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Fisco - Torniamo a Vanoni 24 maggio 2006
Per molti decenni Ezio Vanoni, insieme a pochi altri che conoscerò negli anni successivi o attraverso le loro opere (come Einaudi, Roepke, Sturzo) o di persona (come Paolo Baffi, Gior gio Fuà, Sylos Labini), è sta to per me una stella polare. Ma da qualche anno, confesso, avevo rimosso la sua memoria. E ciò non per il trascorrere del tempo, perché è proprio delle persone come Vanoni di ingigantire e non di indebolirsi con il trascorrere del tempo. La rimozione è stata consapevole, voluta, per diminuire la sofferenza che destava in me confrontare la sua figura e la sua politica con le miserie attuali. Un invito ad un convegno a Morbegno mi ha obbligato a ripensare a questo amaro raffronto. Ciò vale per la concezione stessa dell'economia pubblica, della politica economica, dello Stato, dei rapporti Stato-cittadini, dello sviluppo economico. Ma è soprattutto in materia tributaria che il regresso è stato drammatico, soprattutto negli ultimi dieci anni. È questa caduta a picco del livello del rapporto tributa rio, è il caos assoluto che do mina la politica fiscale che genera in me sgomento. I condoni come strumento ordinario di politica fiscale, il ritorno pieno del concordato anzi dei concordati (individuali, di massa, di categoria, basati sul passato o su stime future) come strumento ordinario di accertamento, l'esplosione anziché il graduale assorbimento dell'economia nera (vi sono cittadine del Sud dove l'economia nera è stimata al 60-70%); la plateale elusione fiscale per valori enormi da parte di arroganti realizzatori di capital gains da operazioni speculative o da stock options; l'esplosione di benefici fiscali personali e particolari; la cancellazione del concetto stesso di perequazione tributaria dal linguaggio politico; l'abrogazione praticamente totale degli arti coli 23 e 53 della Costituzio ne (culmine dell'elaborazione degli studi di Vanoni e del suo maestro Griziotti; culmine del suo impegno di legislatore; culmine della sua passione civile, politica, sociale); tutto questo ci ha fatto fare un salto indietro in materia tributaria di decenni. Come se Vanoni non fosse mai esistito. Non credo di esagerare parlando di abrogazione degli articoli 53 e 23 della Costituzione. Ma cosa c'entra più la capacità contributiva (e tutta la poderosa elaborazione scientifica che sta dietro a queste due parole, alla quale Vanoni e Griziotti diedero tanti contributi) con l'attuale politica fiscale? Ma cosa c'entrano più i principi di progressività con l'attuale sistema fiscale, platealmente regressivo a danno del lavoro sia dipendente che autonomo? Ma cosa c'entra il principio della ri-serva di legge (con tutta la vasta elaborazione sulla natura delle leggi tributarie e sulla causa dei tributi alla quale Vanoni dedicò un importante libro nel 1932, sviluppo della sua tesi di laurea) con il guazzabuglio di grida spagnolesche con le quali si esprime da tempo il nostro Parlamento? Ho insegnato per dieci anni diritto tributario nell'Università di Pavia e le mie le zioni erano incardinate sul pensiero di Vanoni e Griziotti e sulle norme tributarie della Costituzione. Ma se dovessi riprendere oggi un insegnamento di diritto tributario non saprei da che parte incominciare. Forse il diritto tributario in quanto tale, nel nostro Paese, è finito; forse si potrebbe prendere le mosse dalla teoria del negoziato, che pure è una disciplina universitaria. In materia di civiltà tributaria abbiamo fatto un salto indietro di decenni, per qualche aspetto di secoli. Vi sono aspetti dell'attuale rapporto e sistema tributario che sono chiaramente pre-Vanoni; altri che ci riportano allo Stato pontificio; altri ancora che si collocano sul piano dei nego ziati fiscali tra re e baroni ti pici della struttura feudale. L'Italia si è andata, sul piano fiscale, e non solo su quello, rifeudalizzando ed imbarbarendo. I grandi contributi che Vanoni ha dato al nostro Paese comprendono tutti quei valori, principi giuridici, norme costituzionali, matura concezione dei rapporti tra Stato e cittadini in materia tributaria, quell'amore di patria come base ed anima dell'economia pubblica, tutto quello, insomma, che sciagurati protagonisti della finanza pubblica negli ultimi 10-15 anni hanno preso a picconate. Con successo. Spesso ci immaginiamo i riformatori come degli inquieti, degli attivisti, degli esagitati, degli imprevedibili. Ma è uno stereotipo. I grandi veri riformatori diventano tali per la qualità delle loro idee, per la loro tenacia, per la loro serena solidità, per la loro capacità realizzatrice. Come Adenauer, come Cavour, come De Gasperi. Come Vanoni appunto, che sin da ragazzo era il taciturno buono, il prima della classe che aiutava i peggiori a cavarsela, che, sin dal ginnasio, grazie alle sue attitudini ad aspirare fiducia e sicurezza, ottenne la responsabilità di istitutore interno con un piccolo stipendio, che, nel corso del liceo, aveva, a giudizio del suo Prof. Credaro, evidenziato « l'organicità e l'equilibrio della sua mente quadrata ». I principali aspetti della politico economica e finanziaria di Ezio Vanoni che ne fanno un autentico riformatore, sembrano a me essere i seguenti. Vanoni ha saputo coniugare sapientemente una politica di sviluppo con una difesa strenua della stabilità monetaria (intesa come bene comune e soprattutto dei ceti più deboli) e della sanità della finanza pubblica. Il deficit globale effettivo, nel periodo 1953-1954/1957-1958 oscillò tra 0.50% e 1,45% del Pil, e il debito pubblico che era al 113% del Pil nel 1944 (poco più del livello di oggi) era sceso al 45% nel bilancio 57-58, ampiamente inferiore all'attuale parametro di Maastricht. Il tasso d'inflazione, salvo una punta nel 1951, dovuta a cause internazionali connesse alla guerra di Corea, si mantenne negli anni successivi nella fascia tra 1.4/3,2% mentre il Pil nei sette anni successivi al 1951 aumentò ad un tasso medio annuo del 6,9%. Mai Vanoni ha accettato la tesi che per sostenere lo sviluppo e la socialità bisogna sbracare nella spesa pubblica. Il suo credo è racchiuso in queste parole del suo ultimo dibattito in Senato il 16 febbraio 1956: « Devo dire, onorevole Condorelli, molto semplicemente che non c'e finanziaria più dura, più severa, più accurata di quella richiesta dall'esigenza del miglioramento sociale e economico di un Paese depresso come il nostro. Guai a noi se indulgessimo, in qualsiasi momento, a spese inutili, guai a noi se indulgessimo in qualsiasi momento per considerazioni di tranquillità e di popolarità nell'amministrazione delle entrate del nostro Paese. Noi non risolveremo mai i nostri tragici problemi di fondo, se non sapremo trovare il modo di destinare, nei limiti delle nostre forze, delle nostre capacità, delle nostre valutazioni, ogni lira disponibile per il benessere della parte più umile che popola il nostro Paese ». Saper coniugare sviluppo, stabilità monetaria e riduzione dei deficit e debiti pubblici è esattamente la sfida cui ci troviamo di fronte o ggi. Ha avuto chiara consapevolezza che il mercato è lo strumento migliore creato dall'esperienza umana per regolare scambi e allocazioni economiche, ma senza farne un idolo e sapendo che esso deve essere regolato e tutelato da abusi, eccessive concentrazioni, monopoli, distorsioni. Anche su questo punto il tema è di grande attualità ed è indispensabile ricuperare una posizione responsabile ed equilibrata come quella di Vanoni, dopo gli eccessi e gli abusi alimentati, non solo in Italia, dai talebani del mercato. Ha saputo indirizzare le imprese pubbliche preesistenti o create in quegli anni (come l'Eni) verso rigorosi obiettivi di sviluppo attraverso una gestione rigorosissima. La nascita del ministero delle Partecipazioni statali, con tutte le perversioni che esso genererà, e del 1956, l'anno della morte di Vanoni. In materia tributaria, puntando sulla fiducia e sulla chiarezza reciproche, su evoluzioni graduali dell'ordinamento, su una fiscalità non oppressiva, ha fatto compiere all'Italia ed agli italiani un vero e proprio salto di civiltà. Si tratta di un valore immenso di convivenza che, soprattutto negli ultimi dieci anni, noi abbiamo totalmente sperperato. Ma è necessario sottolineare che il suo afflato riformista era profondamente sostenuto da una visione cristiana della vita che emerge da tanti suoi scritti, dichiarazioni, discorsi, sino all'ultimo intervento in Senato il 16 febbraio 1956. La sua concezione era di stampo liberal-socialista vicina a quella della scuola di Friburgo, dove negli ultimi anni '30 si preparò il post-nazismo e si mise a punto la visione della «economia sociale di mercato» poi realizzata in Germania da personaggi come Erhard e Whilelm Roepke, entrambi frequentatori della scuola di Friburgo. Ma Vanoni trasfuse in questa visione un'aperta passione cristiana che negli altri è meno forte o più mascherata. E riuscì a ricollegare ad un'azione politica penetrante e di successo i principi fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa. Al centro dell'economia pubblica poneva la persona con la sua libertà, la sua dignità, la sua responsabilità personale, e da ciò derivava l'obbligo di solidarietà sociale. Siamo su una linea di piena e profonda coerenza con il punto centrale della Dottrina sociale, dottrina che la pratica della maggior parte della Chiesa, nei decenni successivi, ignorerà totalmente attratta dalle sirene e dalle mode socialistoidi e collettiviste. Anche in questo campo l'insegnamento e l'opera di Ezio Vanoni attendono dei veri continuatori.
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