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Acqua bene comune Intervento all'incontro promosso da Mountain Wilderness Italia e altri
Prendo volentieri la parola in questo incontro, perché condivido il concetto di fondo: Acqua bene comune e la politica che esso sottintende. Acqua bene comune non vuol dire che essa non possa essere utilizzata anche per scopi produttivi, ma che chi ha il potere di concedere o non concedere tale utilizzo deve tenere ben conto e deve rendere bene conto delle implicazioni e degli effetti comuni di ciò che concede o non concede. Quest'estate sono stato al Cancano e avvicinandomi alla diga mi ha colpito un alto pennone con un grande stendardo che garriva al vento. Ero curioso di vedere se quella grande bandiera fosse quella italiana, o quella europea, o magari della Regione Lombardia o della Valtellina o della Contea della Magnifica Terra. Con sorpresa vidi che quella bandiera era semplicemente quella della AEM. Quella bandiera mi sembrò, (forse con un po' di esagerazione e di immaginazione), come un segnale di possesso, un voler affermare con forza: qui comandiamo noi, qui i padroni siamo noi. E l'ho letto come un retaggio di tempi antichi quando le valli erano povere, l'emigrazione alta ed il lavoro che portavano società come AEM giustificavano un sentimento di riconoscenza e di sudditanza da parte delle popolazioni e delle autorità locali. Ma oggi le cose sono cambiate: le valli, anche grazie a questi interventi produttivi, non sono più povere e la salvaguardia dell'ambiente, in senso ampio, naturale e civile, è diventato il loro vero nuovo tesoro da proteggere; il lavoro che danno le società elettriche è minimo; la ricaduta della loro attività sull'economia e sulle attività locali è modesto quando non negativo. Quella bandiera va ammainata; le Alpi sono proprietà comune e non delle società idroelettriche e come è stato bene scritto, non proprietà dei residenti ma di tutti coloro che le frequentano e le vivono per ragioni di svago, di contatto con la natura, di alpinismo, di studio. Questo ammaina bandiera va fatto con rispetto, serietà, al limite riconoscenza, spirito di collaborazione con chi, comunque, gestisce impianti di così grande complessità e importanza. Ma è necessario cambiare paradigma culturale e, quindi, anche la bandiera che sventola sull'alto pennone. Su quel pennone va issata la bandiera della comunità. Ma come è difficile questo cambiamento culturale lo documenta un'intervista rilasciata dal presidente della AEM Zuccoli ad una nuova rivista di Sondrio, quest'estate. E' un'intervista che ho trovato stupefacente ed insieme illuminante. In essa Zuccoli afferma che in Valtellina “c'è una parte di turismo ma non è fondamentale”; “bisogna stimolare proprio l'attività industriale”; e, dunque, bisogna sviluppare ulteriormente l'uso della risorsa idrica per scopi idroelettrici; “bisogna che le realtà locali diventino un'attività industriale per produrre energia elettrica”; i canoni andrebbero eliminati e gli enti locali dovrebbero piuttosto diventare azionisti dell'Edison, allora si che conterebbero nelle scelte sul territorio (a questo punto si è obbligati a domandarsi se il presidente Zuccoli sta parlando seriamente e si sta rendendo conto di ciò che dice); in più l'energia idroelettrica potrebbe essere usata per dare “spazio e fiato” (ma come?) “alla capacità di quei settori nostri propri, come l'attività di estrazione, la lavorazione del marmo, l'industria conserviera, quella metalmeccanica”. Di fronte a queste affermazioni si rimane esterrefatti, ci si sente presi in giro, soprattutto se si sa qualche cosa del giro dell'energia e se si sa che la Edison è ormai praticamente francese e le acque della Valtellina serviranno ad ingrassare azionisti e alti dirigenti francesi. Ma forse l'affermazione più sorprendente è quando Zuccoli alla domanda “ la Valtellina ha bisogno di cambiare?” risponde: “Bisogna tornare indietro al modo di pensare che avevano i nostri padri”. Bisogna, dunque, ritornare a un'epoca definitivamente superata dalla storia, un'epoca che ha avuto la sua grandezza ed i suoi meriti, che ha riscattato il nostro Paese dalla miseria grazie ad un'etica produttivistica forsennata senza rispetto per niente e per nessuno: né per l'ambiente, né per le centinaia di morti che hanno segnato la costruzione di quelle dighe, né per i sindaci che dovevano solo ringraziare e, al più, pietire qualche piccolo aiuto, preferibilmente con il cappello in mano e gli occhi bassi. Quell'epoca ha avuto la sua grandezza, dicevo, ed ha permesso la realizzazione di opere che, senza quello spirito di sacrificio da una lato e di durezza e sopraffazione dall'altro, non sarebbero state possibili. Ma, almeno da noi (molto diverso è il discorso per il terzo e quarto mondo) quell'epoca e la sua etica sono finite e una nuova etica, una nuova sensibilità , una nuova cultura, una nuova etica sta prendendo faticosamente corpo. Dobbiamo capirla, evocarla, guidarla. Altro che sognare un ritorno ai buoni tempi antichi dei nostri padri e dei nostri nonni,quando il produttore poteva fare tutto quello che voleva e si sentiva, nel fare ciò, il vero interprete dei tempi, il cavaliere senza macchia e senza paura che doveva anche essere onorato dal popolo per i suoi meriti e per la sua determinazione. L'etica tradizionale del mondo occidentale è fortemente antropocentrica. Nella componente greca la natura è qualcosa di superiore e lontano dall'uomo. L'etica dell'uomo copre quindi solo la sfera dove l'uomo può agire e quindi si concentra sui rapporti tra uomo e uomo, tra uomo e città, anche se nel pensiero greco c'è chi intuisce che il rapporto uomo natura resta un tema aperto, misterioso e problematico. Sofocle nell'Antigone dice: “la natura ha forze tremende, eppure niente più dell'uomo è tremendo”. Quando la cultura greca incrocia la cultura giudaico cristiana la caratteristica antropologica dell'etica umana si rafforza. La concezione biblica è che l'uomo, fatto ad immagine divina, è il dominus del mondo e della natura. La sua missione è dominare il mondo. Anche lo sviluppo della scienza moderna si muoverà nella stessa direzione, il dominio dell'uomo sul mondo e sulla natura. “Scientia est potentia” dice Bacone; si deve conoscere non per conoscere ma per dominare. E sulla stessa linea etica si muove la fase produttivistica e violenta che ha caratterizzato tutto il ‘900. Ma i complessi sviluppi della nostra epoca, la crescente paura che l'etica del puro dominio non sia sufficiente a garantire all'uomo un pacifico futuro, le preoccupazioni per la crescente ed in parte misteriosa forza della tecnica, sta lentamente disegnando una nuova etica che non è più un'etica di puro domino ma di responsabilità. Questa esigenza si è fatta strada nel mondo cattolico. Francesco, con il suo cantico delle creature, che è la più bella preghiera cristiana dopo il Padre Nostro, e che è insieme un inno all'uomo e alla natura, all'armonia tra loro nella comune origine divina, è sempre stato, su questo tema, un isolato nell'ambito del pensiero cattolico. Ora non più. Ora Papa Ratzinger parla del “gemito della creazione” causato “dalle molteplici forme di abuso della terra”. Ora la Chiesa italiana ha lanciato, il 1° settembre, la prima giornata per la salvaguardia del creato. Nel messaggio di indirizzo il Pontefice ha detto: “In dialogo con i cristiani delle diverse confessioni occorre impegnarsi ad avere cura del creato, senza dilapidarne le risorse e condividendole in maniera solidale”. Ora la Chiesa scopre che nella Genesi non c'è solo il versetto “crescete e moltiplicate e riempite la terra e assoggettatela ed abbiate dominio sopra i pesci del mare e i volatili dell'aria e su tutti gli animali che si muovono sulla terra” che ha risuonato per due millenni ma vi è un altro versetto, sempre ignorato ma ricuperato negli ultimi anni che dice: “Signore Dio dunque prese l'uomo e lo collocò nel paradiso di delizie affinché lo coltivasse e lo custodisse”. L'attuale pontefice ha recentemente detto: “l'uomo non è il padrone assoluto della terra: essa gli è data come dono, da coltivare e da custodire. Il creato è il primo grande dono di Dio, la prima radicale espressione del suo amore potente: un cosmo ordinato e prezioso, capace di sostenere quella realtà misteriosa e fragile che è la vita”. Questa evoluzione del pensiero cristiano da una visione e da un'etica puramente antropocentrica ad una cosmologica segna una svolta molto importante. E la riprova della sua importanza è confermata dal fatto che questa evoluzione è fortemente contrastata da autorevoli centri di pensiero cattolico e da autorevoli pensatori cattolici conservatori (come padre Robert A. Sirico) che sostengono che l'abbandono dell'antropocentrismo biblico non solo non è ortodosso ma apre la via al ritorno del paganismo panteista. Sul piano del pensiero laico qualche buon tratto di strada è stato fatto nella direzione da un'etica della responsabilità. Basti pensare a Jonas con il suo trattato di etica contemporanea “Principio responsabilità” ma anche a Luciano Gallino con il suo “L'Impresa irresponsabile”, anche se siamo ben lontani da un pensiero compiuto, sistematico e soprattutto condiviso. Sul piano del pensiero economico passi avanti sono stati fatti nel delineare una nuova concezione di sviluppo non più ossessivamente dominato dalla crescita dei beni materiali. Tre sono i filoni più interessanti. In primo luogo la concezione (sviluppata da noi soprattutto da Giorgio Fuà) che ci sono fasi molto diverse di sviluppo che richiedono approcci molto diversi. Non si possono affrontare nello stesso modo i problemi dei paesi arretrati e quello dei paesi di sviluppo maturo. Non si può, non si deve ragionare come ragionavano i nostri padri ed i nostri nonni. I primi , ad esempio, con due miliardi di persone che non hanno l'energia elettrica, devono ancora puntare allo sviluppo di beni materiali e primari. Per i secondi l'ossessione della ulteriore crescita quantitativa è sbagliata e dannosa e bisogna puntare piuttosto allo sviluppo di beni immateriali legati alla qualità della vita. Il secondo filone, connesso al primo, è basato sul teorema che alla crescita del reddito corrisponde una maggiore richiesta di beni comuni. Per beni comuni non si intendono beni statali o pubblici nella proprietà o nella gestione ma beni comuni nell'uso, beni che non possono e non debbono essere oggetto di appropriazione e di mercato individuale. Come l'istruzione, l'ambiente, l'acqua. Il terzo è rappresentato da tentativi di un rinnovamento profondo della scienza economica che non può più essere quella del tutto antropocentrica dell'”economia della società” ma deve essere quella dell'”economia della natura”, i cui primi lineamenti furono già implicitamente abbozzati da Darwin e furono poi sviluppati soprattutto da Georgescu Roegen e altri. E' questo approccio che Luigi Zanzi, nel suo importante “Le Alpi nella storia d'Europa” giudica indispensabile proprio per “salvare le Alpi”. Rilevare che esistono questi filoni serve solo a sottolineare che il pensiero economico ha iniziato a dare dei contributi promettenti, ma è doveroso rimarcare che si tratta di filoni di assoluta minoranza. Il consesso degli economisti resta ossessionato dalla crescita quantitativa ed il grosso degli operatori (esaltati dal neo-liberismo degli ultimi venti trenta anni) continua a muoversi secondo l'etica ottocentesca del padrone delle ferriere, come l'intervista del presidente Zuccoli testimonia. Un'ultima osservazione di inquadramento generale. Io penso con Paul Driessen (Eco –imperialismo, potere verde, morte nera, Ed. Liberilibri 2004), che “il movimento ambientalista gioca un ruolo vitale e centrale nel condizionare le leggi e gli atteggiamenti riguardanti la necessità di ridurre l'inquinamento, conservare le risorse naturali, proteggere le specie e gli habitat. Ci ha fatto comprendere che possiamo e dobbiamo soddisfare i bisogni umani in modo da ridurre i danni ecologici, e che è possibile raggiungere tale obiettivo sia dal punto di vista tecnologico che economico. Se non fosse stato per gli ambientalisti, non avremmo avuto la possibilità di realizzare gli enormi e continui miglioramenti della qualità dell'aria e dell'acqua, nella conservazione delle foreste, nei consumi delle automobili e nel benessere umano”. Ma penso anche con Driessen che, a livello internazionale, il vertice dei movimenti ambientalisti (che, con un budget annuo di otto miliardi di dollari sono diventati una potenza economica che esercita un'influenza enorme) è in mano a “una leadership sempre più radicale e che certi aspetti del movimento hanno perso i loro punti di riferimento morale. Perfino il Dr. Patrick Moore, cofondatore di Greenpeace dalla quale si è staccato, è arrivato alla conclusione che gli ambientalisti (si riferisce a certi vertici fondamentalisti) hanno smarrito le basi etiche originarie, e sono diventati anti-commercio, anti-scienza, anti-tecnologia, anti-umanità. Sono stati “sequestrati egli dice da persone politicamente motivate, scientificamente illetterate e ideologicamente avverse a numerosi programmi che potrebbero beneficiare l'umanità”. Penso, per fare solo un esempio, che le pressioni dei movimenti eco – fondamentalisti che hanno bloccato il progetto della diga Narmada nella provincia indiana del Gujarat che avrebbe fornito elettricità a 5000 villaggi, energia rinnovabile a basso costo per le industrie e gli impianti di trattamento dei rifiuti, acqua per l'agricoltura e acqua potabile per 35 milioni di persone che ne sono prive, e ciò per “non cambiare il corso del fiume e danneggiare piccoli insediamenti animali sulle sue sponde”sia stato un crimine contro l'umanità, come l'ha definito un rappresentante di quella popolazione. In molte prese di posizione dei leader del fondamentalismo ambientalista più che l'amore per la terra, le piante, gli animali, emerge la razionalizzazione di un feroce odio per l'umanità; l'ambientalismo serve solamente come pretesto per attaccare la dignità dell'uomo che, secondo loro, non farebbe parte della natura. Il tema è estremamente complesso e non può certo essere sviluppato qui. L'ho citato solo per porre nella più giusta prospettiva e, forse, dare più credibilità, alle mie parole finali sull'acqua nelle Alpi. Io respingo ogni fondamentalismo ambientalista ed ogni astrazione teorica. Io credo alla possibilità, anzi alla necessità di armonizzare uomo e natura con la ragione, la conoscenza, la responsabilità ed i freni precisi che, soprattutto nelle economie sviluppate, vanno posti al mercato e al produttivismo dei padroni delle ferriere, e dei padroni delle dighe . Se non fare la diga Narmada in India è un crimine contro l'umanità, crimine sarebbe anche fare nuove dighe o nuove forme di privatizzazione dell'acqua, bene comune, sulle Alpi, oggi. Questa conclusione non deriva da teorie ambientaliste, più o meno fondamentaliste. Ma dallo stato di salute delle Alpi, come documentato dal Secondo Rapporto sullo Stato delle Alpi della Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, ed è frutto del contributo di decine di studiosi europei di alto livello, indipendenza e probità intellettuale. In questo rapporto ben 78 pagine sono dedicate al tema dell'energia, ovviamente “gran parte al tema dell'energia idroelettrica” : “Le acque e gli uomini si disputano in Valtellina il territorio” scriveva Francesco Saverio Venosta nelle sue Notizie statistiche sulla Valtellina del 1844. Ed in effetti, inondazioni, piene, alluvioni, frane e valanghe sono state un flagello per tutto l'800 ed in parte si sono prolungate sino a giorni a noi non lontani. Ma poi le opere di contenimento e le opere per gli impianti idroelettrici trasformarono il flagello delle acque nella fortuna delle acque. Ma è una fortuna soprattutto per gli altri, e sulla quale è necessario partecipare al discorso molto serio che si è avviato in tutta Europa. Lo sfruttamento intensivo dell'energia elettrica è tale che ormai solo il 10% dei corsi d'acqua alpini presenta ancora condizioni di naturalità. Questo supersfruttamento sta facendo emergere negli ambienti europei più responsabili, che studiano il tema delle Alpi, una nuova linea articolata nei seguenti punti:
Concludendo: l'ulteriore potenziamento dell'energia idroelettrica con nuovi impianti e captazioni l'ulteriore privatizzazione delle acque alpine, che la nostra Regione favorisce in modo selvaggio, è antistorica, economicamente dannosa per il bene comune e favorisce solo i profitti individuali di pochi operatori privati; essa non si scontra solo con legittime istanze ambientaliste ma è espressione di una concezione dello sviluppo economico superata, primitiva e dannosa.
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