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Etica, Impresa, Economia Rotary International – Distretto 2040
Quando verso la metà degli anni '80 si diffuse dall'America la moda della Business Ethics , io tenevo in Bocconi, da alcuni anni, un corso innovativo e che ha lasciato un segno in molti allievi, dedicato a: “Valori imprenditoriali e scelte strategiche”: Fui da subito molto attento a non farmi trascinare nell'avanspettacolo montante della Business Ethics, con una motivazione che sviluppai in una lezione specifica sul tema, il 19 ottobre 1988 (ora in La lunga marcia verso il capitalismo democratico, Il Sole 24 ore libri, 1989). In sostanza in quella lezione, ponevo gli studenti all'erta di fronte alla superficiale moda della business ethics ; con l'aiuto di Aristotele distinguevo tra l'etica che non può che essere generale e la deontologia o le regole di comportamento professionale: cercavo infine di porre alcuni pilastri della deontologia imprenditoriale e manageriale che possono anche avere una loro specificità nell'ambito dei grandi principi della morale generale. La deontologia professionale deve quindi essere inquadrata nella morale generale ed i suoi precetti non possono derivare da regole astratte (una sorta di catechismo) ma dallo scopo e dalla funzione assegnata dalla società a tale specifica attività, da un'intima aderenza all'essenza propria di tale attività nell'ambito del fine che l'interesse pubblico attribuisce alla stessa. Se non è illuminata da un fine pubblico e collettivo, da una funzione generale a essa assegnata, ogni attività non è riconducibile ad alcuna schema deontologico: essa non può che risultare libera e svincolata da ogni principio, non può essere guidata o autoguidarsi secondo una serie di principi, ma caso mai essere solo contenuta dalle leggi o da contrastanti forze e interessi. Ma se i principi e le regole che cerchiamo di elaborare in relazione a tale attività non li facciamo scaturire dalla sua specifica essenza, dalle sue concrete caratteristiche, tali principi e regole saranno astratti o velleitari o sbagliati e il loro rispetto sarà ancora una volta solo questione di potere, anziché di ragione e di intima e convinta adesione. Sempre nella lezione del 1988, ma è un'affermazione che dopo 20 anni di blá blá in materia ripeto integralmente oggi, affermavo: “Per quanto riguarda l'elaborazione di un pensiero in questa prospettiva nell'area dell'attività d'impresa e, più specificamente, in quella che mi è più propria della consulenza economica d'impresa intesa come attività professionale, vi è una cosa sola da dire: siamo all'anno zero. La dottrina economia e aziendale si dimostra del tutto inidonea a elaborare un autonomo pensiero in materia. Sicché vorrei fare un breve escursus sull'unica attività professionale che ha avuto una effettiva e lunga elaborazione deontologica: mi riferisco all'attività medica. Anche qui il merito principale è di un greco, Ippocrate, la cui scuola fu attiva tra il V e il VI secolo avanti Cristo. Naturalmente la problematica connessa a questa vicenda è immensa. Io non intendo discuterla, ma solo cogliere da essa quegli spunto che più mi sembrano interessanti e illuminanti per le conclusioni che cercherò poi di trarre in relazione alla nostra disciplina. Il giuramento è composto da otto articoli e io concentrerò le mie riflessioni sul secondo che è veramente il cardine di tutto il sistema e credo sia pregnante di significato per tutte le attività professionali. Esso dice: “mi servirà del regime (inteso come complesso di conoscenze mediche e la loro somministrazione), per giovare agli infermi secondo le mie forze e il mio giudizio e mi asterrò dal recare danno e ingiustizia”. Proviamo a scomporre questo breve articolo che ha, non a caso, attraversato i millenni.
Questi pochi principi di autoregolamentazione sono stati e sono i cardini della deontologia medica, anche se, sotto la spinta soprattutto americana, dalla Dichiarazione di Ginevra del 1948-49, incominciarono a prevalere codici professionali di tipo analitico che a me sembrano aggiungere poco e togliere qualcosa all'essenzialità dei principi di Ippocrate. Essi, quindi, lungi dall'essere superati come molti affermano, sono ancora di straordinaria pregnanza e validità. E non solo per l'arte medica. Proviamo, tanto per divertirci, ad adattare questi principi all'attività d'impresa:
Vi è ancora un passaggio importante da coprire. Se le regole che seguo le derivo dalla necessità di giovare all'impresa, devo esplicitare che cosa è per me l'impresa e che cosa è per me la salute o meno dell'impresa. Solo così lo schema mentale e deontologico che ho cercato di illustrarvi si riempie di contenuti. Qui il discorso si salda con tutto quello che, da anni, vado dicendo e scrivendo sull'impresa. La mia tesi di fondo e che è solo nell'approfondimento concreto del funzionamento delle istituzioni e delle attività (nel nostro caso l'impresa e la connessa attività del management o consulente economico), e nel ricondurle alla loro funzione di generale utilità sociale, che noi possiamo trovare la via per dare un ordine alle nostre attività, per orientare valori e doveri, una tesi (peraltro molto antica, ma da ricuperare proprio perché da troppi è stata dimenticata) densa di potenzialità. Del resto la mia impostazione coincide con quella di Peter Drucker, il massimo teorico d'impresa degli ultimi '50 anni, uno dei pochissimi dotati di spessore culturale di matrice umanistica e, dunque, di capacità di pensiero. “Il problema fondamentale di ogni pluralismo è sempre stato quello di stabilire a chi spetti occuparsi del bene comune. La soluzione tradizionale, che risale a centinaia di anni fa, è in realtà un'illusione: il bene comune, si dice, nascerà dal conflitto degli interessi contrastanti. Ma ciò al massimo genera una situazione di stallo. E' necessario, invece, che le istituzioni pluraliste contemplino nella loro visione, nel loro comportamento, e nei loro valori, l'interesse e la responsabilità nei confronti del bene comune. In altre parole, occorre che esse si assumano la loro responsabilità politica…” E' solo in questo più corretto rapporto società – impresa che può radicarsi anche una morale del management e dell'impresa adeguata alle complesse e difficili sfide della società moderna. La morale, anche nell'impresa, può vivere e prosperare solo se radicata in una concezione della vita positiva, altruistica, nella gioia di vivere con gli altri. Insomma, è difficile che il livello morale del management si elevi se non nell'ambito di un processo di miglioramento della società nel suo insieme, Ma gli imprenditori ed i manager non sono spettatori di questo processo: ne sono importanti coautori e corresponsabili sotto molteplici profili. Ivi compreso quello di un corretto ed equilibrato sistema di compensi. Nella mia concezione l'impresa è: istituzione di interesse pubblico a gestione privata, strumento strategico e operativo per lo sviluppo collettivo. Questa concezione è anche quella propria del nostro patto costituzionale (come esso emerge dagli artt. 35-47 della Costituzione); quella propria di ogni democrazia industriale; quella su cui è basato il grande sogno americano apparentemente tramontato ed approdato ad una ferrea plutocrazia del capitalismo democratico; quella che traspare nella concezione dei leader che tentano faticosamente di trovare vie d'uscita dal collettivismo inefficiente e soffocante; quella nella quale si identificano le principali organizzazioni manageriali del mondo. L'impresa moderna non è solo un centro di produzione e di accumulazione del profitto. Perciò coloro che da un lato la esaltano come pura produttrice di profitto, e coloro che, dall'altro, la additano al pubblico odio, come una forma demoniaca di oppressione sull'uomo, sono entrambi epigoni di culture ottocentesche, sorpassate e pericolose. Essi chiamano a raccolta degli eserciti di cafoni per una insensata guerra di religione, dalla quale sarebbe ora che ci liberassimo. La grande legittimazione dell'impresa sta nel fatto che essa deve essere produttrice di sviluppo. Quando si acquisisce questa nozione, l'impresa diventa un organismo che supera il conflitto capitale-lavoro, il quale sopravviverà, ma dovrà trovare nuove forme di composizione, nel quadro di un riconosciuto interesse comune. Nessuno, né la proprietà, né il sindacato, hanno il diritto di distruggere l'impresa. E il management ha la responsabilità che ciò non avvenga. E ciò è possibile se e in quanto l'impresa riunisca, in un processo unitario e dinamico, tre tipi di accumulazione. L'impresa è tale solo quando l'accumulazione del capitale è strumentale al progredire dell'accumulazione della conoscenza tecnologica (quale luogo privilegiato dell'innovazione, del dinamismo, della produttività) e al progredire dell'accumulazione della conoscenza organizzativa (e qui rientra anche tutta la problematica della cultura del lavoro). E' solo quando queste tre forme di accumulazione si sviluppano in un'azione equilibrata, che l'impresa assolve il suo compito primario di essere soggetto e motore di sviluppo. Ed è solo quando ciò si verifica che possiamo parlare di successo duraturo dell'impresa. Ed è proprio nel perseguimento di questo difficile compito di far girare insieme le tre ruote dello sviluppo, che riposa l'essenza della professionalità e dell'etica del management. In questa concezione il profitto rimane una misura indispensabile e un vincolo inderogabile, ma non è l'obiettivo primario dell'impresa. L'obiettivo primario dell'impresa è lo sviluppo, realizzato anche attraverso il profitto. Senza profitto non c'è sviluppo né in un'economia capitalista, né in un'economia collettivizzata. Ma il profitto non è sufficiente per lo sviluppo. Perché c'è il profitto senza sviluppo, c'è il profitto senza qualità, c'è il profitto monopolistico, c'è il profitto senza progresso dell'accumulazione tecnologica e della conoscenza organizzativa, c'è il profitto che deriva solo da connivenze con chi gestisce le casse pubbliche, c'è il profitto che devasta la terra, c'è il profitto che degrada le città, c'è il profitto che è solo apparente perché parte dei suoi costi di produzione si scaricano in bilanci diversi da quelli dell'impresa, c'è il profitto che miete solo e ha smesso di seminare; c'è il profitto sterile che non svolge più la sua funzione fecondatrice; c'è il profitto che, in realtà, è ormai solo consumo di quanto altri hanno accumulato nell'impresa; perché ci sono i profitti di guerra; perché ci sono i profitti di regime; perché c'è il profitto che deriva da spericolate speculazioni finanziarie; perché c'è il profitto tesaurizzato e non distribuito con equilibrio tra i fattori della produzione. Se il profitto è sterile o fertile, non lo può stabilire solo il management. Egli ha e deve avere la responsabilità di elaborare il progetto e di condurlo in porto. Ma la sua azione è sottoposta a rendiconto non solo davanti agli azionisti, ma davanti al lavoro, ai risparmiatori, alla cultura, all'opinione pubblica. Il tema di fondo sul quale il management è chiamato a rendere conto è proprio questo: il profitto che stiamo producendo è fertile o sterile? E perché ci deve essere questa resa di conto? Ma perché l'impresa, pur di proprietà e di gestione privata, è strumento strategico e operativo di sviluppo collettivo. Vedete che anche per questa via siamo risaliti alla concezione d'impresa. E attraverso questa a una concezione di società, che è quella che chiamiamo, per brevità, capitalismo democratico. Con questa impostazione anche il dibattito su etica e profitto, come viene normalmente sviluppato, e la connessa ricerca di un catechismo d'impresa, che chiamano etica degli affari, appare futile. In un'economia pluralista e imprenditoriale l'impresa agisce e comunica con la società in cui è immersa attraverso lo strumento del mercato. E qui si apre un altro enorme ed interconnesso capitolo al quale posso sol accennare. Il mercato non è altro che una sottile rete di comunicazione. Come tale esso è uno strumento prezioso e moralmente neutrale. I disagi che spesso sentiamo nei suoi confronti non derivano dalla natura propria di questo utilissimo strumento sociale. Ma dalla impropria collocazione che noi, soprattutto nei nostri giorni, assegniamo allo stesso. Da utile strumento che assolve preziose funzioni per importanti settori della vita sociale ma che certamente non assorbe ed esaurisce tutte le trame che legano e animano una collettività, noi ne abbiamo fatto, impropriamente, un idolo, il vitello d'oro. E mentre non riusciamo a portarlo là dove deve esserci (mi riferisco a tutte le strutture monopolistiche che soffocano la nostra economia e la nostra società, dall'energia elettrica, alle televisioni, alla raccolta pubblicitaria televisiva e a tante altre), lo portiamo in settori della società dove il mercato non deve esserci. Il pontefice nella Centesimus Annus ha detto: il mercato va bene ( ed è stato un progresso nitido nel pensiero cattolico) ma ci sono cose che non si debbono e non si possono né comprare né vendere. E sono parole che dovrebbero esser scolpite in tutti i luoghi ma soprattutto dove si svolgono compiti di amministrazioni pubbliche. Il mercato non dovrebbe entrare nella giustizia, nella sanità, nella scuola, nell'urbanistica, nelle elezioni politiche. Ed è nel fatto che noi invece facciamo mercato di tutte queste attività e non in una pretesa immoralità del mercato, l'origine di tanti nostri mali e di tanti nostri disagi. Questo è il modello di impresa seria, innovatrice, aperta, competitiva operante in mercati corretti e contenuti nella sfera che gli è propria, per la quale sono sempre stato impegnato, sia sul campo professionale che su quello teorico. Ed è quello che ho cercato di insegnare per trent'anni, in tre università, ai miei studenti ricordando loro il motto dei mercanti fiorentini, i primi veri imprenditori d'Europa, che sintetizzavano il loro modello d'impresa con queste parole: “Potere, sapere e con amore volere”. Dopo seicento anni non possiamo dire molto di più e di meglio. Possiamo solo sforzarci di calare quei valori nella complessa realtà odierna. Ma vi confesso che, soprattutto di fronte ai giovani, negli ultimi dieci-quindici anni, mi sono spesso domandato, con grande turbamento, se era giusto coltivare in loro questi antichi valori in un mondo dove la morale vincente, la morale premiata del sistema è così diversa. Nel 1994 terminavo una relazione dal titolo “Dall'impresa protetta all'impresa competitiva; i modelli imprenditoriali emergenti nell'economia italiana” con queste parole: “Ma non vi nascondo che da qualche tempo insegno tutto ciò con un grande sforzo interiore, per tentar di cacciare il pensiero che, forse, sto ingannando i miei studenti e che, forse, dovrei semplicemente dire loro: il modello d'impresa emergente in Italia è quello dei mascalzoni”. Il mio timore di allora si è dimostrato fondato. Il modello dei mascalzoni ha stravinto nel nostro paese e non solo nel nostro paese e la speranza di costruire un capitalismo democratico è per ora sconfitta. Ma poiché il modello vincente dei mascalzoni ci sta portando alla rovina, forse, se ancora insegnassi continuerei ad insegnare il modello che ho cercato di sintetizzare in questa conversazione.
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