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UNA POLITICA PER COMPETERE Intervento al
Io collaboro con numerose imprese per mettere a punto con loro politiche per competere. In numerosi casi di imprese medie di qualità tutte operanti nei settori tradizionali siamo riusciti a realizzare progetti di internazionalizzazione di successo che non solo ci permettono di fronteggiare nuove e vecchie competizioni ma anche di sviluppare significativi progetti di sviluppo. L'assunto di base dal quale parto nel disegnare queste politiche aziendali è sempre che non dobbiamo attenderci supporti dal governo. Qualunque impresa che disegna le sue strategie sul presupposto di interventi o politiche di sostegno da parte del governo parte con il piede sbagliato. Con questo approccio molto aziendale non avrei forse dovuto accettare il tema che mi è stato assegnato che temo si riferisca proprio alle politiche generali per competere. Ma il mio antico impegno verso l'imprenditoria cosiddetta minore e la simpatia ed il rispetto per chi mi ha cortesemente rivolto l'invito mi hanno spinto ad accettare. Ho voluto chiarire questa premessa perché sappiate che chi vi parla pensa che il governo in senso stretto ha ben poche leve in mano per sostenere la competitività delle imprese italiane nei modi tradizionali. Non ha più la leva del cambio che era uno degli strumenti principali con il quale il nostro modello era solito affrontare le crisi congiunturali. Non ha più la leva del debito pubblico illimitato nel quale si cacciavano i costi di tutti i problemi irrisolvibili o che non si volevano affrontare e i costi dei maggiori dissesti aziendali, perché debito e deficit già hanno ampiamente superato i limiti concordati a livello UE. Non ha più lo strumento di sostenere la congiuntura aumentando il deficit corrente perché la spesa corrente primaria è già stata aumentata dal 2001 ad oggi di quasi due punti percentuali sul PIL, che vuol dire circa 30 miliardi di euro all'anno, una cifra enorme. Avrebbe invero lo strumento di una riduzione generale delle imposte e tasse e questa sarebbe una grande politica che potrebbe aiutare le imprese a competere. Ma questa politica sarebbe valida solo se accompagnata da una riduzione delle spese correnti, perché altrimenti si ridurrebbe realisticamente ad un aumento del deficit. Ma come chiedere questo ad un governo che dal 2001 sta aumentando continuamente la percentuale della spesa corrente primaria sul PIL, che ha la stravagante idea di creare una Banca per il Mezzogiorno, e con Regioni come quella la Campania che inventano il salario di cittadinanza, in un sistema che si muove nell'insieme verso uno statalismo sempre più accentuato ed opprimente? E in base a quali motivi dovremmo attenderci ragionevolmente una politica diversa dal centro – sinistra che per sua natura è portato a seguire le tendenze stataliste e spendaccione del governo in carica? Il governo potrebbe concordare con la UE una politica temporanea di difesa delle produzioni più sottoposte alla competizione dei paesi low cost, ed in parte è stato fatto, ma sino a quando ed in attesa di cosa? E' la politica che riuscì a strappare la Fiat , in deroga alle norme della Comunità negli anni ottanta, quando le automobili giapponesi incominciarono a diventare minacciose. E fu l'inizio della debolezza della Fiat, mentre la Germania , che accettò a viso aperto la competizione giapponese, iniziò il cammino che la porterà a diventare leader europeo del settore. Come ha detto recentemente Blair la competizione si batte con la competizione non con la protezione. Una volta in questi convegni si finiva per reclamare un costo del denaro più basso ed un credito bancario più disponibile e su questo si raccoglieva un largo consenso se non l'unanimità. Ma ora, a prescindere dal fatto che il governo non ha nessuna influenza sui tassi che vengono fissati dai mercati internazionali né sulla disponibilità del credito, che viene determinato dal sistema bancario nella sua autonomia professionale, gli unici imprenditori che hanno diritto a lamentarsi delle condizioni del credito bancario sono gli imprenditori del Sud. C'è ancora qualche nostalgico che dice che dovremmo chiedere al governo una politica industriale. Ma chi ha seguito ad occhi aperti le vicende economiche del Paese degli ultimi 30 anni e si ricorda cosa è successo quando il governo ha provato a fare una politica industriale (a partire dal famigerato piano chimico degli anni 70) non può non fare gli scongiuri quando sente invocare una politica industriale a livello di governo in senso stretto. Non vorrei sembrare ingeneroso di fronte al volenteroso recente tentativo del Ministro delle attività produttive di elaborare un piano triennale (2006 – 08) che piano non è perché i piani si basano su obiettivi quantitativi e su un rapporto preciso tra obiettivi e mezzi, ma è solo un ragionamento generale che mette in fila le conoscenze convenzionali nella forma tipica di una discreta tesi di laurea. In realtà leggendo questo volenteroso documento che spazia dall'energia al turismo alle politiche per i consumatori, alla gestione delle crisi aziendali alla contraffazione ci si rende conto, al di là dell'impegno e della serietà delle persone, che è l'assetto istituzionale che non funziona. Un ministero generale delle attività produttive è una insensatezza istituzionale. Il governo potrebbe, anzi dovrebbe, invece fare una specifica politica energetica con l'obiettivo di abbattere l'altissimo costo dell'energia per le imprese (per molte delle quali il costo dell'energia è in certi settori il secondo fattore di costo da analizzare quando si valutano le delocalizzazioni) e nello stesso tempo portare l'intero paese ad un livello meno precario dell'attuale. Ma anche questa è una richiesta che formuliamo invano da trent'anni. “Come può esistere un paese senza una politica energetica?”, si chiedeva Ippolito dopo essere stato ingiustamente umiliato per avere lavorato molto bene per l'energia nucleare. E' la stessa domanda che ci poniamo oggi noi, sgomenti come allora, anche se sembra che negli ultimi tempi, dopo il black out, qualcosa si stia muovendo ed un piano (sperando che sia un vero piano) energetico viene annunciato. Dunque: non c'è niente da fare? No. Vi sono cose da fare che indicherò brevemente. Ma con questo inquadramento io ho voluto porre in chiaro quelli che considero i due pilastri fondamentali di una analisi realistica. Il primo pilastro è che dobbiamo rifuggire dal chiedere al governo le cose che il governo non può e non sa fare. E' un tipico difetto di noi italiani di criticare il governo allargato perché non sa fare bene le cose che dovrebbe fare perché sono i suoi compiti primari: l'amministrazione della giustizia, il funzionamento della scuola, la gestione della sanità, le grandi infrastrutture, ma poi, di essere sempre pronti, appena abbiamo un problema o difficoltà competitive, a chiedere al governo che ci aiuti e che intervenga nelle cose che non sa fare e che non è richiesto che sappia fare: come intervenire nella crisi del tessile o sviluppare l'occupazione nel Mezzogiorno e simili. Il secondo pilastro è di renderci conto che niente di quello che si può fare seriamente è a breve termine. La crisi che stiamo attraversando è una crisi epocale di trasformazione profonda di natura strutturale di autentica metamorfosi. Questo concetto, devo dire, l'ho ritrovato ed apprezzato nel citato piano triennale del Ministro delle attività produttive. Tutti i punti di riferimento sono saltati e noi tutti dobbiamo riposizionarci in un mondo profondamente cambiato, in un quadro competitivo totalmente diverso. E' un processo che non si realizza a breve, che deve essere realizzato fondamentalmente dagli operatori economici e per il quale le politiche generali concepibili sono fondamentalmente politiche di accompagnamento. Non andiamo dunque alla ricerca di soluzioni miracolistiche a breve di una crisi di questa natura e non pensiamo che il governo( qualsiasi governo) ci risolva i problemi. Se l'economia italiana va male è anche perché da lungo tempo gli interventi di governo sono la sommatoria di interventi congiunturali affastellati uno sopra l'altro per affrontare problemi che sono, invece, strutturali, spesso con effetti opposti a quelli desiderati. Così per fare un solo esempio i provvedimenti presi dal ministro Tremonti per far emergere il sommerso hanno avuto l'effetto di aumentarlo enormemente: in alcune località del Mezzogiorno esso viene ormai stimato intorno al 60% dell'economia totale. Dunque quali politiche di accompagnamento a medio termine (diciamo nell'arco di cinque anni) potrebbero essere sviluppare per accompagnare il paese produttivo a trovare una nuova collocazione nella nuova competizione globale? Ecco il mio decalogo:
Questo il mio modesto decalogo. In esso non ho messo azioni di tutela del made in Italy e azioni contro la contraffazione né eventuali misure di difesa in casi estremi e particolari, non perché ritenga queste misure inutili ma perché esse non rappresentano politiche per competere ma solo misure di tutela di gestione ordinaria che gli organi competenti devono assicurare, in un quadro europeo, nello svolgimento ordinario delle loro ordinarie responsabilità. Se il governo in senso stretto non ha più molti degli strumenti tradizionali di governo dell'economia, il sistema in senso allargato, che comprende il governo ma anche le imprese, la scuola, le professioni può fare molto per riposizionare l'Italia al posto che le compete, secondo le linee limpidamente indicate dall'esemplare Documento dei 15.
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