Tutto il mondo come l'America
Sogno o incubo?

Marco Vitale

Scritto per “Il Riformista”
5 marzo 2006

 

Lo slogan lanciato da Silvio Berlusconi in relazione al suo viaggio in USA: “IL MONDO COME UN'ALTRA GRANDE AMERICA”, preso isolatamente, è superficiale e pericoloso ma è utile per riflettere sui rapporti USA, Europa, globalizzazione. Sgombriamo il tavolo da ogni equivoco. Chi scrive apprezza che il presidente del consiglio italiano sia stato ricevuto con tutti gli onori dal Congresso della più grande democrazia del mondo dopo l'India; condivide quasi tutto quello che il presidente del consiglio ha detto al Congresso compresa, ed in primo luogo, l'imperitura riconoscenza che l'Europa deve all'America per averla liberata dai demoniaci totalitarismi sorti nel suo seno e per averla aiutata a sfuggire al rischio di cadere nella nuova dittatura comunista; approva l'appello alla condivisione dei valori fondamentali sui quali si basa la democrazia americana (ma sui quali non sempre si basa il governo e l'establishment petrolifero – militare che attualmente governa l'America), è lieto che il contenuto dell'intervento sia stato offerto, sia in forma video che su carta, agli italiani. Ma tutto ciò non impedisce di riflettere criticamente sull'America di oggi e sulla globalizzazione americana che ha caratterizzato gli anni '90 del secolo scorso e i primi anni del nuovo secolo, per cercare di capire meglio quale può essere la nostra posizione e il nostro dovere.

Chi scrive ha amato il sogno americano che, in gioventù, ha fatto suo e che lo ha plasmato. E' certo doloroso, da vecchi, dover riconoscere che quel sogno è, come dicono tanti americani eminenti, in parte svanito o, forse, speriamo, solo inabissato come un fiume carsico. E' molto più facile commuoversi ed indulgere alla retorica, facendo finta di credere che l'America sia rimasta come era cinquant'anni fa e che Guantanamo sia solo un incidente di percorso.

Chi scrive ha svolto la sua attività professionale dai venticinque ai quarantacinque anni nel cuore del sistema industriale e professionale americano, verso il quale nutre eterna riconoscenza per l'impostazione di base e per tutti gli insegnamenti ricevuti, ma ciò gli permette anche di cogliere la profonda mutazione che questo mondo ha vissuto. Tra i principi ed i metodi del management americano dell'età dell'oro (dagli anni '50 agli anni '70) e quelli del management attuale vi è un abisso. Non credo che sia un caso che la Harvard Business Review (maggio 2005) dedichi un lungo studio a “Come le business schools hanno perso la retta via che incomincia con queste parole: “Le business schools sono indirizzate sulla via sbagliata… L'ammissione alle stesse non è mai stata così selettiva, i prezzi che pretendono non sono mai stati così sconvolgenti. Tuttavia gli attuali programmi MBA sono sottoposti a gravi critiche perché non impartiscono insegnamenti utili, non preparano leaders, non educano a comportamenti responsabili”. Tutto ciò non è un fenomeno tecnico ma la conseguenza di una mutazione sociale profonda che ha squassato l'America e il suo sogno. Il banchiere Morgan dichiarava che se il rapporto tra alta dirigenza ed i manager di medio livello supera la soglia di 10 : 1 il rapporto poteva dirsi irrazionale e immorale. E proprio tale era il rapporto quando io lavoravo in una società americana negli anni '60. Ma all'inizio degli anni '80 il rapporto era salito a 45 : 1 e alla fine del millennio superò il 500 : 1. Qualcosa di grosso, di molto grosso, è cambiato rispetto all'America che ha alimentato il sogno che ci portiamo in cuore. Credo che solo Cornacchione potrebbe liquidare la questione dicendo che Morgan e la Harvard Business Review sono comunisti. Ma forse neppure Cornacchione si sentirebbe di dare del comunista a Kevin Phillips, profondo studioso dei rapporti tra ricchezza e democrazia, conservatore, repubblicano ed a lungo stratega delle campagne elettorali repubblicane, che chiude la sua profonda e documentatissima ricerca su: “Ricchezza e democrazia, una storia politica del capitalismo americano” (2002) con queste parole: “ A mano a mano che avanziamo nel XXI secolo, lo squilibrio tra ricchezza e democrazia negli Stati Uniti appare sempre più insostenibile quanto meno in base ai parametri tradizionali… La democrazia deve essere rinnovata con una decisa rivitalizzazione della politica; oppure la ricchezza finirà per cementare un regime nuovo e meno democratico, che possiamo tranquillamente definire plutocrazia”.

E' giusto respingere esplicitamente: “L'obsession anti-américaine” (Jean Francois Revel, 2002) della quale molti europei sono vittime. Ma non credo che rientri in questa categoria lo studioso e patriota americano Samuelson P. Hungtington (l'autore di: Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale), quando dedica un intero ponderoso libro alla mutazione dell'America dei nostri giorni (titolo della traduzione italiana: La Nuova America ; titolo originale: Who are we?) dove scrive:

il fatto nuovo dei nostri giorni è che mentre durante la guerra fredda i nemici degli USA li accusavano di essere una potenza imperialista “All'inizio del nuovo millennio i conservatori hanno accettato e condiviso l'idea di un impero americano e dell'utilizzo della sua potenza per ridisegnare il mondo in base ai valori americani”……. “L'impulso imperiale era dunque alimentato dalla convinzione della supremazia degli Stati Uniti e dell'universalità dei loro valori. La potenza dell'America, si diceva, superava molto quella di tutti gli altri paesi e di tutte le altre comunità internazionali, e quindi aveva il dovere di creare ordine e di opporsi al male in tutto il mondo. In base alla teoria universalista, i membri delle altre società avrebbero gli stessi valori degli americani; o se non li hanno, vorrebbero averli; e se non vogliono averli, non sanno cosa è bene per la loro società e quindi gli americani hanno il dovere di convincerli o di indurli ad accettare i valori universali professati dall'America. In un mondo così strutturato, l'America perde la sua identità di nazione e diventa la componente predominante di un impero sopranazionale.

Né l'assunto della supremazia, né l'assunto universalistico, riflettono esattamente la situazione del mondo all'inizio del XXI secolo. L'America è l'unica superpotenza, ma ci sono altre grandi potenze: Gran Bretagna, Germania, Francia, Russia, Cina e Giappone a livello globale, e Brasile, India, Nigeria, Iran, Sudafrica e Indonesia nelle rispettive regioni. L'America non può realizzare alcun obiettivo significativo nel mondo senza la cooperazione di questi paesi, o di alcuni di essi. La cultura, i valori, le tradizioni e le istituzioni di altre società risultano spesso incompatibili con la riconfigurazione di quelle società in base ai valori americani. I loro popoli si sentono di solito profondamente legati alle culture, alle tradizioni e alle istituzioni indigene e quindi resistono tenacemente agli sforzi di cambiamento che promanano da soggetti esterni, provenienti da culture completamente diverse. Inoltre, quali che siano gli obiettivi delle élite americane, l'opinione pubblica degli Stati Uniti ha costantemente indicato nella promozione della democrazia all'estero un obiettivo di politica estera a bassa priorità. In linea con il “paradosso della democrazia”, l'introduzione della democrazia in altre società stimola frequentemente la crescita e l'accesso al potere di forze anti-americane, come i movimenti populisti di impronta nazionalista che si sono affermati nell'America Latina, e i movimenti fondamentalisti che si sono imposti nei paesi musulmani.

Il cosmopolitismo e l'imperialismo mirano a ridurre o a eliminare le differenze sociali, politiche e culturali tra l'America e le altre società. Un approccio nazionale non potrebbe che prendere atto di ciò che distingue l'America da quelle società. L'America non può diventare il mondo e restare l'America. Gli altri popoli non possono diventare americani e rimanere sé stessi”.

Né è classificabile tra i comunisti o gli ossessionati dall'antiamericanismo Sergio Romano quando scrive (Il Rischio americano. L'America imperiale, l'Europa irrilevante, 2003): “Per meglio giustificarsi (della propria inerzia) e consolarsi, gli europei ricordano che l'imperatore americano è il più democratico degli imperatori della storia e che l'Europa ha verso di lui un debito di gratitudine”. Senza negare tale debito Sergio Romano ricorda però anche tutti i comportamenti americani ( dal modo con cui regolarono i debiti di guerra dopo la prima grande guerra, alla fuga dalla responsabilità dei trattati di Versailles, all'esportazione in Europa, nel 1929, della grande crisi economica) che misero in ginocchio l'Europa e favorirono l'avvento di Hitler al potere. “Dopo la guerra, il Piano Marshall fu certamente il segno di una politica coraggiosa e lungimirante. Ma fu anche un ravvedimento…. Non dobbiamo la nostra ricostruzione alla “bontà” degli Stati Uniti, ma al modo con cui gli americani analizzarono i loro errori passati e calcolarono i loro interessi futuri. In una tale politica non vi è nulla di riprovevole. Sono riprovevoli, se mai, gli esercizi retorici con cui i governi attribuiscono nobili intenzioni alle loro azioni politiche e preparano così la delusione delle pubbliche opinioni per i loro atti futuri…. Allorché dichiara di voler esportare la democrazia nel mondo, l'America contraddice se stessa…”

Il convergere delle economie e delle società è un fenomeno enormemente positivo, spinto da ragioni profonde ed antiche. Già Polibio nel II secolo avanti Cristo scriveva: “In passato le cose che accadevano nel mondo non avevano connessione tra loro…. ma poi tutti gli eventi si sono uniti in un unico fascio”.

Ma nell'ultimo decennio le fasi di questo lungo processo che chiamiamo globalizzazione si sono svolte secondo schematismi intellettuali, economici e morali inaccettabili. Inaccettabili anche perché non funzionano. Basati sulla pretesa dell'imposizione di meccanismi standard ed omogenei, questi schematismi portano ad impoverimenti, lacerazioni, conflitti. L'impoverimento intellettuale e morale porta alla semplificazione estrema di credere che la complessità si possa governare solo con la supremazia materiale e militare. Ma la storia ci insegna che questo non ha mai funzionato, a partire dalla grande Roma, sino all'impero spagnolo dell'invincibile armata, sino allo squagliarsi dell'impero staliniano con le sue divisioni che il Papa non aveva. Sino alla guerra senza sbocco e prospettiva tra Israele e Palestina. Se non vogliamo che tutto il mondo finisca in un culo di sacco simile, dobbiamo cambiare strada.

E cambiare strada vuol dire, innanzi tutto, ricominciare la ricerca paziente della comprensione e del rispetto delle diversità e della complessità. Ma questo non è concesso se non a persone e movimenti che abbiano cresciuto in se stessi un alto livello di disciplina morale, un sistema di principi solidi e non modificabili secondo convenienza, che abbiamo interiorizzato le lezioni della storia e che sappiano portare questa visione nelle istituzioni e nella gestione quotidiana della politica e dell'economia. Dobbiamo ricollegarci ai grandi leader europei, che hanno saputo ridare una visione ed una prospettiva all'Europa: da Adenauer a Don Sturzo a De Gasperi a Schumann a De Gaulle. E l'hanno potuto fare perché la loro azione politica si basava su un sistema di valori profondi, profondamente interiorizzato, profondamente sofferto, valori europei.

La crisi del mondo e dell'America è molto seria. Perché non è una semplice crisi economica. E' la crisi di una concezione del mondo e dell'economia. E' la crisi di un modello che non va più bene. Forse siamo arrivati alla fine dell'economia dell'apparenza, della comunicazione, dell'immagine. E possiamo ricominciare a lavorare per l'economia dell'essere. Le due principali direzioni di marcia sono chiare. E' necessario andare in una direzione dove la composizione degli interessi contrastanti e delle contrapposizioni ideali si realizzi sulla base della capacità di ascolto, del mutuo scambio, del rispetto reciproco, della diversità. Quindi dalla globalizzazione alla mondializzazione , al rispetto della diversità pur nella consapevolezza di essere tutti uniti sulla stessa navicella. La seconda direzione di marcia è che il modello delle istituzioni finanziarie mondiali va reinventato perché il modello e il dominio americano non è più sufficiente. Ma l'Europa non può più limitarsi a guardare. E' venuto il momento di contribuire veramente.

Cosa vuol dire che tutto il mondo deve diventare come l'America? Vuol dire che ci dobbiamo armare come l'America? Ma l'America spende 420 miliardi di dollari all'anno per armamenti, pari al 50 per cento della spesa mondiale. La spesa globale dei sette paesi che gli Stati Uniti chiamano stati canaglia “rogue States”) non arriva a 15 miliardi di dollari. Russia e Cina insieme agli stati canaglia spendono 115 miliardi pari al 30 per cento del bilancio del pentagono. Nel 2002 il Pakistan ha speso per la difesa circa il 50 per cento del suo PIL. E nel 1999 la maggior parte dei paesi minori ha speso per le armi quanto basterebbe per risolvere i loro maggiori problemi di sviluppo. La prospettiva dunque che l'Europa e il resto del mondo seguano l'America sulla via del keynesismo militare esasperato è terrificante.

O vuol forse dire che il mondo deve consumare energia pro capite allo stesso livello degli USA? Sarebbe una catastrofe. O vuol dire che tutti devono coltivare la competizione selvaggia ed esasperata e feroce che caratterizza questa fase storica americana? Sarebbe una pretesa contro l'Europa. Nessun presidente degli USA potrebbe firmare l'art.3 del progetto di Costituzione europea con il suo riferimento esplicito all'”economia sociale di mercato”, una categoria estranea alla cultura americana ma profondamente radicata nella cultura e nella struttura sociale europea, che viene da lontano, almeno dalla scuola di Friburgo dove spiriti lungimiranti, negli ultimi anni '30, preparavano il post-nazismo. Anche in questo campo dobbiamo smetterla di scimmiottare gli USA, di porci l'obiettivo di colmare il gap con gli USA, che non potremo mai colmare senza dar vita ad un keynesismo militare e ad una concorrenza esasperata che sono contrari, in questa fase, al sogno europeo. Dobbiamo disegnare il nostro sviluppo, con i nostri ritmi, con la nostra qualità di vita, con i nostri obiettivi. Anche l'Europa ha un sogno ed è quello indicato nelle prime parole dell'art.3 della Costituzione europea, che viene dalla sofferenza che l'Europa ha vissuto nel corso del ‘900: “L'Unione si prefigge di promuovere la pace”. Noi dobbiamo dire ai giovani che siamo orgogliosi di appartenere ad un'Unione che si prefigge ciò come suo obiettivo primario e dobbiamo incitarli a prodigarsi affinché questo obiettivo che la nostra generazione ha realizzato all'interno dell'Unione, dopo secoli di sanguinose guerre, venga portato anche fuori dall'Unione ed in primo luogo nei vicini Paesi dei Balcani, del Medio Oriente, dell'Africa. Anche la buona economia dipenderà dal perseguimento di questo obiettivo primario. E' vero che l'Europa ha rinunciato alla politica di potenza. Ma è questo un male o una speranza per l'intera umanità, l'indicazione di una via possibile? E' vero che l'Europa è militarmente debole. Ma l'essere militarmente deboli autorizza a parlare semplicemente di una Europa debole in generale? Non vi è il rischio che i neoconservatori americani commettano qui un errore di prospettiva analogo a quello che commise Stalin quando sprezzantemente chiese su quante divisioni poteva contare il pontefice? E poi verso quali ipotetici nemici indirizzerebbe le sue ipotetiche armate l'Unione Europea? Chi preme alle sue frontiere? Quali territori deve conquistare? Ma i grandi nemici del mondo in questa fase storica non si chiamano terrorismo, fondamentalismo islamico, miseria ed esclusione dai diritti fondamentali di miliardi di persone, globalizzazione non equa e non governata, squilibrio tra crescita economica e ambiente? E siamo sicuri che il contributo dell'Europa al mondo su questi temi sarebbe più utile se anch'essa congelasse il 3-4% o sino al 7% (come in passato hanno fatto gli USA) del PIL per aspirare a diventare una potenza militare? Ma il terrorismo e gli altri mali elencati non si affrontano meglio con mezzi diversi dagli elicotteri “apache” e dai missili? Anche a riflettere su questi grandi temi aiuta un libro sull'”Europa potenza tranquilla” come l'ha chiamata Tzvetan Todorov in un suo smilzo ma denso libro.

Insomma che tutto il mondo diventi come l'America non è un sogno ma un incubo. Auguiriamoci che il prossimo governo, pur continuando una stretta collaborazione con gli USA e la cura dei comuni valori condivisi (alimentando peraltro comportamenti coerenti con questi valori), si liberi dell'approccio da “gauleiter” che ha contraddistinto il governo Berlusconi e ritorni a concentrarsi sul lavoro necessario per scuotere l'Europa dalla sua attuale pericolosa inerzia, anziché a dividere e rendere ancora più debole l'Europa e la collocazione dell'Italia nella stessa.

 

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