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Sul nuovo Parlamento Milano, 5 maggio 2006
Il nuovo Parlamento si presta, ovviamente, a varie valutazioni di diversa natura e qualità. Ci vorrà del tempo per verificare il suo effettivo funzionamento. Sin d'ora però si possono fissare alcuni punti, abbastanza oggettivi. In primo luogo possiamo dire che il nuovo Parlamento è il più vecchio degli ultimi decenni. Gli over '50 saranno il 61,1% alla Camera e l'81,1% al Senato. Tra i 945 parlamentari non ve n'è nessuno che abbia meno di 30 anni. Per una rivista dedicata prevalentemente alla terza età, questo può apparire non negativo o addirittura positivo. Certamente ai parlamentari si chiede prudenza e saggezza, ma, con tutto il rispetto degli anziani, categoria sociale alla quale appartengo, se su 945 parlamentari, ci fosse stato qualche giovane non sarebbe stato male. Ma se il Parlamento deve essere lo specchio del Paese, certamente questa età media avanzata non è, in fondo, troppo sorprendente in un Paese vecchiotto come l'Italia. Ma la chiave di lettura più significativa e più preoccupante è quella offerta dall'analisi delle professioni dei 945 eletti. Al Senato il 19,5% degli eletti ed alla Camera il 21,4% è rappresentato da dirigenti e funzionari di partito. Si tratta di un record assoluto a partire dal 1987. Se guardiamo ai soli eletti dell'Unione oltre il 60% degli eletti alla Camera e oltre il 50% al Senato sono funzionari di partito. Ma il peso degli apparati di partito è in aumento anche nel Cdl. Il significato di questo quadro è inequivocabile: la partitocrazia ritorna al comando assoluto. I tentativi iniziati nei primi anni novanta per allentare la morsa partitocratrica e realizzare così una certa commistione e dinamismo tra ceti politici e ceti produttivi e della società civile sono falliti. La partitocrazia è definita come: “Degenerazione del sistema democratico, consistente in un'alterazione della natura dei partiti politici che da espressione della volontà dei gruppi sociali che compongono la popolazione divengono strumenti, di fatto solidali tra loro e quindi sottratti al controllo democratico, per l'occupazione delle istituzioni pubbliche e la loro utilizzazione a scopi diversi dalle finalità per cui sono sorte”. La prima manifestazione di ciò è la spartizione rigorosamente partitocratrica delle massime cariche dello Stato, compresa la, al momento in cui scrivo, candidatura del presidente dei DS alla presidenza della Repubblica, dove gli spazi per personalità di rilievo non allevate nelle alcove di partiti sono ridotte ai minimi termini. Non partitocratriche ma istituzionali, di prestigio e capaci di bene rappresentare tutti gli italiani sono, invece, le candidature proposte da Berlusconi, improvvisamente trasformatosi da feroce uomo di parte a uomo delle istituzioni, come quelle di Mario Monti e Gianni Letta. Purtroppo questa conversione sulla via di Damasco del principe di Arcore, non serve a cancellare il fatto che questo ritorno trionfale della partitocrazia è, in gran parte, frutto della legge elettorale da lui voluta, ultimo dono avvelenato da lui fatto al Paese. Ma quali saranno, presumibilmente, le conseguenze di questo rinnovato trionfo della partitocrazia sull'economia? Saranno negative. Il principale problema economico dell'Italia è il costo eccessivo del governo nel suo significato più allargato (istituzioni centrali e locali, ceto politico professionale, apparati burocratici). La storia economica non lascia dubbi ed incertezze in materia. Quando la politica diventa la maggiore “industria del Paese”, il Paese è destinato a declinare. E' sempre andata così in ogni epoca ed in ogni luogo. Questo fenomeno è stato definito dagli studiosi: rifeudalizzazione. E' avvenuto così, ad esempio, quando nel corso del ‘500 si spense gradualmente la spinta propulsiva e creatrice che, iniziata nei comuni, aveva portato l'Italia al vertice europeo. Come testimonianza del processo di impoverimento da rifeudalizzazione un grande studioso, ricorda l'involuzione di una cittadina meridionale nel corso del 1500: “La località un tempo, quando si vedevano solamente muratori e tessitori, era stata tradizionalmente ricca; ora che vi si vedevano soltanto speroni, staffe e cinture dorate invece di teloni e di attrezzi da muratore e ora che ciascuno cercava di diventare dottore “utriusque iures” o in medicina, notaio, ufficiale o cavaliere era subentrata la più nera miseria”. A Firenze nel corso del ‘500, questa mania nobiliare che si sviluppò in tante città italiane, era chiamata tendenza di “inspagnolare la vita” i cui principali elementi erano il disprezzo del lavoro e la mania dei titoli aristocratici. “Todos caballeros”. Oggi la corsa non è più alle cariche nobiliari ma alle cariche politiche, ma le ragioni sottostanti sono, più o meno, le stesse. Perciò noi non vedremo tanti speroni e staffe, ma tante auto blu, consulenze, nipoti, parenti, affini e simili. Certo non vedremo un primo ministro che, come il cancelliere tedesco, se ne va a Ischia in aliscafo, facendo la coda per prendere il biglietto.
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