Intervento
di Marco Vitale
per la presentazione del libro
“ Il caso Ambrosoli - Mafia, affari, politica ”
di Renzo Agasso
(Edizioni San Paolo)

Circolo della Stampa, Sala Montanelli - Milano
12 luglio 2005

 

Sono passati 26 anni da quella triste sera del 12 luglio 1979, quando un anonimo sicario professionale che veniva da lontano giustiziò, su mandato e per vendetta, il giovane avvocato civilista milanese Giorgio Ambrosoli. 26 anni, un quarto di secolo, sono un periodo lunghissimo. Sarebbe come se, collocandoci nel 1979, ritornassimo, con il pensiero, al 1953, all'Italia rurale delle lotte per la riforma agraria, dei governi di De Gasperi. O se, collocandoci nel 1953, ritornassimo con il pensiero, al 1927, ai primi anni del fascismo trionfante. O se, collocandoci nel 1927, ritornassimo con il pensiero al 1901 all'Italia giolittiana della prima industrializzazione.

In questi ventisei anni i figli di Giorgio Ambrosoli sono diventati adulti e professionisti, la figlia è madre di una felice nidiata e la giovane moglie Annalori, giovane non è più. Eppure la figura di Giorgio Ambrosoli rimane tra noi e diventa più viva e limpida con il passare del tempo. Al momento del suo assassinio il Paese ufficiale ed anche i vertici della sua città non capirono e non onorarono il suo martirio con una presenza adeguata. Il grande quotidiano economico 24 Ore dedicò all'evento una breve notizia di esattamente quindici righe. Paolo Baffi, governatore della Banca d'Italia, e persona di altissimo livello morale e intellettuale, da poco colpito anche lui nell'onore e umiliato da una congiura politico – giudiziaria – mediatica, nel suo diario del 1979, al 14 luglio, annota: “Vado al funerale di Ambrosoli. Le istituzioni della Repubblica sono assenti, salvo la Banca d'Italia. Ci sono però i giudici Viola e Urbisci”.

Dopo di allora, lentamente ma costantemente, il significato di Giorgio Ambrosoli e del suo sacrificio è andato crescendo. Si sono scritti libri, si è girato un film di qualità, gli sono state dedicate strade e aule di giustizia, si sono fatte tante commemorazioni, gli sono state dedicate borse di studio. E, ancora oggi, un editore importante pensa che vi sia spazio per un nuovo libro. Perché? Io voglio concentrare la mia riflessione su questo perché.

Nei decenni che abbiamo alle spalle molti sono stati i caduti nella lotta contro la malavita organizzata, poliziotti e magistrati. Nessun paese che conosco può contare su tante croci di questo tipo che, se potessimo riunirle tutte in un unico prato verde, formerebbero un notevole cimitero di guerra. Eppure la memoria individuale di questi caduti è andata svanendo nel tempo, salvo forse per i più recenti ed i più vistosi come Falcone e Borsellino. Perché, invece, la memoria di Giorgio Ambrosoli non si diluisce ma anzi si rafforza con il passare del tempo? Perché Ambrosoli non era un soldato in lotta contro la malavita organizzata, come i poliziotti e i magistrati. Era un pacifico avvocato civilista che voleva fare il suo dovere professionale sino in fondo, come la sua coscienza professionale gli dettava, senza farsi impressionare da pressioni, senza farsi spaventare da minacce, senza farsi attrarre da lusinghe. Scorriamo ancora lo scabro diario di Paolo Baffi. In quei mesi il vertice della Banca d'Italia era sottoposto ad inaudite pressioni da parte di membri del governo, di parte della magistratura romana, di parte della stampa, per la sistemazione dei debiti di Caltagirone, per la sistemazione dell'insolvenza dell'ICCRI, per il salvataggio della SIR di Rovelli, per la sistemazione dei debiti della Generale Immobiliare, per il salvataggio di Sindona:

20 febbraio 1978: “sono convocato da Stammati (Ministro del Tesoro) insieme con Sarcinelli; sono presenti Evangelisti (sottosegretario alla Presidenza) e Mazzario (sottosegretario al Tesoro). Ci tengono molto a che vada in porto la sistemazione dei debiti Caltagirone. La convocazione al Ministero da parte di Stammati è stata brusca e arrogante”.

15 marzo 1978: “ci giunge da fonte sicura la notizia che presso il P.M. Jerace si trovano richieste di avvisi di reato ( o di mandato di cattura) nei confronti di esponenti della Banca d'Italia”.

23 marzo 1978: “Quasi in coincidenza con il sequestro Moro, “Oggi” pubblica un articolo secondo i quale sono compreso negli elenchi di eliminazione delle Brigate Rosse. Ho registrato questa annotazione per dare l'idea del sovraccarico che si determina nel dirigente, in questo caso responsabile delle funzioni di stato come la moneta e la vigilanza, quando deve attendere ai problemi del suo ufficio e al tempo stesso guardarsi dal fuoco incrociato del terrorismo e della magistratura”.

5 settembre 1978: “Sarcinelli viene convocato a Palazzo Chigi da Evangelisti (sottosegretario alla presidenza del Consiglio), che gli mostra bozze di documenti in cui si prefigura una sistemazione del caso Sindona. Sarcinelli afferma che per valutare le ipotesi fatte occorrerebbe studiare e far studiare i documenti; a prima vista, comunque, le soluzioni ipotizzate gli sembrano fuori dall'ambito delle cose possibili”.

1 dicembre 1978: “l'avv. Guzzi, legale di Sindona, chiede di essere ricevuto da Sarcinelli, il quale rifiuta perché non è nelle regole che i membri del direttorio ricevano i legali dei clienti delle banche o di azionisti di banche”.

11 gennaio 1979: “Sarcinelli incontra Ambrosoli, il quale conferma l'impossibilità sotto il profilo giuridico di accedere alle proposte per la chiusura della liquidazione avanzata dai legali di Sindona. Ambrosoli informa Sarcinelli di essere stato oggetto di minacce”.

1 febbraio 1979: “Sarcinelli mi informa che le telefonate di minaccia ad Ambrosoli sono state fatte il 5 gennaio da un tale che stranamente si qualifica come avvocato Sarcinelli. Esse contengono minacce di morte, lusinghe ed accenni ad alti interessamenti per la resurrezione delle Banche di Sindona”.

2 febbraio 1979: “Ciampi e Sarcinelli vengono ascoltati dal P.M. Viola del Tribunale di Milano e depongono sulle pressioni ricevute a proposito del caso Sindona”.

Pressioni dalla Presidenza del Consiglio, minacce, lusinghe. E' sulla capacità di resistere a tutto ciò, per coerenza professionale e morale, che si fonda la grandezza di Giorgio Ambrosoli, insieme a quella di Baffi e Sarcinelli, e che farà dell'avvocato Ambrosoli un eroe borghese ed un martire civile. E' per questo che la sua memoria ed il significato della sua figura crescono con il tempo. Perché Ambrosoli rappresenta l'Italia civile, fatta prevalentemente di persone per bene, di professionisti fedeli ai valori di fondo della loro professione, di volontà di legalità, quell'Italia nella quale vorremmo vivere, ma che si allontana da noi sempre più velocemente. Io fui il primo a dare una lettura non equivoca dell'assassinio Ambrosoli. Lo feci con un articolo di fondo sul Giornale del 15 luglio, con il titolo “Perché Ambrosoli”, che mi fu chiesto da Indro Montanelli (Ambrosoli era sindaco della società editrice del Giornale) e che Indro pubblicò senza toccare una virgola, come era suo costume di grande direttore, anche se, seppi poi, che non era totalmente d'accordo. Allora scrissi senza incertezze che Ambrosoli era stato “assassinato dalla mafia”. Ma aggiunsi anche:

“L'assassinio di Ambrosoli è il culmine di vent'anni di un certo modo di fare finanza, di un certo modo di fare politica, di un certo modo di fare economia. I magistrati inseguano gli esecutori e i mandanti. Ma dietro a questi vi sono i responsabili, i responsabili politici. E questi sono tutti coloro che hanno permesso che la malavita crescesse e occupasse spazi sempre più larghi nella nostra vita economica e finanziaria; questi sono gli uomini politici che definirono Sindona salvatore della lira e si comportarono di conseguenza; sono i parlamentari comprati che insabbiarono i lavori della commissione antimafia; sono i governatori della Banca d'Italia che permisero che i Sindona penetrassero tanto profondamente nel tessuto bancario italiano, pur avendo il potere e il dovere di fermarli per tempo; sono i partiti che presero tangenti formate da denari rubati ai depositanti, sapendo esattamente che di questo si trattava; sono quelli il cui nome è scritto nella lista dei “cinquecento”; sono tutti quelli che, da vent'anni al vertice della politica e dell'economia, hanno perso persino il senso di cosa sia la professionalità, cioè il subordinare la propria fetta di potere, piccola o grande che sia, agli scopi dell'ordinamento, delle istituzioni, della propria arte o professione, all'interesse del pubblico”.

Dopo 26 anni quella lettura esce confortata sia dalle evidenze processuali che dall'evoluzione della società italiana. Perciò è errato, riduttivo e pericoloso, inquadrare questa vicenda come uno dei tanti episodi di lotta con la mafia. Così facendo, tra l'altro, non riusciremmo mai a dare una risposta plausibile al “perché” che ho posto al centro della mia riflessione. Ambrosoli non era in lotta con la malavita organizzata e Sindona, anche se finì per legarsi sempre di più alla mafia, non era la malavita organizzata. Era un brillante avvocato d'affari e banchiere, rispettato ed osannato da tutta la Milano danarosa, con molti professori della Bocconi al suo servizio e felici di esserlo. Ambrosoli era solo un professionista che voleva fare il suo dovere. Era impegnato per qualcosa, per la difesa della legalità , un bene che tutti noi sappiamo essere prezioso per la nostra civile convivenza e che tutti noi sentiamo indebolirsi, giorno dopo giorno, ma non sappiamo più reagire, poco informati, stanchi e rassegnati, come siamo. Esiste una relazione inversa tra la memoria di Ambrosoli e la caduta della legalità: la memoria di Ambrosoli cresce quanto più il livello di legalità del Paese cade. Ambrosoli si trasforma così da icona della memoria in frammento di speranza, emblema della società civile, pacifica, normale nella quale vorremmo vivere e dalla quale ci sentiamo invece sempre più lontani. Dopo un notevole miglioramento del livello di legalità e moralità del Paese, che si realizzò negli anni '80 e in parte negli anni '90, anche grazie agli effetti dell'azione di persone come Ambrosoli, Baffi, Sarcinelli ed all'azione di parte della magistratura inquirente, finalmente diretta con decisione a contrastare e non ad aiutare i ladri dai colletti bianchi, da circa dieci anni stiamo cadendo in una spirale di illegalità e di immoralità che non ha eguali in nessun paese avanzato.

Non è pacifico, civile, normale infatti un Paese dove:

  • il lavoro nero è pari al 27 per cento del PIL (fonte OCSE), segnando il fallimento di tutte le leggi per l'emersione del sommerso;
  • l'evasione fiscale è di 200 miliardi di euro, più del doppio che in Francia (fonte Secit);
  • il fatturato annuo delle mafie è stimabile in 90 miliardi di euro e il patrimonio delle mafie è stimato in mille miliardi di euro (fonti varie compresa la procura nazionale antimafia);
  • gli affiliati alle mafie sono 1.8 milioni di persone, di gran lunga la maggiore impresa del Paese (fonte Dia e relazione della Commissione Antimafia del 2003);
  • un'impresa come Parmalat può creare la più grande frode aziendale di tutti i tempi, attraverso un'attività durata almeno 15 anni, senza che nessuno se ne accorga (amministratori, sindaci, società di revisione, Consob, banche, Bankitalia) e con sanzioni che si preannunciano all'acqua di rose;
  • in un documento della direzione investigativa antimafia si legge che lavorano per la mafia SpA il 27 per cento degli abitanti della Calabria, il 12 per cento dei campani, il 10 per cento dei siciliani, il 2 percento dei pugliesi;
  • la stordente successione dei condoni fiscali ed edilizi, ha semplicemente cancellato alla radice il concetto stesso di legalità in questi importanti settori;
  • le leggi ad personam per salvare dalla legge penale la criminalità economica di alto rango sono all'ordine del giorno;
  • i conflitti di interesse sono endemici e schiaccianti, da quelli enormi della Presidenza del Consiglio, a quelli del vertice del campionato di calcio, a quelli del sistema televisivo;
  • da alte cariche dello Stato si legittima il lavoro nero, l'evasione fiscale, la convivenza con la mafia;
  • invece di por mano seriamente ai gravi mali del sistema giudiziario, si concentrano gli sforzi nel tentativo di far passare un nuovo ordinamento giudiziario all'insegna della punizione, dell'umiliazione, della subordinazione della magistratura, tanto da essere dichiarato palesemente e gravemente anticostituzionale dal Capo dello Stato;
  • un esponente di spicco della vita economica italiana, come Carlo de Benedetti, può parlare sul Washington Post di “Una perversa e non scritta alleanza tra politici, finanzieri e industriali che sta lentamente distruggendo l'Italia”;
  • la Banca d'Italia dal prestigio altissimo che aveva al tempo di Baffi Sarcinelli e Ambrosoli è caduta ad un bassissimo livello di credibilità e ad una, fondata o meno che sia, immagine, diffusa sia al suo interno che nel Paese che internazionalmente, di preoccupante parzialità e coinvolgimento;
  • non suonano poi così sorprendenti le seguenti parole risultanti da una intercettazione di un esponente di spicco di una famiglia mafiosa che dichiara: “in tutti i paesi civili ci sono quattro poteri: quello economico, quello civile, quello militare e noi”, se è vero che:

    •  il vescovo di Trapani lancia un accorato appello diretto in primo luogo alla Chiesa stessa: “c'è troppa gente che subisce il fascino nefasto dei poteri non legali, mafia e quant'altro. Dobbiamo aiutarli ad aprire gli occhi. Si ha l'impressione che qualche volta alcuni organi dello Stato non favoriscano lo sviluppo; quindi anche un contropotere negativo che offre delle opportunità, può apparire come un male minore di fronte a un'assenza istituzionale… Qualche volta il mondo ecclesiale si è trovato con il silenziatore in bocca. Invece il mondo ci chiede di fare luce, di essere voce di verità”;

    •  il presidente della Confindustria calabrese scrive a Ciampi chiedendo l'intervento dell'esercito perché “la Calabria è già militarizzata dai boss della ‘ndrangheta; sono loro i padroni del territorio”;

    •  dalla ultima relazione della Corte di Cassazione emerge che “in Calabria è in atto un vero e proprio attacco alla vita democratica portato avanti con sistematicità contro i pubblici amministratori”;

    •  il procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna dichiara: “Oggi la mafia esercita ed espande il controllo del territorio con la conquista di posizioni economiche dominanti o addirittura monopolistiche… dalla mafia un vero attacco alla Costituzione”;

    •  il vice – presidente di Confindustria il siciliano Ettore Artioli denuncia una caduta di tensione morale che agevola tutta questa drammatica involuzione;

    •  a Gela si compiono 280 attentati all'anno dei quali gran parte commessi da baby killer sfuggiti all'obbligo scolastico e il coraggioso ma isolato sindaco dichiara: “Abbiamo tutti i presupposti per lo sviluppo ma senza legalità non si può costruire niente”;

    •  mentre, di fronte all'ondata internazionale degli scandali finanziari, i maggiori paesi irrigidiscono le pene e alzano le difese noi, in piena controtendenza, ridicolizziamo il reato principe del falso in bilancio e non sappiamo varare una decente legge di tutela del risparmio;

    •  il sindaco di Milano gioisce per l'approvazione unanime della Giunta alla sua proposta di apporre una targa in onore di Bettino Craxi proprio nel luogo in cui questi riceveva i frutti della corruzione, definendo “controverso” un personaggio condannato definitivamente a 10 anni dalla Cassazione per corruzione e finanziamento illecito e provvisoriamente a 17 anni in altri cinque processi; che aveva accumulato su conti esteri una refurtiva per circa cinquanta miliardi, che aveva chiuso da latitante, sottraendosi alla giustizia del Paese che aveva governato per quattro anni.

Potrei continuare a lungo con questa triste litania, ma credo che basti. Ambrosoli non si batteva contro la malavita organizzata, ma per mantenere vive le condizioni necessarie perché la malavita organizzata non trionfi: per il principio di legalità, per il principio di professionalità, per il principio di responsabilità, per il diritto di fare l'avvocato seriamente e rigorosamente anche in vicende che toccano personaggi potenti. Egli sapeva benissimo, peraltro, che battersi per la legalità, in un paese profondamente malato sul piano morale e istituzionale, diventava un rischio mortale. Ed è qui che egli diventa un eroe borghese se facciamo nostra la definizione che di eroe diede, tanti anni fa, Padre Giulio Bevilacqua:

“Eroe è chi firma col sangue la vita conoscendone il valore e sacrificandola ad un valore più alto”.

Giorgio Ambrosoli si batteva per quei valori fondamentali necessari per evitare di consegnare il Paese agli uomini dell'illegalità, a quelli che Bonvesin de la Riva chiamava: “ gli uomini delle tenebre”. Oggi l'illegalità, sia nella forma della criminalità dei colletti bianchi e della corruzione politica che in quella paramilitare della criminalità organizzata, è largamente vincente, anzi assolutamente dominante, tanto da sembrare invincibile. Ed è questa anche la causa prima del declino economico, soprattutto ma non solo del Mezzogiorno.

Ma sino a quando continueremo a ritrovarci per parlare tra noi e pubblicamente di Giorgio Ambrosoli, in spirito di verità, ciò vuol dire che una tenue fiammella di speranza resta accesa in noi.

Come ha scritto Italo Calvino in “le Città invisibili” . “L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprezzamenti continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno non è inferno e farlo durare e dargli spazio”.

Giorgio Ambrosoli, il nostro frammento di speranza, ci addita, sorridendo, il secondo modo.

 

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