà comunale, delle sfere indipendenti dello Stato, dei “corps intermédiaires” (Montesquieu), della libertà spirituale, della proprietà come forma normale dell'esistenza economica dell'uomo, della decentralizzazione economica e sociale, del piccolo e del medio, della gara economica e spirituale, dei piccoli stati, della famiglia, dell'universalità della Chiesa e dell'articolazione. Così diviene l'avversario inconciliabile del centralismo politico, economico e spirituale, del colossale, dei monopoli, delle imprese gigantesche, della formazione delle masse, delle città gigantesche, dell'accumulazione della ricchezza, dell'imperialismo”. Oggi Röpke sarebbe ancora più preoccupato che nel 1961 per le grandi concentrazioni di potere e di ricchezze economiche; per le sempre più colossali dimensioni aziendali; per l'indebolimento continuo dei principi morali che devono reggere una buona società e una buona economia; per il fatto che se l'economia di mercato si allarga si allargano altresì quelle degenerazioni che egli chiamava, con espressione efficace “il sabotaggio dell'economia di mercato”; per il sempre più oppressivo peso di economicismo utilitarismo materialismo e amoralismo che sacrificano l'optimum umano e sociale a quello tecnico–economico dell'azienda; per l'esplosione della spesa per armamenti e per il keynesismo militare in USA; per il fatto che molti intellettuali, orfani dei pellegrinaggi a Mosca, si sono spostati acriticamente sul fronte del “bigger and better”. Anche per molti che si definiscono liberali, basta che un'operazione di concentrazione si realizzi sotto l'etichetta o sotto l'apparenza del mercato perché si schierino a suo favore dimenticando che, per usare parole di Röpke: “per quanto essenziale l'economia di mercato da sola non può bastare; occorre risolvere alcuni problemi che si pongono al di fuori del problema dell'ordine economico, la cui soluzione spetta all'economia di mercato. L'economia di mercato deve trovare il suo posto, quale istituzione di inestimabile valore, nella cornice più ampia di un ordine politico sociale e morale”; e che: “la concentrazione e il collettivismo sono intimamente collegati; la progressiva concentrazione è favorita dal collettivismo e, nei grandi estremi, i due sono identici. Se il collettivismo è nefasto e riprovevole, lo è perché porta ad una concentrazione estrema, la cui essenza racchiude tutto quanto noi rifiutiamo, in quanto è negazione e annientamento dei nostri ideali di libertà e dignità umana”. Credo che, essendo i collettivisti in senso stretto in ritirata dopo la disfatta del collettivismo storico, Roepke concentrerebbe oggi le sue preoccupazioni sul gigantismo e sulle concentrazioni di potere economico e politico e rivolgerebbe una severa critica nei confronti di quelli che io chiamo “i talebani del mercato” e cioè coloro che accettano ed appoggiano ogni operazione di concentrazione, apparentemente di mercato, senza domandarsi criticamente obiettivi, caratteristiche, conseguenze. E' questo l'indirizzo di lavoro che egli chiaramente indica nell'importante e profetico scritto del 1961, che ho largamente citato, che non conoscevo e che è forse il contributo più interessante di questo libro. E' questa l'agenda che Röpke ci indica per ilo nostro tempo e per il prossimo futuro.
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