|
|
La variabile manageriale 23 settembre 2006
Montezemolo ha parlato della desolante invadenza del pubblico in economia. Giusto, tre volte giusto. La vocazione del governo e di parte importante del Parlamento per eccessi interventisti in economia con chiare componenti stataliste, è evidente. Evidente e preoccupante, in quanto espressione di una linea ideologica e politica antistorica e non adatta alle sfide che il paese deve affrontare, Ma ancor più perché è, anche, manifestazione di velleitarismo. Il governo, in senso allargato, è un'istituzione politica, ma è anche un'azienda tra le aziende, con dei compiti precisi. E', al di là di ogni possibile dubbio, la peggiore tra le aziende italiane, con un deficit corrente stabile molto grave, con un debito mostruoso che pesa come un soffocante macigno sul paese, con una burocrazia eccessiva e poco produttiva, con un rapporto costo/benefici disastroso, con una corruzione diffusa, con un ceto di parassiti politici di dimensioni impressionanti, ed in continuo aumento, che si colloca tra la burocrazia e il governo stesso, fatto di politici trombati, famiglie mogli e amanti, figli e nipoti, portaborse e compari, radicato nelle regioni, fondazioni, comunità montane di collina di pianura di fiume di mare, società locali, enti vari, una vera e propria ragnatela mostruosa di idrovore della spesa pubblica ed insieme esercito di specialisti in immoralità, aprofessionalità, furbizia, opportunismo, che inquinano con il loro deplorevole esempio tutto il paese. La cosa più utile che il governo potrebbe fare per la ripresa economica, sociale, civile del Paese, oltre a prendersi cura delle poche grandi questioni politiche rilevanti per il paese (tra le quali, primaria, quella del funzionamento corretto dei mercati e dell'addomesticamento dei conflitti di interesse, malattia endemica) sarebbe di concentrarsi nel mettere ordine nella propria casa, nei propri comportamenti, nel proprio modo di lavorare, nei propri costi, nel ridurre drammaticamente il peso del “governo” in senso lato, nel bloccare, almeno in parte, le idrovore della spesa pubblica, nel migliorare il proprio rapporto costo/benefici, nel migliorare la propria produttività. Il governo, in senso stretto, dovrebbe anche tentare di impegnarsi per un metodo di lavoro, più normale, meno isterico, meno improvvisato, meno amatoriale, con dei filtri a tutela del presidente del consiglio, dei suoi ministri, del consiglio dei ministri e della sua dignità, necessità dimostrata dalla successione impressionante di “gaffe” del presidente e di altri ministri. Invece di concentrarsi su queste cose necessarie e, forse,possibili, il governo si sbizzarrisce in schemi arditi di interventi impraticabili, che nella maggior parte dei casi si riducono in incentivi finanziari che distorcono ulteriormente i mercati e diseducano gli imprenditori secondo una linea che ha già rovinato, forse in misura irreversibile, la classe imprenditoriale meridionale, in slanci dirigistici non solo pericolosi ma anche del tutto velleitari, perché, in ogni caso, irrealizzabili con il tipo di burocrazia e di paraburocrazia sul quale il governo è seduto. Perciò bene ha detto Montezemolo, anche e soprattutto in relazione al piano Rovati su Telecom, improvvidamente formulato e distribuito su carta intestata della presidenza del consiglio e, dunque, con una innegabile responsabilità del presidente del consiglio, se non altro per avere avuto la leggerezza di avere elevato all'impegnativo, importante e visibile ruolo di consulente economico della presidenza del consiglio, uno specialista in mense aziendali, per di più privo di quella prudenza e buon senso di cui, di solito, questo tipo di persone godono a compensare le loro lacune intellettuali e scientifiche. Ciò detto, spero, con chiarezza, non possiamo fermarci qui. Soprattutto non possiamo fermarci qui in relazione alla vicenda Telecom che, se da un lato evidenzia una “desolante (e velleitaria) invadenza del pubblico”, dall'altro è un'ennesima testimonianza dell'altrettanto desolante livello della nostra, soprattutto grande, imprenditoria. La vicenda Telecom, sia nella componente del discutibile piano societario-finanziario, sia nella estremamente inquietante vicenda dell'”ufficio privato di intercettazioni”, indiscutibilmente inserito nel corpo aziendale e pagato con fondi Telecom, con scopi e responsabilità che speriamo vengano chiarite fino in fondo (anche ai fini della legge 231), è la dimostrazione dell'incapacità della grande imprenditoria italiana a svolgere un ruolo trainante per il sistema-Paese. Così come metto in questa categoria la programmata cessione (per fusione) di Autostrade ad Abertis soprattutto per il modo con il quale l'operazione è stata impostata e corretta. A cui si aggiungono il recente arresto del pasticciere di Messina, per dieci anni al vertice delle organizzazioni commerciali nazionali; la caduta della Juventus che non è solo questione di calcio ma una questione di responsabilità imprenditoriale (è ammissibile, ai sensi della legge 231 che il consiglio di una società quotata in borsa e bene strutturata e con “padroni” forti come la Juventus , non sapesse nulla di quanto facevano i suoi ben pagati top manager?); per non ricordare, un'ennesima volta, le non lontane nel tempo, Parmalat, Cirio, Bipop, ex Banca di Lodi .Tutti fallimenti imprenditoriali e manageriali, in gran parte dovuti all'inaccettabile livello morale dei protagonisti, dei loro amministratori, dei loro professionisti. Non ho messo in questo elenco la Fiat , come avrei fatto qualche anno fa, e non l'ho fatto per motivi precisi. Quando scoppiò la gravissima crisi Fiat, che molti davano per morta, scrissi che le cause principali della crisi della Fiat erano tre: management, management, management; che la Fiat aveva le forze interne per riprendersi ma doveva cambiare totalmente il management e il modello culturale sabaudo-imperiale e doveva cedere tutto quello che non fosse “core business”. Questo è avvenuto anche grazie ad azionisti seri che si sono uniti nel sostegno del gruppo e ad un sostegno intelligente da parte delle banche e la Fiat è ritornata sulla retta via (è di pochi giorni fa la bellissima notizia che Fiat ha ripreso ad assumere giovani a Mirafiori). Ma al di là del ricupero di un Gruppo industriale così importante, che è un bene per tutti, i recenti positivi sviluppi della Fiat sono di grande importanza perché ci testimoniano il ruolo decisivo, in un'economia imprenditoriale, della variabile manageriale. La vicenda Fiat ci dimostra quanto vale un CEO serio e per bene, che ha rinnovato il management, ha tagliato le dita ai ladri, ha saputo far leva sui punti forti ed attenuare i punti deboli dell'azienda, si è concentrato su prodotto, produttività - costi, si interessa dell'azienda e solo dell'azienda senza atteggiarsi a precettore del governo ed a maestro di “etica d'impresa”, ha saputo sfuggire a tutte le trappole dei luoghi comuni (alimentate da banche d'affari e consulenti alla moda) - in materia di dimensioni, costo del lavoro, fusioni e accordi internazionali -, non si interessa di calcio e di veline, non è maestro di eleganza, rilascia poche meditate e profonde interviste utili a chi le legge, non è alla moda e speriamo che continui a non esserlo (perché questo è il test decisivo di serietà manageriale in questo paese di chiacchieroni e vanesi telepresenzialisti), che forse non ha la barca e se ce l'ha non la esibisce. Insomma un CEO che altamente onora la sua professione di manager. Uno dei ricorrenti luoghi comuni è che l'Italia avrebbe poche grandi multinazionali, perché ha tante imprese familiari e tante imprese frammentate di piccole dimensioni. “Bullshit” dicono in questi casi gli americani, espressione che, recentemente, è stata tradotta come titolo di un divertente libretto scritto da un filosofo americano, in “Stronzate”. La Germania ha tante imprese familiari come o più di noi, ha tante imprese piccole, ma ha anche conservato e sviluppato le sue grandi multinazionali. L'Italia dei decenni trascorsi aveva imprese familiari ed imprese piccole come ora ma, contemporaneamente, aveva grandi multinazionali di successo come Fiat, Olivetti, ENI. La verità è che i Valletta, gli Adriano Olivetti, i Mattei fanno le grandi imprese multinazionali. Gli altri, i “capitani di sventura” le smontano. Noi stiamo pagando il prezzo di una spaventosa caduta del livello morale e intellettuale della classe imprenditoriale e manageriale delle grandi imprese, una specie di tsunami, basato sull'apparire invece che sull'essere. Ma anche dagli tsunami si rinasce, purché si abbia il coraggio di ricominciare da capo e di dirsi la verità. Per riacquistare il diritto, di dire, con maggiore credibilità, le cose giuste dette da Montezemolo.
|
||
|
politicadomani.it |
|||