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Milano, città globale: sviluppo economico e lavoro
Marco Vitale
Intervento al
Seminario dei Democratici di Sinistra
Milano - 17 dicembre 2005
Il punto centrale è pensare, stimolare, governare un progetto di sviluppo con un'anima nel significato completo con il quale questa parola va intesa.
I grandi illuministi lombardi (che rappresentano una delle più luminose componenti del pensiero socio-economico a livello internazionale) non parlavano di sviluppo, ma di “incivilimento”. Noi continuiamo pure ad usare la parola sviluppo che è entrata nel nostro linguaggio, ma intendiamola nel senso antico di incivilimento.
Dunque:
sviluppo (incivilimento) socio – politico
sviluppo culturale
sviluppo urbanistico
sviluppo economico
Ho messo lo sviluppo economico al quarto posto perché in decenni di osservazione dei fenomeni economici ho imparato che non c'è sviluppo economico, soprattutto non c'è sviluppo economico in senso di incivilimento, se non sono a posto le altre tre ruote che reggono il veicolo: sviluppo socio-politico; sviluppo culturale; sviluppo urbanistico ivi compresa la ricerca della bellezza oltre che della funzionalità della città. In questa prospettiva dobbiamo guardare avanti e ricercare e promuovere tutti i tipi di innovazione positiva che la città può esprimere. E la città di Milano esprime molte e vigorose spinte all'innovazione. Compito di una buona amministrazione è togliere i tappi, liberare energie, coordinare le capacità creative che la città esprime più che tentare di sostituirsi alla stessa. Ma in questa ricerca di innovazione dobbiamo avere ben presenti le radici del nostro essere, perché come ha detto il grande Braudel: “essere stati è condizione dell'essere”. Tre sono le storiche caratteristiche costitutive della città di Milano dei qual dobbiamo essere molto consapevoli e che dobbiamo ricuperare, attualizzare, proiettare nel futuro:
- la grande tradizione di Milano città aperta. E' una tradizione dalle radici antiche, come testimonia Pietro Verri nelle sue “Memorie storiche sulla economia pubblica dello Stato di Milano (1763)”. Verri analizza e commenta la grande prosperità e forza di Milano prima del XVI secolo; poi analizza e commenta il grave declino che Milano subì nei 172 anni di dominazione spagnola. Nell'analizzare le ragioni dell'antica prosperità, Verri indica, accanto a ragioni legate alla posizione strategica per i grandi commerci, la certezza del diritto (“la sicurezza dei beni fondata su buone e chiare leggi”) per le attività commerciali e il rispetto della città verso le attività imprenditoriali (che allora si chiamavano: i commerci). E poi aggiunge due ragioni che rinviene negli antichi statuti di Milano, stampati nel 1480, che attengono direttamente al nostro tema. La prima è il divieto alle corporazioni di ergersi a corpi chiusi e separati, avvantaggiati o protetti da leggi e regolamenti: “Quei corpi delle arti e dei mestieri che al dì d'oggi sono tanti quante le arti e i mestieri possibili ad esercitarsi dell'umana industria, allora erano dagli statuti espressamente proibiti ed annullate e cassate preventivamente le leggi o statuti che in avvenire essi corpi pretendessero mai di arrogarsi”. La seconda merita di essere citata integralmente nel testo ripreso dal Verri, per la sua straordinaria efficacia. “<Quilibet citati et districtus Mediolani, vel aliunde tam masculus quam femina tute et impune, et ubique et in quolibet loco in civitate et comitati Mediolani, possit facere, et exercere et operare quamlibet artem seu artificium, ministerium vel laborerium cujuscumque generis et manieri ei sit, nisi in contrarium lege municipali reperiatur cautum” (che, in una approssimata e semplificata traduzione, potrebbe suonare come segue. “ Chiunque, della città e del distretto di Milano, o proveniente da qualunque altra località, maschio o femmina, in libertà e sicurezza e in qualunque luogo nella città o del contado potrà fondare ed esercitare ogni mestiere, arte o professione o qualunque altra attività di ogni e qualsiasi genere, che non sia contraria alla legge municipale”). E, precisa il Verri, la legge municipale poneva alcune eccezioni, ma molto poche, “lasciando una generalissima libertà di esercitare tutte le arti e mestieri, a chiunque senz'obbligo di matricola, di esame o maestranze di alcuna sorta”. Come diverso sarà il periodo successivo del dominio spagnolo, fatto di corporazioni, di chiusure, di autorizzazioni, di divieti, di manomorte e di conseguente declino! E quando, terminato il dominio spagnolo, l'”umile” Milano (C. Cattaneo) dell'illuminismo lombardo dei Pompeo Neri, Rinaldo Carli, Cesare Beccaria, Pietro Verri avviò la stagione delle riforme del secolo XVIII, la stella polare di riferimento tornò a essere la libertà e l'apertura della città, come Cattaneo ci descrive in una delle sue pagine più belle: “Si cominciò a sciogliere i fedecommessi (…), si abolirono le mani morte; si rimisero nella libera contrattazione i loro sterminati beni; si alienarono i pascoli comunali; si riordinarono le amministrazioni de' municipi; si rievocò l'educazione pubblica a mani docili e animate dallo spirito del secolo e del governo; si abolirono i vincoli del commercio, la schiavitù dei grani, i regolamenti che inceppavano le arti. La subitanea apparizione delle novelle merci inglesi e francesi scosse il nostro torpore, fomentato dalle proibizioni spagnole e risuscitò per noi la vita industriale. Si apersero strade, si soppressero barriere e pedaggi; (…) regnò la tolleranza di tutti i culti; e si aperse ospite soggiorno agli stranieri che apportavano esempi di capacità e di intraprendenza”. La Milano moderna, la Milano contemporanea o, meglio, i suoi caratteri di città aperta, attiva, tollerante, capace di assorbire e metabolizzare persone e contributi provenienti da ogni dove, nasce lì, da quella grande stagione. Ma si tratta di una applicazione moderna di una antica caratteristica.
- La grande tradizione del fare (“Milan dis, Milan fa), della professionalità della intraprendenza. Anche questa è una caratteristica antica che ci è testimoniata da Bonvesin da la Riva. Il maestro di grammatica milanese nel 1288 scriveva: “Risulta anche altrettanto evidente che qui (a Milano), a meno che non sia una nullità, qualsiasi uomo, purché sano, può ottenere guadagni e dignità secondo il proprio stato”. Ecco posto con chiarezza uno dei significati fondamentali della tradizione milanese del fare e della dignità della persona. Certo, è meglio essere sani a Milano. Ma, precisa Bonvesin, se uno è malato e povero, “vi sono in città e nei sobborghi che sono sempre sottintesi quando si parla della città, (dunque già esisteva il concetto della grande città o città metropolitana, cosa che viene fuori da molti altri passi di Bonvesin) dieci ospedali per i malati poveri e quasi tutti dotati di beni temporali. Tra essi primeggia l'ospedale del Brolo (…). Nessuno che sia in condizioni di indigenza e di miseria viene rifiutato o respinto da questo ospedale”.
- E questa seconda parte dell'osservazione di Bonvesin ci porta alla terza caratteristica che voglio sottolineare: il senso della solidarietà cittadina, della coesione sociale. E' quel valore che pervade la nostra Costituzione, che è stato modernamente sviluppato dalla scuola di Friburgo, che ritroviamo nell'art.3 della Costituzione europea.
Su queste tre caratteristiche fondanti della civiltà milanese, deve fondarsi la nuova politica per la città, con la città.
L'innovazione principale che deve perseguire Milano è ritornare ad essere città.
Storicamente le città nascono proprio per stare insieme, per unire le forze, per aiutarsi a vicenda. La attuale lacerazione di Milano per arti e mestieri, per ceti sociali, per livelli di ricchezza, che ha caratterizzato soprattutto gli anni più recenti è contraria al suo DNA, è contraria al concetto stesso di città; è inefficiente. Per riprendere le grandi tradizioni civili e riformiste di Milano è necessaria una forte discontinuità. Questa città non deve essere più amministrata dai miliardari e/o dai loro maggiordomi. Già troppi disastri hanno fatto nel nostro Paese i miliardari al Governo, con la loro supponenza, la loro arroganza, la loro insensibilità, la loro tendenza corruttrice. Noi dobbiamo schierarci per la partecipazione e non per la tecnocrazia, per una larga e solidale base sociale e non per gli “happy few”; per la città del lavoro delle arti mestieri e professioni e non per quella dei salotti buoni; per la città vera, per la città dei volti e delle mani vere e non per quella virtuale inventata dai comunicatori.
Ma qualcuno chiederà: perché non ci parli del traffico, dell'ambiente, della pulizia?
In una relazione di alcuni anni fa cercai di spiegare che questi temi sono pre-condizioni della vita comune. Non è su questi temi che un sindaco si può differenziare. Su questi temi - precondizioni io mi aspetto che il sindaco metta in pista le migliori risorse scientifiche, tecniche, organizzative e con il loro aiuto realizzi un livello di funzionalità accettabile. Ma la sua differenziazione, la sua caratterizzazione non può trovarsi su questi temi ma sulle direzioni e sulle modalità dello sviluppo nel senso allargato di cui parlavo prima, nella sua capacità di dare indicazione della direzione di marcia che sia sintesi sapiente delle indicazioni, dei segni, dei bisogni che emergono dal campo. Senofonte nell'Anabasi ci racconta che la sera prima di giornate impegnative gli strateghi si consultavano con le varie componenti del campo per ascoltare bisogni e consigli. Poi decidevano, secondo il loro giudizio e la loro responsabilità, ma dopo aver ascoltato il campo, con ascolto sincero e attento. Il nuovo sindaco deve saper prendere decisioni, anche in solitudine se necessario, ma dopo aver ascoltato tutti quelli che devono essere ascoltati e in totale trasparenza.
Perciò:
deve essere libero da ogni condizionamento di ceto, di consorteria, di affari di ogni altro tipo;
deve avere uno spiccato senso delle istituzioni;
deve avere un'abitudine consolidata a prendere decisioni;
deve avere fatto la sua carriera da solo, basandosi solo sulla sua professionalità, senza avere accumulato debiti di riconoscenza verso chicchessia ;
deve avere una sperimentata vocazione democratica e perciò la trasparenza e la resa di conto siano per lui naturali e congeniali.
Mi interessava parlare di pilastri fondanti più che di specifiche idee, perché ho imparato, da ex tecnocrate, che le soluzioni puramente tecnocratiche o aziendali non funzionano mai in materia comunitaria se non sono inserite in una precisa visione intellettuale e morale, cioè in una politica. Ma vi sono tre temi concreti fondamentali ai quali voglio almeno accennare: la riconquista del concetto di città passa attraverso l'integrazione tra periferie e centro in una visione unitaria di Milano (dimensione già presente in Bonvesin de la Riva che parla sempre della città e dei suoi borghi come di uno spazio unico). Io sono contrario alle espressioni immaginifiche e affascinanti ma confusionarie come: città infinita, città senza confini e simili. La città è concreta e reale, è quella nella quale ci tocca vivere nel nostro tempo. Cerchiamo di mettere ordine in tre espressioni che spesso vengono impropriamente confuse:
Città globale : la città globale non si misura sulla natura e l'estensione del suo territorio, ma sul suo inserimento nelle reti mondiali, nel su o interscambio culturale e pratico con la rete delle altre città globali. Vi sono città piccole che sono città globali. Vi sono grandi megalopoli che non sono città globali ma sono chiuse in se stesse e nei loro enormi problemi;
- Città metropolitana (o Grande Milano) : è l'area integrata nella quale la città storica è inserita, area caratterizzata da una pluralità di centri autonomi ma uniti da problemi che solo a livello più ampio e collegiale possono essere affrontati e risolti (pensiamo appunto ai trasporti, all'ambiente ma anche alle razionalizzazioni urbanistiche). La risposta non è creare una nuova sovrastruttura istituzionale ma affrontare questi problemi insieme ai comuni vicini, alla Provincia, alla Regione in una ricerca e visione comune e unitaria;
- Città concreta : nonostante la città globale e la città metropolitana (insieme aspirazione e necessità) la città concreta continua a esistere. Ed è la città storica, la nostra vecchia Milano, con il suo centro e le sue periferie, con i suoi confini amministrativi e la differenza tra la città di giorno e la città di notte. E questa città concreta è in primo luogo affidata al Comune ed al suo sindaco.
Per questo abbiamo bisogno di un bravo sindaco, di una persona vera e non costruita, di una persona esperta e di altissima professionalità, di una persona che ha dimostrato di amare Milano lungo tutta la sua vita e con l'ultima decisione di lasciare una carriera comoda e di venire a competere nelle primarie e nelle elezioni: una decisione generosa, senza rete, coraggiosa.
Concludo dicendo che credo alla candidatura di Ferrante non solo per l'alta esperienza e validità della persona ma perché lo vedo come leva per far emergere una nuova classe di governo, per attrarre ad interessarsi alla città gruppi e persone che non si ritrovano nei salotti buoni dei miliardari ma nel duro lavoro quotidiano, per attrarre i giovani, per attrarre i professori universitari che respingono la finta riforma universitaria che è stata recentemente approvata; coloro che vogliono continuare a vivere a Milano ma hanno difficoltà a pagare l'affitto; e tanta altra gente normale che ama Milano e vuole che ritorni ad essere grande come una volta.
Il sogno che coltivo per Milano
città aperta
città professionale
città solidale della tradizione riformista
non ha nessuna possibilità di realizzazioni senza la sconfitta a Milano dell'affarismo berlusconiano e della barbarie leghista. La politica di Ferrante deve essere e certamente sarà positiva; deve essere per e non contro. Ma se vogliamo nutrire il grande sogno di una città più civile, più umana, più aperta, sarà inevitabile battersi anche contro: contro il berlusconismo e il leghismo. Io spero che Ferrante aiuti la città a liberarsi da questi mali con una netta discontinuità con il clima e la realtà della amministrazione uscente.
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