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Evviva il calcio
Marco Vitale
Scritto per “Sole 24 Ore”
11 maggio 2006
Il sindaco di Torino nella sua veste di primo cittadino della città della squadra di calcio maggiormente coinvolta nel nuovo gravissimo scandalo del calcio, la Juventus , ha detto: “Il nuovo governo dovrà anche occuparsi della riorganizzazione dell'intero sistema calcistico… al di là di quelli che saranno gli sviluppi di questa vicenda mi pare evidente che sia necessaria una riorganizzazione del sistema, se si vuole salvare uno sport che continua ad avere anche un forte radicamento popolare”. Finalmente delle parole responsabili da una sede responsabile. Quattro anni fa sostenni la seguente tesi, successivamente reiterata in varie sedi:
il mondo del calcio è così profondamente malato ed inquinato, che non sarà capace di autoriformarsi. Più precisamente nel 2002 nel mio libro: “Fenomeno Chievo” ( Scheiwiller 2002) scrivevo: “il calcio italiano è oggi uno dei più clamorosi casi di “mismanagement” degli ultimi cinquant'anni (dopo la chimica e la siderurgia) …. e le proposte (correttive) formulate dai maggiori protagonisti ( del mondo del calcio) pur apprezzabili come primo segno di rinsavimento sembrano inadeguate. Queste proposte mi ricordano del gruppo di nobili siciliani che nel 1790 chiesero al re di rendere illegali i loro sperperi che li stavano portando alla rovina. Credo che l'autoregolamentazione in un mondo così perverso e, in fondo, in buona parte interessato a proseguire nella perversione, sia insufficiente. Poiché il calcio muove interessi enormi e tocca, anche sul piano dei comportamenti e dei principi di convivenza 36 milioni di italiani, sono necessari interventi di regolamentazione di ben altra portata”;
spinte alla correzione nasceranno da parte delle componenti sane del calcio, dalle crisi finanziarie, dalla logica economica, dalla competizione internazionale, dalla Unione Europea e, auspicabilmente, dalla Banca d'Italia (per intervenire sugli scandalosi finanziamenti fatti da alcuni istituti di credito al mondo del calcio) e dalla Consob (per porre un freno alla truffa delle società quotate);
ma queste spinte saranno insufficienti. La spinta decisiva verrà dalla magistratura che, prima o poi, sarà obbligata, di fronte all'enormità della degenerazione, sia pur riluttante, a vincere la sua vistosa inerzia di fronte a questo settore ed a mettere mano al letamaio;
sia per rispondere costruttivamente a queste spinte, sia per evitare che resti solo la magistratura a cercare di mettere ordine, con i suoi metodi che non sono sempre gentili, sia per anticipare ed evitare ulteriori degenerazioni, sostenevo (in vari interventi sul Sole 24 Ore del 2003) la necessità di un intervento del Governo con una legge organica sull'ordinamento del calcio;
successivamente osservando che i padroni del calcio avevano rapidamente cancellato i piccoli segnali di miglioramento osservati nel 2002, la totale inerzia di Governo e Parlamento, la continua condiscendenza di Banca d'Italia e Consob, in uno scritto, un po' scherzoso ma non troppo, del 2005, nel quale cercavo di immaginare i passaggi fondamentali necessari per dare una svolta positiva all'Italia, dopo la previsione–auspicio delle dimissioni del Governatore Fazio, scrivevo:
“Significativa fu anche la sospensione del campionato di calcio professionisti per dieci anni. Preso atto della incapacità di questo mondo di riformarsi, della sua enorme capacità di corrompere la morale dei giovani, della sua potente forza diseducativa, del fatto che in gran parte era controllato da personaggi molto discutibili, che creava grandi spese pubbliche per sicurezza, manutenzione degli impianti, trasporti, che era dominato da insuperabili conflitti di interesse, che il controllo televisivo dello stesso era diventato quasi totalmente privato, si prese la saggia decisione di sospendere per dieci anni il campionato professionisti, dedicando invece un po' di risorse al calcio giocato dai club dilettantistici. La misura di dieci anni fu ispirata da Tacito che ricorda che quanto nell'anfiteatro di Pompei si verificò una grande rissa tra i tifosi di Pompei e quelli di Nocera in una gara di gladiatori del 59 d.C. l'anfiteatro di Pompei fu squalificato appunto per dieci anni.
Gli eventi di questi giorni gravissimi ma né sorprendenti né inattesi, confermano come quella lettura ed i conseguenti suggerimenti fossero assennati.
Un giovane manager di qualità che, dopo aver assolto compiti direttivi significativi nel calcio, lo ha dovuto lasciare per coerenza con se stesso e che considero rappresentativo di quella che chiamo parte sana del calcio, che forse è meno piccola di quanto pensiamo (ma se c'è, questo è il momento di venire allo scoperto) mi scrive:
“Volevo condividere con lei alcuni pensieri sul sistema calcio in Italia di cui abbiamo spesso parlato insieme. Rifacendomi sempre alla sua bellissima lettera al presidente della Confindustria, datata 2020, dopo il Governatore della Banca d'Italia, dovremmo essere arrivati al capolinea anche per chi "mafiosamente" gestisce il calcio in Italia. Uso il condizionale, perché ben so che ciò non avverrà. Bisognerebbe seguire il suo consiglio: bloccare i campionati per 10 mesi, per poi ripartire con una struttura politica-organizzativa-gestionale che recepisca i veri valori del movimento. Viviamo in un paese dove competenze, etica, moralità e rigore non sono i principi su cui chi opera, chi lavora, chi vive, basa la propria azione. Il calcio esalta e potenzia tutti i valori, sia quelli positivi, sia quelli negativi. Sono stato vittima di questo sistema, violentato nei miei principi e nella mia professionalità, proprio da alcune di quelle persone che oggi risultano essere coinvolti, colluse e omertosamente partecipi del degrado. La rifondazione non avverrà, tutto passerà nel dimenticatoio non appena i campionati Mondiali partiranno. Così la delusione e la tristezza si riapproprieranno della mia mente. La speranza è quella che illustri persone (penso a lei, Della Valle, Garrone, lo stesso Giancarlo Abete da dicembre futuro presidente della FIGC) si facciano promotori di un movimento di rinascita.
Solo un sogno dopo un incubo?”
Riprendiamo allora il discorso, sperando che la consapevolezza della necessità di intervenire per difendere il calcio dalle sue stesse perversioni sia cresciuta, sia all'interno che all'esterno del mondo del calcio e che la parte sana del calcio non si appaghi delle, vere o strumentali vedremo, dimissioni del presidente Carraro e non si faccia turlupinare dai soliti sepolcri imbiancati che, pur condividendo in pieno la responsabilità della dissolutezza e dell'imbarbarimento del calcio vengono chiamati a spegnere l'incendio. Vi sono motivi per ritenere che questa volta i sepolcri imbiancati si ingannino e che ci troviamo di fronte ad un cambiamento strutturale, imposto.
Il discorso si articola su tre punti: perché intervenire; come intervenire; con chi intervenire.
Perché intervenire
Perché il calcio con 5 miliardi di fatturato annuo è una delle principali attività economiche del Paese, con 40 milioni di cittadini interessati è il fenomeno sociale più di massa in assoluto, più della Chiesa cattolica; perché è il fatto mediatico più importante (quasi tutte le trasmissioni televisive più viste in Italia sono tutte partite dal calcio); perché il calcio influenza costumi, abitudini, credenze, stili di vita di milioni di italiani e soprattutto dei giovani; perché, nonostante tutto, rimane il più bel gioco del mondo. Come intervenire
Che questo gigantesco fenomeno di massa continui ad essere governato da principi e ordinamenti rimasti più o meno gli stessi di quando partecipavamo ai tornei all'oratorio, è ridicolo e irresponsabile. E' necessaria una legge organica sul calcio. Questa legge deve innanzi tutto far uscire questo mondo dall'equivoco che il calcio è una pura attività sportiva, con tutto quello che segue (autonomia, autoregolamentazione, e via dicendo). Il calcio è un grande spettacolo e un grande fenomeno mediatico ed economico, Come tale va regolamentato con chiarezza e senza ambiguità. Ma è uno spettacolo che si basa sul gesto atletico e quindi è anche sport e viene alimentato da quel vastissimo mondo dilettantistico dove è ancora solo sport. Pertanto la nuova legge organica sul calcio deve essere un atto di sapienza legislativa e trovare un lucido e saggio equilibrio tra queste due componenti del fenomeno. Così, ad esempio, la giustizia sportiva può sopravvivere autonoma per quanto attiene strettamente i comportamenti sul terreno di gioco. Ma tutto quello che ha a che fare con gestione, amministrazione, organizzazione, responsabilità manageriali e degli amministratori, struttura dei bilanci, struttura finanziaria, funzionamento degli arbitri e loro rapporti con le società, tutto questo ed altro ancora deve essere regolato e sanzionato dalla legge organica sul calcio. E deve essere regolato in modo stringente, molto stringente proprio alla luce della grande portata economico-sociale del fenomeno.
In primo luogo deve essere riformata la forma legale dei club. Il mio auspicio primo sarebbe la cancellazione del principio che i club possono essere organizzati come società per azioni con scopo di lucro. Ma poiché penso che questo passaggio troverebbe troppi ostacoli, sin dal 2003 su Il Sole 24 Ore (5 settembre) suggerivo una forma particolare chiamata: Società Calcio SpA. Riproduco quanto scrissi allora:
- le società che vogliono agire come imprese con scopo di lucro nel campo del calcio devono adottare la forma delle Società Calcio S.p.A.;
- la Società Calcio S.p.A. sarà obbligatoriamente organizzata secondo il modello c.d. tedesco che, nella nuova legge societaria, è denominato: sistema dualistico (par.5, art.2409 octies e seguenti);
- di conseguenza gli organi di governo della Società – Calcio S.p.A. saranno:
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consiglio di gestione, organo direttivo collegiale incaricato della gestione secondo la legge ordinaria e che sarà formato da un direttore sportivo, un direttore amministrativo – finanziario, un direttore del personale;
- il Consiglio di Sorveglianza, che avrà le competenze previste dalla legge (art.2409 – terdecies), e sarà formato da un minimo di dieci persone, più il presidente, delle quali tre nominate dall'assemblea su una rosa designata dai dipendenti, tre nominati dall'assemblea su una rosa designata da associazioni di tifosi accreditate presso la società con deposito dei relativi regolamenti, quattro nominati dall'assemblea su designazione dell'azionista di maggioranza salva l'applicazione del voto di lista ove ne esistano i presupposti;
- il presidente sarà un consigliere indipendente, nel senso in cui questo termine è usato e definito dalle regole di “corporate governance” della Borsa. Sarà nominato dall'assemblea su designazione della maggioranza, ma dovrà ottenere il gradimento del Consiglio di Sorveglianza, del Collegio sindacale, del sindaco della città;
- il collegio sindacale sarà di cinque membri dei quali uno designato dall'ordine dei dottori commercialisti della città, che assumerà il ruolo di presidente, ed uno designato dal sindaco della città.
- A tutte le Società – Calcio S.p.A. si applicheranno le disposizioni richieste per la licenza UEFA; in particolare i bilanci di esercizio e le situazioni semestrali saranno sottoposte a revisione da parte di società di revisione iscritta all'Albo Consob.
- A tutte le Società –Calcio S.p.A, quotate e non quotate, si applicheranno le regole di buona amministrazione e di “corporate governance” dettate dalla Consob e dagli organi direttivi di Borsa.
- Le società di gironi minori che ritengano la regolamentazione della Società Calcio S.p.A. troppo onerosa, potranno trasformarsi in soggetti sportivi non a scopo di lucro, assumendo la forma dell'associazione o della fondazione sportiva.
Penso di non dover riprendere qui l'illustrazione di questa proposta (rinviando a chi è interessato al Sole 24 ore del 5 settembre 2003). Voglio solo sottolineare un aspetto cruciale. Suggerisco nella “governance” della Società Calcio SpA un ruolo per il sindaco della città, per una ragione molto precisa. Ancorché organizzate come proprietà privata le squadre di calcio fanno parte del patrimonio storico-culturale delle città. Non possiamo lasciare una realtà sociale e popolare come il calcio che è parte del patrimonio culturale, emotivo popolare delle nostre città, che è un pezzo della nostra città, esclusivamente nelle mani irresponsabili di avventurieri più o meno sprovveduti o di manager più o meno cinici e irresponsabili.
La legge organica imporrà anche dei parametri patrimoniali/finanziari ponendo un tetto all'indebitamento ed un salary cup; regolamenterà i rapporti calcio – tv; porrà divieto della comproprietà di più squadre; stabilirà che le spese di rappresentanza e le provvigioni di intermediazione di ogni tipo non saranno fiscalmente detraibili; stabilirà la sospensione per un certo periodo dell'attività per le società che risultino aver pagato compensi in nero in Italia o all'estero ed in qualsiasi forma; le perdite delle società di calcio non saranno fiscalmente detraibili nei bilanci di altre società né come perdite di capitale né con la tecnica del consolidamento. Infine la legge organica introdurrà il divieto della quotazione per le Società Calcio SpA e fisserà un termine entro il quale le poche società quotate dovranno completare il delisting, mentre favorirà la diffusione delle quote di queste società tra il pubblico dei sostenitori con meccanismi simili a quelli delle banche popolari non quotate, con voto capitario.
Con chi intervenire
La riforma può avvenire sole se essa viene pressantemente richiesta dalla parte sana del mondo del calcio, sia professionistico che dilettantistico; dal mondo dei tifosi; dalla stampa qualificata; dai sindaci più interessati; dalle componenti più sensibili del mondo politico. Bisogna creare una pressione importante, perché, come mi disse un illustre americano, “The politicians never act, they react”.
E questa volta a spingerli a reagire sarà la stessa magistratura. Ma come scrive acutamente Alessandro Aleotti in Milania del 9 maggio, in un intervento dal titolo: “Cade la prima repubblica del calcio”: questa volta “ci troviamo di fronte ad un cambiamento di dimensione realmente strutturale. Ma, così come la Seconda repubblica, dopo aver “cacciato” i professionisti della politica, è stata sconfitta dal neofitismo pasticcione dei suoi protagonisti, anche il calcio rischia la stessa dinamica. Se non si riuscirà ad imporre un nuovo “sistema” che sappia indirizzare le risorse crescenti del calcio verso un investimento complessivo (infrastrutture, presenza sul territorio, attività giovanile e, in generale, proiezione verso il futuro), invece che nella ridicola corsa a riempire le tasche di avidi mestieranti del pallone, allora è certo che il fallimento sarà ancora più grande e molti rimpiangeranno il vecchio sistema di Moggi (esattamente come oggi molti rimpiangono i vecchi partiti della Prima repubblica). La scommessa è tutta qui: serve qualcuno (dentro o fuori dal calcio) che abbia chiaro in testa il modello da raggiungere e sappia proclamarlo ad alta voce per far sì che i passi che dovranno essere compiuti siano quelli giusti. L'obiettivo non è irraggiungibile, ma se si dirotta un aereo senza saperlo pilotare, l'unica certezza è che nessuno si salverà”.
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