Il calcio prossimo venturo
Marco Vitale

Scritto per Famiglia Cristiana
Milano, 22 maggio 2006 

 

Poche sere fa gli appassionati di calcio hanno potuto godere la finale del campionato europeo di calcio (denominato Champions League) tra la squadra del Barcellona e dell'inglese Arsenal. Una bella partita, veloce, vigorosa, correttissima, illuminata da alcuni fuoriclasse ma basata su due collettivi esemplari, un po' disturbata da un arbitro mediocre. Vinta meritatamente dal Barcellona, ma persa dall'Arsenal con grandissimo onore e merito. Mentre ammiravo questo affascinante spettacolo sportivo, mi domandavo quante nazionalità erano rappresentate in quella bella festa dello sport. Tante nazionalità, dal Brasile alla Francia all'Argentina al Camerun all'arbitro norvegese, meno una: quella italiana. Nessuna squadra italiana, nessun giocatore italiano, nessun arbitro italiano. Tanto che un giornalista televisivo, nel commento successivo, pateticamente si sentiva in dovere di segnalare che il brasiliano che ha segnato la rete vincente per il Barcellona aveva sangue romagnolo nelle vene, perché il nonno paterno veniva dalla Romagna. Ci avevano fatto credere che il calcio miliardario italiano, il più ricco e costoso del mondo, fosse anche il più forte, il migliore del mondo. Ed invece era un indegno caravanserraglio, profondamente corrotto, profondamente disorganizzato, con molti dirigenti analfabeti e malandrini, amministratori, in buona parte, indecorosi arbitri collusi; con gli organi di vigilanza (Federazione e Coni) ciechi, sordi e muti. Qualcosa di cui non vantarsi ma vergognarsi.

Quello che sta avvenendo in questi giorni è solo l'emergere definitivo di questa realtà, grazie alla magistratura inquirente ed ai pentiti (pochi invero) che hanno indirizzato la magistratura inquirente nella giusta direzione. Molto di quello che è affiorato era noto (sia pure senza le certezze che solo la magistratura può acquisire) o percepito da molti. Ma di questi i più stavano zitti perché anche loro facevano parte del sistema e ciò faceva loro comodo. Quei pochi indipendenti che parlavano e lanciavano ammonimenti erano irrisi o zittiti o emarginati dal poderoso apparato mediatico manovrato dai boss della cosca mafiosa che domina il nostro calcio. I fatti sono noti: da registrazioni telefoniche e testimonianze rese alla magistratura da alcuni “pentiti” e da pochi qualificati esponenti del mondo del calcio è emersa l'esistenza di una grande rete di collusione – corruzione grazie alla quale alcuni boss del calcio (e soprattutto della Juventus) manipolavano i risultati, le nomine degli arbitri, i comportamenti in campo di alcuni arbitri, gli incarichi, le nomine e le dimissioni di allenatori e giocatori. Insomma il campionato 2004-2005 sarebbe stato fortemente manipolato. E non vi è ragione di ritenere che ciò non si sia verificato anche per il campionato precedente e per quello successivo. Le conseguenze penali dovranno essere accertate serenamente dalla magistratura. Ma quello che è emerso è sufficiente per affermare che questa volta la crisi del calcio è, forse, arrivata al capolinea. La storia recente del calcio italiano è costellata di brogli, bilanci falsi, scommesse clandestine, imposte evase, presidenti bancarottieri, tanto che il Financial Times ha scritto: “Laggiù in Italia è “business” come sempre, o meglio è “business”, calcio, politica come sempre. Un campionato di calcio in Italia non è completo senza uno scandalo, sicché l'inchiesta della magistratura sulle manipolazioni dei risultati che è iniziata la settimana scorsa, è un degno finale del campionato di calcio italiano”. Gli organi federali hanno sempre chiuso gli occhi e il Governo ha sempre aiutato con leggi orrende come la spalmadebiti o con rateazioni del debito fiscale impossibili ai comuni mortali, come la rateazione di 23 anni concessa alla Lazio. Ma la sensazione è che questa volta non ci sia più una uscita di sicurezza a disposizione, nonostante la cortina di omertà non accenni a mollare.

C'è chi ha detto che si tratta solo di un “pissi pissi bau bau”; e questi è Galliani, il presidente della Lega, personificazione dei conflitti di interesse. E c'è chi ha detto: “ Questo è il più grande scandalo della storia del calcio mondiale… è un avvenimento terribile con conseguenze pesantissime per tutti, anche se a uscire in frantumi è l'immagine dell'Italia”; e questi è Blatter presidente della Fifa ( la Federazione mondiale del calcio). C'è chi ha detto: “bisogna riscrivere completamente le regole del mondo del calcio” e questi è il neo commissario della Federazione italiana calcio Guido Rossi, secondo una linea già indicata da numerosi altri, compreso chi scrive, e compreso il sindaco di Torino, Chiamparino, che è stato uno dei primi ad affermare: “Il governo dovrà intervenire, il sistema calcio va cambiato”. E c'è chi ha detto: “Non c'è nessuna regola da cambiare. Basta solo applicare quelle che ci sono”. E questi è il ben noto Dr. Silvio Berlusconi. C'è chi ha detto che per gli amministratori e azionisti era impossibile capire certe cose che succedevano nella Juventus. E questo è John Elkann, massimo rappresentante degli Agnelli azionisti della Juve. E c'è chi ha detto: “addomesticare le partite ha anche effetti economici, perché altera la concorrenza (è come corrompere per ottenere un appalto ai danni di un concorrente più efficiente). Contro questo genere di abusi esiste la legge 231 (concordata a livello internazionale proprio per combattere la corruzione). La norma attribuisce alle Spa ( e ai relativi amministratori) le responsabilità, penali e civili, degli illeciti commessi dai dipendenti. Quello della Juventus parrebbe un caso da manuale: qualcuno ha nominato Moggi e Giraudo; e gli organi preposti al controllo del loro operato non hanno agito efficacemente”, e questo è Alessandro Penati noto economista ed editorialista che esprime una linea condivisa da numerosi altri commentatori.

Sono dunque due linee interpretative che si fronteggiano e il lettore deve scegliere. Io non ho dubbi nello schierarmi sulla linea Blatter – Guido Rossi – Chiamparino – Penati, anche perché è una linea che sostengo dal 2002 (e che ho sviluppato in particolare nel mio libro scritto con Ormezzano nel 2002 intitolato: “Il fenomeno Chievo. Economia, costume, società. Una squadra di quartiere contro il calcio miliardario”. Oggi però tutto è diventato più difficile. Il rifiuto di prendere, per tempo, provvedimenti seri per frenare la follia finanziaria che si è impadronita del calcio, per fronteggiare il diffondersi della corruzione, per impedire a presidenti avventuristi di mettere le mani su squadre storiche legate al cuore ed alla storia delle città, per garantire l'applicazione delle regole serie che già ci sono per le società quotate, ha portato ad una situazione dagli sviluppi, per ora, imprevedibili. Non sappiamo quanto a fondo la magistratura ordinaria porterà la sua azione; non sappiamo se il prossimo campionato potrà partire e quando; non sappiamo se e quali provvedimenti prenderà la giustizia sportiva; non sappiamo se la magistratura ordinaria utilizzerà o meno la legge 231; non sappiamo se la Juventus verrà – come sembra allo stato degli atti inevitabile – retrocessa in una categoria inferiore; non sappiamo se e come e quando la Lega verrà commissariata – come sembra allo stato degli atti raccomandabile - ; non sappiamo se la Consob e la Banca d'Italia si decideranno finalmente ad assumersi le responsabilità che loro competono nei confronti delle quotate e degli affidamenti allegri; non sappiamo l'effetto di ciò sui contratti con le televisioni; non sappiamo l'effetto di tutto ciò sulle già precarie finanze della maggior parte delle squadre; non sappiamo le complicazioni che deriveranno dalle inevitabili cause che gli azionisti di minoranza delle società quotate coinvolte avvieranno nei confronti dei dirigenti infedeli, degli amministratori, delle squadre stesse. Questo film si svilupperà poco per volta e chi detterà i tempi sarà la magistratura ordinaria, che è ciò che non può non avvenire quando i responsabili di un settore o di un'attività si comportano da irresponsabili e pensano che il tutto si riduca a un pissi pissi bau bau.

Sappiamo solo che il calcio italiano potrà rinascere più sano ed equilibrato e che la Juventus , anche se andrà in serie B, non scomparirà e potrà ritornare rapidamente in vetta, perché un secolo di storia calcistica importante non si cancella per la pur grave degenerazione di un gruppo di dirigenti disonesti. Ma è necessario fare e fare bene, perché la malattia del calcio è gravissima e tocca tutti i settori e tutti i protagonisti. Se lasceremo la magistratura sola ad operare la correzione, questa non potrà che operare come sa e come può. Bisogna por mano alle regole che ci sono e assicurarne l'applicazione rigorosa ma al contempo correggere o integrare le regole che si sono dimostrate errate o insufficienti.

Ritorniamo per un attimo alla finale di Champions League. Sul terreno di gioco parigino non si sono confrontati solo ventidue giocatori di calcio, ma si sono confrontate anche due grandi organizzazioni, due team manageriali, due aziende. Barcellona e Arsenal operano con struttura e impostazione molto diversa. La squadra di calcio Barcellona opera nell'ambito di una grande Fondazione (Fundaciò F.C. Barcelona). Il calcio è il fattore trainante ma la fondazione gestisce squadre di basket, palla a mano, atletica, hockey su prato e su ghiaccio, rugby, baseball, palla a volo, ciclismo e calcio femminile, ed è uno dei maggiori club polisportivi del mondo. La Fondazione è sostenuta da 130.000 associati e da 1.600 clubs di sostenitori nel mondo. La “governance” è basata su un presidente dotato di ampi poteri, eletto dalla compagine sociale, affiancato da un consiglio di amministrazione nell'ambito del quale i singoli consiglieri assumono specifiche responsabilità, da una serie di commissioni per le principali aree di problemi, da una struttura manageriale adeguata. I risultati economici sono in continuo e forte miglioramento. Nel campionato 2004-2005 i ricavi hanno segnato lo spettacolare incremento del 23% raggiungendo i 208 milioni di euro, così suddivisi: 32% ricavi dell'attività sportiva in senso stretto, 30% attività commerciale connessa, 38% proventi televisivi. Per confronto la percentuale dei ricavi televisi nel nostro calcio teleprevisto raggiunge il 54% in Juventus, 58% in Inter, 59% in Milan, contro il 32% in Real Madrid, 29% Manchester United, 37% Chelsea, 42% Liverpool, inferiore al 20% in Bayern Monaco.

L'Arsenal è, invece, una società commerciale a scopo di lucro, quotata, in eccellenti condizioni economico finanziarie, come dimostrano i quattro grafici allegati. La “governance” (compresa la trasparenza) assume le classiche modalità delle società quotate alla grande Borsa di Londra. I ricavi derivano per il 32% dall'attività sportiva in senso stretto, il 26% da attività commerciali connesse, il 48% da diritti televisivi. L'Arsenal sta costruendo un nuovo stadio (che porterà nuovi introiti solo per biglietti di 50 milioni di euro) in gran parte finanziato dalla linea aerea degli Emirati contro concessione di usare per 15 anni il nome Emirati per lo stadio. Il Barcellona è il modello che chiamiamo latino, basato su fondazioni con decine di migliaia di soci ed una spiccata proiezione sociale (sullo stesso modello si muovono le squadre argentine). L'Arsenal è un ottimo campione del modello anglosassone: scopo di lucro, quotazione, redditività.

La loro presenza e contrapposizione nella finale della Champions League è la riprova che entrambi i modelli possono funzionare, purché gestiti in modo serio e coerente da persone serie. Ma si può anche guardare al modello tedesco, dove i 36 club professionistici tedeschi hanno chiuso i bilanci al giugno 2005 con un significativo seppur lieve attivo: 3.1 milioni di euro su un fatturato di 1.52 miliardi; a fronte di una perdita globale alla stessa data delle venti squadre di serie A italiane di circa 500 milioni di euro, su un fatturato di 1.3 miliardi di euro. L'unico modello che non va è quello italiano perché è in mezzo al guado da un punto di vista istituzionale e in mano ai ladroni da un punto di vista gestionale; mentre gli organi di vigilanza hanno ancora una volta (come ai tempi di Tangentopoli, come ai tempi di Bancopoli) clamorosamente mancato alla loro responsabilità, come ha denunciato il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: “Perché deve essere la magistratura a scoperchiare il calderone e far venir fuori quel puzzo maleodorante di umanità che non rispetta le regole e cerca sempre di prevaricare gli altri facendo gli interessi di pochi? Gli organismi di controllo interni al mondo del calcio per qualche anno almeno non sono riusciti a provocare dal loro interno qualcosa per bloccare tutto ciò. Ecco quindi questa supplenza della magistratura, che viene chiamata ad interpretare ruoli che non gli dovrebbero appartenere e che finisce come Pulcinella, sempre mazziata, perché accusata paradossalmente di ingerenza”.

Non sarà la magistratura a salvare il calcio. Ma il suo intervento, per quanto duro e in parte distruttivo, può essere salutare (se saprà evitare le trappole della magistratura spettacolo) per porre le basi per la salvezza e la rinascita del calcio. Secondo quali linee l'ho già scritto molte volte per cui posso riassumere velocemente: la mia preferenza sarebbe per il modello latino ma temo che sia un modello troppo lontano da noi che siamo, in tutti i campi, quei latini che scimmiottano malamente gli anglosassoni; allora forse è meglio ripiegare per le serie maggiori su un modello alla tedesca con la distinzione tra un consiglio di gestione e un consiglio di sorveglianza presieduto da un presidente indipendente dalla proprietà e che apra le porte, con il voto di lista, alla rappresentanza dei tifosi e dei sindaci della città; divieto di quotazione e di stock option ai dirigenti; per i club delle serie minori forma associativa – mutualistica senza scopo di lucro; obbligatorietà generale di certificazione dei bilanci; divieto delle proprietà plurime; rispetto rigoroso dei requisiti di onorabilità per dirigenti e amministratori; severi parametri economici e finanziari vincolanti per l'iscrizione ai campionati; regole UEFA applicate a tutti i club.

In cinque anni Luciano Moggi direttore generale della Juventus, punta di diamante ma non certo responsabile esclusivo della corruzione del calcio, ha guadagnato compensi ufficiali dalla Juventus per 9 milioni di euro più, sulla carta, una plusvalenza di 700.000 euro da stock option su titoli della Juventus. Nel nuovo sistema da noi propugnato questo non sarà più possibile. Ma il calcio italiano non sarà più sottoposto a fallimenti periodici in un modo o nell'altro fronteggiati con aiuti di Stato, per pagare compensi abnormi di questo tipo. Scrive Aldo Carboni su Il Sole 24 ore: “E' evidente che il governo del settore non funziona, e da anni. Eppure nel calcio sono coinvolti in prima persona alcuni tra gli uomini eminenti dell'industria e del capitalismo italiano, Berlusconi, Moratti, gli Agnelli, Tronchetti Provera, Della Valle, e magari ne ho scordato qualche altro. Come tipi simili riescano a tollerare il degrado dell'azienda-pallone, resta per me un mistero. E un mistero altrettanto grande resta il motivo per cui non si affrettino a collaborare per avviarne una riforma eccellente. Tanto più se il rapporto di Goldman dicesse un pezzo, anche piccolo, di verità: che il calcio buono, e sano, fa bene alla salute complessiva di un Paese”. La risposta sta forse nel fatto che a questi signori la salute del Paese nel suo insieme non interessa niente. A loro interessa solo il proprio potere personale al quale il calcio serve, soprattutto, se si vince. Perciò un maggiordomo disonesto ma “bravo”, cioè che fa vincere, con ogni mezzo, va bene. E' purtroppo lo stesso sentimento che abbiamo visto condiviso da tifosi e da commentatori televisivi. Basta chiudere un po' gli occhi e tapparsi un po' le orecchie e il naso per non sentire la puzza di merda. Purché si vinca. E' grazie a questa impostazione che perdiamo tutto. Per questo non dobbiamo indulgere nella retorica degli onesti e delle poche mele marce, ma por mano a riforme strutturali profonde che mettano la mordacchia non solo ai maggiordomi ma ai loro padroni, facendo in modo che i padroni siano meno padroni, che i tifosi e i commentatori siano meno barbari e incivili e che il calcio ritorni ad essere quel fenomeno sociale, popolare, democratico, divertente e educativo, che è stato nelle sue stagioni migliori.

Tutto ciò, tuttavia, senza dimenticare la grande lezione di Alessandro Manzoni che nella Storia della Colonna Infame, ci ha insegnato, richiamandoci al tema fondamentale della responsabilità personale che le istituzioni, buone o cattive che siano, camminano sempre sulle gambe delle persone (“una cattiva istituzione non si applica da se”). E dunque che si adotti il modello latino, o quello anglosassone, o quello tedesco, o quello italiano, è meglio che i ladroni se ne vadano a casa. Per questo, ancora una volta, come per Tangentopoli, come per Bancopoli, così per Calciopoli siamo riconoscenti alla magistratura inquirente, l'unica in grado di affermare, con qualche potere di convincimento, questo elementare principio.

 

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