E se ...
Marco Vitale

Milano, 21 luglio 2006

 

E se nella prima parte del 2007 la crescita americana scendesse al 2 o al 1.5 percento? La persona con cui discuto l'interessante questione è uno dei maggiori osservatori “insider” dell'economia americana. Nessuno dei grandi organismi politico-economici federali e internazionali considera ufficialmente questa ipotesi tra quelle possibili. Perciò quando si verificherà, perché è molto probabile che si verifichi, saranno tutti impreparati all'emergenza. Il pensiero ufficiale è che il ritmo di crescita americano diminuirà sino al tre per cento, ma molti dei dirigenti di quegli stessi organismi attestati ufficialmente sulla frontiera del tre percento, discutono privatamente del due o meno per cento. La differenza è fondamentale: segna la linea di demarcazione tra il “soft landing” (atterraggio morbido) e il “crash landing” (atterraggio rovinoso). Il mio interlocutore è per la seconda ipotesi, basandosi sulle seguenti considerazioni. Le famiglie americane sono patrimonialmente ricche come non mai: il loro attivo investito ed anche il loro patrimonio netto non è mai stato così alto rispetto al loro reddito corrente. Ma parte importante di questi valori patrimoniali non derivano da reddito guadagnato ma da rivalutazioni dei cespiti attivi sia mobiliari che soprattutto immobiliari (la bolla immobiliare). L'esistenza della bolla immobiliare è negata dalle fonti ufficiali, ma essa esiste ed è grossa e può venire misurata dallo squilibrio tra il reddito prodotto dalle famiglie e il patrimonio soprattutto immobiliare che questo reddito deve sostenere. Il reddito prodotto non è in grado di mantenere e finanziare questi valori. Questi sono stati sostenuti dal sistema bancario che ha continuamente rifinanziato i debiti ipotecari. Questo treno è ora arrivato al capolinea. Molte famiglie dovranno vendere gli immobili dei quali non sono in grado di pagare le rate (tra l'altro per un terzo assunti a tassi variabili nel frattempo fortemente cresciuti); questo deprimerà i valori; e ci saranno molti crediti in sofferenza nel sistema bancario. Inoltre questa percezione di grande ricchezza (in parte cartacea) ha spinto in alto i consumi, ancora una volta a livelli disallineati con il reddito effettivo guadagnato. Le famiglie dovranno ridimensionare significativamente i loro consumi.

Questo scenario mi sembra, osservo, un ragionevole aggiustamento, un “soft landing”, con una economia USA che rimarrà, comunque, in crescita. L'osservazione è corretta, risponde il mio amico, ma con due complicazioni. L'economia americana è molto flessibile e realizzerà abbastanza velocemente i necessari aggiustamenti. Basti pensare che negli USA ci sono 11 milioni di lavoratori immigrati illegali (una cifra importante anche per gli USA), soprattutto dal Centro America, che saranno i primi ad essere licenziati. Certi settori saranno più colpiti ovviamente, come le costruzioni (in alcuni Stati già si registra un crollo del 40%) come il retail, come le automobili. Qui la crisi colpirà duramente perché si scaricherà su grandi imprese già in crisi. Potranno esserci anche grandi fallimenti, che non impressionano più nessuno. L'unica reazione è che si dirà: “they deserved it”. A Capitol Hill a Washington, nei parcheggi degli alti burocrati del governo, pochi anni fa non si vedeva una macchina che non fosse americana, ora dominano le macchine giapponesi. I fondi pensione interni sono già in pratica nazionalizzati ed assicurati attraverso un'apposita agenzia. Quindi anche queste grandi crisi non saranno altro che uno dei tanti aspetti della “creative distruction” che volta e rivolta continuamente l'economia americana. La prima complicazione è che non sappiamo valutare gli effetti finanziari e valutari di tutto questo. Lo sgonfiamento dei valori innesta un effetto negativo della leva finanziaria. Quanto grave sarà? Nessuno è in grado di stimarlo accuratamente tanto più che non ci sono esperienze concrete serie sui comportamenti e sugli effetti degli “hedge fund” e altri strumenti del genere di fronte a una crisi seria. La seconda complicazione è che non siamo in grado di valutare con ragionevole accuratezza gli effetti sull'economia globale. Qui si contrappongono la teoria del tempio e la teoria della piramide rovesciata. Secondo la prima l'economia globale è come la facciata di un tempio greco scandita da una successione di colonne. Se una colonna scricchiola, anche se è la più importante, le altre, sia pure con più fatica, reggono (Cina, Giappone, Europa, India) e il tempio non crolla. Secondo la seconda teoria, l'economia globale è come una piramide rovesciata che si regge sulla punta, che è, in gran parte, rappresentata dal consumatore americano. Se questa punta si sbriciola, tutta la piramide ne risente. E' stato stimato che a un punto di diminuzione del Pil americano corrisponde la diminuzione di due punti del Pil cinese. Se dunque la previsione di una diminuzione di due punti della crescita americana si verifica, la diminuzione della crescita cinese sarà del quattro per cento. Come i due fenomeni congiunti impatteranno, ad esempio, sugli esportatori tedeschi ed italiani? E come il rallentamento cinese influenzerà l'economia giapponese che, oggi, tanto dipende da quella cinese? E quale sarà l'effetto per i paesi del Centro America dell'asciugarsi delle rimesse degli undici milioni di immigrati clandestini negli USA?

Forse la visione del tempio greco con tante solide colonne è un po' ottimista ed in anticipo su quella che potrà diventare un'economia globale equilibrata. Ma, forse, la visione della piramide rovesciata è antica se non arcaica. Qualcosa di nuovo è realmente successo nell'economia mondiale ed il consumatore americano può, forse, prendersi un po' di riposo senza che la piramide rovini. Il prossimo aggiustamento dell'economia USA e mondiale risponderà anche a molte delle domande che abbiamo formulato e traccerà, con maggiore chiarezza, il profilo dell'economia mondiale.-

Lo scenario di aggiustamento, se non di crisi, descritto in questa nota non è sicuro ma è molto probabile. Sicché, nel dubbio, è bene non trovarsi impreparati o, come si dice nel linguaggio finanziario, è bene riposizionarsi. Cosa vuol dire? Realizzare gli investimenti in USA, sia mobiliari che immobiliari, prendendo tutti i benefici maturati. Non puntare troppo per l'immediato futuro sul mercato di consumo americano, accentuando gli sforzi su altri mercati. Ridurre la leva finanziaria e porsi in una posizione più liquida possibile. Non investire nulla per ora negli USA. Mettersi nella condizione di acquistare, fra un anno, (titoli, aziende, immobili, crediti in sofferenza) negli USA quando i valori si saranno aggiustati. Il governo non può fare più niente, dice il mio amico, è troppo tardi. E la Fed è abbastanza indipendente per non giocarsi la propria reputazione su richiesta del governo. L'unica cosa che può fare se la crisi diventa veramente dura è ridurre i tassi, andando in direzione contraria alle attuali aspettative. Certamente questa sarà anche la prova del fuoco per il governatore della Fed Bernanke, che, per ora, è solo un bravo accademico. Le prossime elezioni presidenziali del 2008 non cambieranno il quadro. Il prossimo presidente degli USA sarà Hilary Clinton. Chi parla è un repubblicano doc e di lunga data. E se fosse vero?

 

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