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GLOBALIZZAZIONE O MONDIALIZZAZIONE?
Introduzione di Marco Vitale al dibattito sul tema Palazzo Chiaromonte - Università di Palermo 27.01.2003
Nella presentazione di un libro, di solito, l'autore sta zitto ed ascolta le osservazioni dei critici ed amici che ne discutono. Ma oggi è un po' diverso. Non ci limitiamo a presentare un libro, ma presentiamo anche la riattivazione di una storica e gloriosa testata del management: L'Impresa, che, da alcuni anni, era diventata muta e che oggi viene riattivata grazie ad un apporto congiunto milanese – siciliano, dell'editore Scheiwiller e della Cittadella dell'Oasi di Troina (Enna). Ed, insieme, presentiamo una iniziativa che coinvolge professionisti del management di Milano, Roma, Palermo, che da anni collaborano tra loro e che hanno voluto consolidare questa partnership con una nuova struttura con sede a Palermo. In un momento in cui tutti scappano e si ritirano noi rafforziamo il nostro impegno. Abbiamo voluto sottolineare questo insieme di circostanze, invitando amici milanesi e palermitani e di altre parti del mondo, ad una riflessione comune sul momento così difficile da decifrare nel quale il mondo e, dunque, tutti noi, ci troviamo. Ringrazio tutti i presenti, relatori e pubblico, così come ringrazio l'Università di Palermo per la generosa ospitalità in questa magnifica ed impegnativa sede, che, in se stessa, è un invito alla memoria ed al pensiero. Per questo, scostandomi dalle tradizionali presentazioni di libri, inizierò io, cercando di illustrare le ragioni che mi hanno guidato nello scrivere di getto: America. Punto e a capo, riprendendone alcune tesi di fondo. E' su queste tesi che a me interessa in particolare ascoltare la riflessione dei relatori, salva ovviamente la loro libertà di spaziare su ogni altro tema. Il libro non è scritto da una persona estranea al mondo professionale e manageriale americano. Dal 1962 al 1979 sono stato, come partner dell'Arthur Andersen, membro attivo di quel mondo. L'ho conosciuto e l'ho vissuto dall'interno. Ed anche dopo il 1979 sono stato, intellettualmente e professionalmente, sempre vicino, nel pensiero ed anche operativamente, allo stesso. Ho a lungo ammirato e amato l'America, che mi ha insegnato quasi tutto in materia di professionalità, e verso la quale la mia riconoscenza è immensa. Ma questo legame e questo amore non mi impediscono di capire che l'America, negli ultimi venti anni, ha segnato, in materia economico-finanziaria, un'involuzione terribile. Quindi le crisi societarie e finanziarie degli anni 2001 e 2002 non sono un piccolo accidente ma la conseguenza di un terremoto che si andava preparando da tempo. Esse sono momenti di una crisi di proporzioni storiche, che avrà lunga durata ed effetti profondi non tutti, ad oggi, decifrabili su tutto noi. E questa è la mia prima tesi di fondo che ho cercato di documentare e che sottopongo ai nostri relatori. Americani seri e leali come Volker e Cuomo hanno detto: credevamo di avere le migliori istituzioni finanziarie; le migliori regole di bilancio; i migliori standard contabili (Cuomo ha parlato di standard americani ingannevoli) ; la migliore “governance” societaria, e scopriamo che non è per niente vero. Ciò è molto rilevante anche per noi europei. Da cinquant'anni, anzi da settant'anni (cioè dalla crisi degli anni '30 e dalle conseguenti riforme di Roosvelt) noi Europei siamo abituati, come si dice in gergo ciclistico, a succhiare le ruote all'America, a non fare sforzi seri se non nella misura necessaria per recepire quel tanto strettamente necessario dell'ordinamento e delle pratiche americane. Oggi questo punto di riferimento è barcollante, non è affidabile. L'America, contrariamente a quello che dicono alcuni commentatori come Sergio Romano, con il quale dibatto nel mio libro, fa molta fatica a rimettere le cose a posto. Quello che è successo dopo la pubblicazione del libro, sembra confermare la mia tesi. Ho scritto che la SEC, l'organo di sorveglianza del mercato finanziario, non funzionava più. Ed il Senato americano ha inviato alla SEC un rapporto durissimo, contestando tutte le sue gravi inadempienze nel caso Enron. Basterà ricordare che la SEC non aveva più esaminato i bilanci Enron dal 1997. Ho scritto che una SEC presieduta da un avvocato che per tutta la vita è stato consulente delle grandi società di revisione non avrebbe potuto fare nessuna azione realmente riformatrice. Ed un molto riluttante presidente Bush si è, alla fine, visto obbligato dall'opinione pubblica qualificata a liberarsi di tale presidente, con molte difficoltà a trovarne un altro serio, possibilmente indipendente ed, al contempo, abbastanza accettabile alle grandi lobby che dominano la finanza americana. Ho scritto che il nuovo Accounting Board, il frutto più significativo della legge Sarbanes Oxley della scorsa estate, era stato impostato in modo tale che avrebbe avuto grandi difficoltà a decollare. E così è stato. Per ora l'unica cosa che si conosce del nuovo Board è il compenso del presidente non ancora nominato (556.000 $) e quello che si sono autodeterminato i quattro membri (452.000$ a testa). In realtà l'intera materia è dominata dalle quattro grandi società di revisione che hanno, a livello mondiale, una posizione di oligopolio collusivo e che sono, ormai, una minaccia per il buon funzionamento dei mercati. Ho detto che i conflitti di interesse nell'ambito delle grandi banche di investimento erano di proporzioni colossali e gettavano una luce sinistra sul quel mondo. E, soprattutto, grazie all'azione del procuratore di New York Elit Spitzer, questa visione si è andata svelando correttissima. Il procuratore ha concluso patteggiamenti con le principali banche d'investimenti, per un miliardo e quattrocento milioni di dollari. Sembrano grandi cifre ma si tratta, invero, di bruscolini rispetto ai danni giganteschi che le azioni collusive di questi enti hanno creato. Ma, contemporaneamente, non sono state prese misure serie per evitare il ripetersi di analoghi comportamenti nel futuro. Pensate che il solo Citigroup ha, nel bilancio 2002, iscritto un accantonamento per spese legali connesse alle cause per presunti conflitti di interesse di 1.3 miliardi di dollari. Ho scritto che lo strapotere dei CEO e le loro scandalose forme di arricchimento non aveva più alcun legame con un rapporto di lavoro e professionale, ma erano espressione di un nuovo feudalesimo che rappresenta ormai una minaccia per il buon funzionamento dell'economia e della società americana. E ciò che è emerso successivamente non fa che accentuare tale giudizio. Pensiamo a ciò che è emerso in relazione ad uno dei miti dei supermanager americani, Jack Welch, ex CEO della G.E.. E' stato giustamente scritto che “con Welch crolla il mito dei supermanager USA”. Il tutto in un quadro di ipocrisia e di cinismo ai quali l'America non ci aveva abituati. “Procedendo nella vita diverrete capi di famiglia, di comunità ed anche di aziende. Dovrete confrontarvi con problemi che metteranno ogni giorno alla prova la vostra moralità. I problemi saranno sempre più difficili e le conseguenze sempre più drastiche. Pensate con attenzione e, per voi stessi, fate la cosa più giusta, non la più facile”. Queste alate parole sono state dirette ai giovani in sede di una seduta di laurea da Dennis Kozlowski, ex consigliere delegato di Tyco, società che ha fatto perdere ai suoi azionisti 87 miliardi di dollari, accusato di avere rubato in proprio alla società che dirigeva 600 milioni di dollari, con un rischio di condanna a 25 anni di carcere. Questa ipocrisia, queste parole senza azioni, queste prediche senza etica sono emerse, in misura molto diffusa, nel management americano. Basti ricordare che i quattro valori base sbandierati dalla Enron erano: comunicazione, integrità, rispetto ed eccellenza. E bisogna anche ricordare che alla Enron erano già in atto le misure di tutela che oggi vengono raccomandate: c'era un consiglio con molti consiglieri indipendenti di elevato livello, c'era un fior di comitato “audit” formato anche da professori universitari di “accounting”; c'era la separazione tra presidente e consigliere delegato. Come ha scritto Ivi Michael Hoffman (direttore esecutivo e fondatore del centro per l'Etica degli Afffari – Center for Business Ethic – al Bentley College di Walthom, Massachusetts): “Se i dirigenti delle aziende non fanno ciò che dovrebbero, se i consigli di amministrazione non li sorvegliano, se i legali e i revisori non provvedono a dare a questi ultimi consigli obiettivi, se gli analisti esterni non fanno domande imbarazzanti e non riescono ad immaginare cosa un'azienda stia combinando e se i regolatori ignorano tutto questo, ciò non prova forse che il nostro sistema capitalistico è incrinato? Incrinato, forse, ma riteniamo che il sistema funzioni esattamente come dovrebbe. Il fatto che queste aziende siano invischiate in un comportamento non etico e in scandali pubblici, e che in qualche caso siano crollate, è la riprova della necessità di una condotta d'affari etica - la roccia su cui si fonda il capitalismo. La nostra struttura di mercato capitalista – e in realtà la nostra struttura sociale – è principalmente fondata sulla fiducia. I regolatori non possono esaminare ogni singolo libro contabile; devono fidarsi di coloro che hanno steso le relazioni finanziarie. Gli investitori e i prestatori devono affidarsi all'integrità dei direttori e dei dirigenti anziani. I direttori e i dirigenti devono affidarsi all'esperienza e all'onestà dei loro revisori e legali. I revisori devono affidarsi alla buona fede di ciò che gli viene detto dalla dirigenza. Gli impiegati, i clienti, gli azionisti e la comunità devono fidarsi di tutti questi soggetti. Quando ciascuna parte immagina di non potersi fidare dell'altra perché sta facendo gli affari nel proprio interesse, piuttosto che in quello degli altri, allora le fondamenta di un sistema di mercato integrato crollano. Il risultato catastrofico è preordinato. Nessuno dà fiducia a istituzioni turbate da scandali dovuti alla loro mancanza di integrità”. E dunque la mia seconda tesi di fondo è che l'esperienza americana ci impartisce una lezione formidabile della quale dovremmo tenere conto: senza fiducia nessun sistema, per quanto potente, può reggere; e la fiducia si basa in via primaria, sulla responsabilità e la correttezza personale dei singoli operatori e solo in via secondaria sulle regole e sui controlli . (E' in fondo la stessa lezione che ci ha impartito Alessandro Manzoni nella sua “Colonna infame”). Le innovazioni più interessanti sono emerse non dagli enti regolatori ma dai soggetti privati. Come la Coca Cola che ha deciso di non dare più i risultati trimestrali, in un tentativo di rompere l'ansia del brevissimo termine che domina i mercati finanziari. Come la commissione del Conference Board (con Volker e Levitt) che, preso atto che il 73% dei cittadini americani non ha fiducia nei vertici manageriali delle grandi imprese, a causa delle strategie che questi hanno assunto, hanno formulato una serie di raccomandazioni per ristabilire un sistema di “checks and balances” nelle società, iniziando con la separazione tra presidente e consigliere delegato (una raccomandazione moderata che pure troverà grandi ostacoli ad essere realizzata). Come il numeroso gruppo di imprese significative che, volontariamente, hanno iniziato a trattare come costo nei conti economici il valore delle stock option, un espediente tecnico, pieno però di significati profondi. Ma l'analisi della crisi non solo in America ma su tutti i mercati finanziari evidenzia che, al di là delle implicazioni tecniche, vi è un motivo di fondo unificante, una chiave di lettura unitaria, un tema che attraversa tutti gli altri. E qui si fonda il mio terzo tema di fondo: punto centrale della crisi economico-finanziaria a livello mondiale è il diffondersi dei conflitti di interesse e della consapevolezza della necessità di affrontarli e rimuoverli. Conflitto di interesse nell'ambito delle società di revisione tra attività di revisione e di consulenza; conflitti di interesse colossali nell'ambito delle grandi banche di investimento tra attività di advisor, di servizio di analisti, di investimenti in proprio, di gestione di fortuna per la clientela; conflitto di interesse di analisti che, contestualmente, fanno i consulenti delle società analizzate; conflitto di interesse tra l'essere presidente della SEC ed essere stato sino a poco prima consulente legale e lobbysta delle grandi società di revisione; conflitti di interesse tra il ruolo di manager al servizio dell'impresa e le spinte speculative personali derivanti dall'essere titolare di stock option stravaganti nella misura e nelle modalità di esercizio; conflitti di interesse tra l'essere amministratore e dirigente di società e approfittare, nel proprio personale interesse, delle conoscenze acquisite come insider; conflitto d'interesse tra avere responsabilità pubbliche e ricevere contributi finanziari colossali per la campagna elettorale da parte di chi il beneficiario, se eletto, dovrà controllare; e via dicendo. Uno dei filoni di fondo di tutta la crisi è proprio la presa di coscienza della abnorme crescita dei conflitti di interesse e della necessità di contenerli. Mi sembra che su questo tema che è centralissimo, l'Italia si ponga fuori dal dibattito mondiale. Infatti mi sembra molto difficile riuscire a lavorare seriamente sul tema del contenimento dei conflitti di interesse nella sfera societaria e finanziaria, in un paese che ha fatto del conflitto di interesse istituzionalizzato a tutti i livelli (dal presidente del Consiglio, al centro di un groviglio di conflitti di interesse impressionante, al presidente della Lega Calcio; agli avvocati che fanno le leggi che incidono sui loro processi; al ministro dei Lavori Pubblici che in famiglia tiene una società che anche a quest'attività si dedica eccetera), e dello stravagante principio che alla maggioranza politica e parlamentare tutto è permesso, l'essenza della struttura politico-istituzionale. Badate bene, che non intendo qui prendere nessuna posizione politica. La mancanza di ogni sensibilità sul tema del conflitto di interesse, a livello di presidente del consiglio, lo hanno mostrato, innanzi tutto i governi di sinistra e poi gli elettori. Io intendo solo fotografare uno stato d'animo generale, un modo d'essere, un momento culturale della classe dirigente italiana, un clima che è molto vicino, con tutte le differenze e i distinguo del caso ( ma anche con molte analogie) al clima dominante in Italia verso la fine del XV secolo, che chiamiamo il periodo delle Signorie. Nelle Signorie il conflitto di interesse non esisteva. E sottolineo ciò perché mentre il resto del mondo occidentale sta prendendo atto del tema e sta, con enorme fatiche e ritardi, cercando di correggere la situazione, l'Italia sta muovendosi in una direzione eccentrica al resto del mondo. E saremo, inevitabilmente, gravemente puniti per ciò. Nel mondo integrato nessuno può più essere eccentrico rispetto alle tendenze di fondo. La mia lettura della crisi mondiale attraverso questi tre temi di fondo ne evoca un quarto che ha natura quasi di corollario. Il quarto tema di fondo è che l'Europa non può limitarsi né a prendere atto, né a compiacersi della crisi americana, né a criticare l'America. Deve tirarsi su le maniche e collaborare, assumendosi delle proprie più incisive responsabilità. Dobbiamo allearci con quella parte dell'America , attualmente minoritaria, che, veramente, vuole migliorare la situazione. E' evidente che l'America è spaccata tra chi vuole veramente correggere e migliorare le cose e chi vuole fare un'operazione gattopardesca di proporzioni tali da far apparire i siciliani degli autentici dilettanti in materia. Noi europei abbiamo un grande interesse ad allearci con la prima America e portare al tavolo del dibattito i nostri doni. Stiamo, dopo cinquant'anni, riscoprendo che le nostre leggi sulla “governance” societaria sono migliori, per molti aspetti, di quelle statunitensi; che i nostri sistemi di bilancio, in quanto basati su principi e non su casistiche meccaniche, sono migliori; che gli “accounting standards” sono migliori; che molte delle operazioni che hanno creato le bancarotte, come fare prestiti agli amministratori su pegno delle azioni sociali, da noi sono bandite da un secolo; che il nostro vecchio collegio sindacale funziona, per tanti versi ed in tante situazioni, meglio di queste quattro società di revisione che formano un oligopolio collusivo pericolosissimo. A livello Italia, per ora, non possiamo fare molto. Ma a livello Europa possiamo e dobbiamo, anche in questa materia, avere più fiducia in noi stessi, assumerci con più decisione le nostre responsabilità, collaborare con l'America più seria per ricostruire un mercato finanziario mondiale molto molto più serio dell'attuale e per riconquistare, insieme, la fiducia dei risparmiatori, senza la quale non andremmo da nessuna parte, né l'America, né l'Europa. Insomma anche in questo campo il compito è troppo vasto e impegnativo perché l'America ce la possa fare da sola. E qui il discorso si può allargare veramente oltre la pura sfera economico finanziaria. La crisi dei mercati mobiliari e finanziari, così protratta nel tempo, è, infatti, a mio giudizio, null'altro che un tassello assai importante di una crisi di più vasto respiro. Gli anni '90 sono stati dominati e trascinati da due importanti forze: il dividendo della pace conseguenza del disarmo frutto del crollo dell'Unione Sovietica; il processo di globalizzazione. Le spinte derivanti da entrambe queste forze si sono esaurite. Il primo punto è evidente: dal disarmo siamo passati al riarmo. Il secondo punto è meno evidente, ma non meno vero. La globalizzazione, come è stata intesa nel corso degli anni '90, è finita. E' dalla fine del 2001 che affermo ciò e mi ha colpito che il Corriere della Sera del 21 gennaio 2003 intitoli un suo ampio servizio così: “Terrorismo, scandali, recessione. La globalizzazione si è fermata. Il commercio mondiale è calato del 4%: non succedeva dall'82; dimezzati gli investimenti diretti tra i Paesi, nella finanza fuga dai rischi”. Essa si è frantumata sotto la spinta di grandi squilibri economici, sociali, culturali, etnici, religiosi. Pensiamo solo al nostro Mediterraneo. In occasione dell'anno mondiale della montagna, alcuni alpinisti e viaggiatori esperti hanno, nel corso del 2002, compiuto un giro intorno al Mediterraneo con l'obiettivo di salire sulla cima di tutte le bellissime montagne che si affacciano su questo meraviglioso mare. Hanno percorso i monti della Sardegna, Sicilia, Italia continentale, e poi nei Balcani, in Croazia, Bosnia, Montenegro, Albania, Grecia, Turchia, Libano, Siria, Giordania, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Sahara occidentale, Mauritiana, Marocco, Spagna. Al termine hanno pubblicato un affascinante libro, pieno di bellissime immagini e resoconti, dal titolo: L'Anello azzurro del Mediterraneo (Cisora edizioni) , che racconta di questo giro intorno al Mediterraneo, durato cinque mesi. Quello che colpisce, in questo racconto, oltre alla sconfinata ricchezza culturale e naturalistica dell'itinerario, è il drammatico scenario di guerra e di violenza attraverso i quali questi esperti viaggiatori hanno dovuto passare. Altro che globalizzazione! Si tratta di un vero e proprio inferno di separatezza e di segregazione: guerre in atto od appena concluse con i carri armati abbandonati nelle campagne come sculture; confini chiusi anzi sbarrati che hanno richiesto lunghissime e pericolose deviazioni, interrogatori alle frontiere chiusissime per decine di ore, territori fuori dal controllo governativo ed impercorribili perché dominati da bande di fondamentalisti sanguinari, scontri permanenti fra fondamentalisti religiosi e via dicendo. Questo nel nostro piccolo, caro, dolce Mediterraneo sede di civiltà millenarie. Nella seconda parte degli anni '90 e nei primi anni del 2000 il mondo si è andato spaccando, lacerando, armando, impoverendo. La globalizzazione – ed è questa la quinta tesi di fondo che sostengo nel libro – la globalizzazione, che per brevità chiamerò, con grossolana semplificazione, all'americana, è fallita. Si è frantumata sotto la spinta di profondi squilibri, un po' come successe nel 1914 della lunga globalizzazione inglese della seconda metà dell'800, anche se, per ora, in forme un po' meno cruente. La globalizzazione degli anni '90 è stata un'imposizione forzata di schemi americani nei paesi già ad economia collettivista ed emergenti, senza alcun rispetto per le loro caratteristiche, la loro storia, la loro struttura sociale e culturale, le loro reali possibilità, i loro problemi. Una violenza che cammina sulle gambe dei grandi organismi finanziari, come il FMI, sempre salvo, sullo sfondo, il ricorso alle armi. E' un po' quello che successe nell'800 con la globalizzazione inglese quando le cannoniere inglesi forzavano, con metodi non sempre gentili, l'apertura dei porti secondo le direttive dei grandi ministri liberali, mentre in Inghilterra vigeva un regolamento che impediva ai sacerdoti di dar corso alla sepoltura dei morti, se i parenti non esibivano un documento attestante che il sudario era stato tessuto in Inghilterra. La fine della globalizzazione imposta ed indiscriminata è il tema di fondo del mio libro nel quale tutti gli altri temi si inquadrano. Bisogna, dunque, dar vita a nuovi schemi, ricostruire nuovi tessuti. Perché il fallimento dei grandi CEO americani e del loro deplorevole e risibile approccio alla vita, unito alla fine della globalizzazione imposta ed indiscriminata, vuol dire anche la crisi di una concezione dell'economia. Mi riferisco al modello dell'individualismo esasperato, della competizione esasperata, di una concezione che ritiene che il mercato sia solo uno strumento al servizio del singolo, del più forte, un mezzo per raggiungere i propri obiettivi senza guardare in faccia a nessuno. Questa è una concezione ideologica e fondamentalista del mercato. Ma, tra le macerie, sta facendo, qua e là, capolino una concezione diversa dell'economia, una visione nella quale l'economia diventi fattore di unione tra le persone, i popoli e i paesi e non di lacerazione. E' una visione nell'ambito della quale l'individuo , monade isolata e sprezzante, viene, piano piano, sostituito dalla persona , centro di relazioni umane. Una concezione secondo la quale gli strumenti chiave dell'economia-impresa, mercato, profitto – pur essendo al servizio dell'efficienza devono essere inquadrati in un disegno che fa capo alla responsabilità personale delle persone e alla responsabilità sociale dell'impresa, nei confronti del mondo nel suo insieme. E' questo il passaggio che ci porta dalla globalizzazione alla mondializzazione, e cioè alla capacità di ascolto e di rispetto del mondo nel suo insieme, mondo come casa comune ancorché lacerato da conflitti che non vanno sottovalutati e che vanno affrontati con la necessaria fermezza, ma con un sentimento di partecipazione globale. Il processo sarà lungo e difficile come tutti i cambiamenti che interessano la società umana. Caduto nella polvere il modello del rampantismo individuale e della concorrenza esasperata, della liberalizzazione a senso unico, della finanza manipolata, si è incominciato a costruire, qua e la, uno schema nuovo che non si improvvisa. Ma si è incominciato a ricostruire una nuova economia. Questa è la buona novella: si sta ricostruendo una nuova economia alla quale tutti dobbiamo contribuire. E' da tempo che gli americani più responsabili, come Clinton (bellissimo il suo articolo sul Corriere della Sera del 17 dicembre 2002 dal titolo: gli USA devono guidare non dominare); come Joseph S. Nye (Il paradosso del potere americano. Perché l'unica superpotenza non può più agire da sola, Einaudi 2002); come Joseph E. Stiglitz, (La globalizzazione ed i suoi oppositori, Einaudi 2002) ammoniscono che l'America, indiscusso paese guida, non può muoversi da sola e non può puntare solo sul suo strapotere nelle armi. Come Talleyrand spiegava a Napoleone quando gli disse: Sire, comandare è sedersi; e non ci si può sedere sulle baionette, sulla sola forza delle armi non si costruisce una solida leadership. Non ne è stato capace Hitler, né Stalin, né Napoleone, né i Romani. I Romani erano forti quando comandavano oltre che con i loro formidabili eserciti, con la civiltà, con il diritto, con la cultura. Quando si dovettero basare solo sugli eserciti furono spazzati via dai barbari affamati. La crisi della leadership morale americana in tanti campi del management e della finanza è tanto grave proprio per questo: andando avanti così gli americani rimarranno solo con le loro stupefacenti armate. Ma questo non basta per ricostruire un mondo dove valga la pena di vivere. Ma , e questa è la mia ultima tesi di fondo, a questa ricostruzione noi tutti siamo chiamati: europei, cittadini del Sud del mondo, leader mediterranei. Dunque una lettura critica di quanto è successo e di quanto sta succedendo nel mondo, come io faccio, è solo finalizzata a sollecitare l'impegno di noi tutti e soprattutto dei giovani per por mano alla ricostruzione di un mondo più serio, più civile, che le macerie della globalizzazione imposta ed indiscriminata ci lascia in eredità.
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