Pubblicato su politicadomani Num 69 - Maggio 2007

Pregiudizi
Sulle basse retribuzioni si fa tanta ipocrisia
Non è vero che i giovani disdegnino i lavori a progetto, ne hanno bisogno per autoemanciparsi e le paghe potrebbero essere anche migliori di quelle del lavoro dipendente

di Fabio Antonilli

Una recente inchiesta de l'Espresso mette in luce il disagio generazionale di migliaia di giovani italiani, anche ultratrentenni, costretti a stare con i propri genitori perché non sono in grado di affrontare il carico di spese che comporta vivere da soli.
La stessa inchiesta ha il merito di porre al centro del dibattito la questione salariale in Italia, in altre parole: come possono i giovani rendersi indipendenti con una retribuzione che supera di poco i 500 euro al mese?
Secondo alcuni la questione non assume i connotati tipici del dramma, visto che con i contratti di collaborazione - con i quali, per intenderci, le tutele garantite al lavoro dipendente sono minime - il collaboratore è "più libero, anche di rischiare", non è cioè sottoposto a vincoli stringenti di orario, né all'obbligo del lavoro straordinario, né ad ordini continui e precipui che potrebbero frustrare la sua professionalità. Insomma è autonomo a tutti gli effetti.
Vero, ma solo in parte. La maggior parte dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa, infatti, che dal 2003 nel settore privato sono possibili solo nella modalità "a progetto", nascono per dissimulare un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato.
È per questa ragione che nella Finanziaria 2007 alcune norme dispongono l'aumento dei contributi previdenziali (fino al 23,50%): l'obiettivo è aumentare gradualmente i costi del lavoro autonomo, fino ai livelli del lavoro subordinato, in modo da ridurre la convenienza che attualmente spinge le imprese a preferire il primo, meno oneroso e con meno diritti da parte del datore di lavoro, al secondo, più oneroso ma con più diritti.
La stessa Finanziaria, in una norma inserita solo all'ultimo minuto, stabilisce che onde evitare che da un aumento degli oneri contributivi possa derivare un abbassamento dei compensi che spettano ai collaboratori - compensi che non fanno riferimento ai minimi fissati dal contratto collettivo ma al contratto stipulato dalle singole parti - occorre tener conto dei compensi "normalmente corrisposti per prestazioni di analoga professionalità, anche sulla base dei contratti collettivi di riferimento". È evidente che l'idea è quella di parametrare le retribuzioni dei collaboratori a quelle prestate per analoghe prestazioni di lavoro subordinato. Una norma dal forte valore programmatico che potrebbe essere il primo passo verso il cambiamento.
Tuttavia non sono tardate ad arrivare le critiche più bizzarre secondo cui una norma di questo tipo sarebbe una sorta di "cavallo di Troia" per la legge Biagi in quanto prenderebbe nettamente le distanze dalla impostazione di fondo della legge stessa. "Alzare i contributi - dice il giuslavorista Michele Tiraboschi, collaboratore dell'ex Ministro del Lavoro Roberto Maroni - e parametrare i compensi sulla base di accordi sindacali a livello nazionale significa creare una nuova forma di lavoro, quella cioè dei dipendenti di serie B".
Niente di più falso, perché una logica di questo tipo potrebbe portare ad un innalzamento delle retribuzioni per i collaboratori fino ai livelli di quelle dei lavoratori dipendenti con i quali spesso si trovano a lavorare fianco a fianco, ma con trattamenti economici differenti. Anzi, le retribuzioni dei collaboratori potrebbero essere perfino più alte, cosa questa che dipenderà anche dalla forza negoziale del singolo. E poi, non sarebbe forse giusto che i collaboratori percepissero dei compensi più alti come conseguenza del fatto che essi eseguono mansioni specifiche, che richiedono una più alta professionalità e quindi un profilo di conoscenze maggiore?
Ma la conferma che in materia è l'ipocrisia a far da padrona viene anche dalle fantasiose conclusioni a cui si è giunti a proposito delle procedure di stabilizzazione dei precari previste dall'ultima Finanziaria.
Prendiamo, ad esempio, il caso dei call center. Si è addirittura sostenuto che con molta probabilità un consistente numero di collaboratori rifiuterà l'assunzione (in molti casi "a tempo indeterminato", un vero e proprio privilegio di questi tempi) per l'impossibilità di rispettare un vincolo orario o per la scarsa convenienza dei salari offerti e, non da ultimo, perché molte persone considerano il lavoro di telefonista meramente transitorio.
Chi sostiene queste argomentazioni, a giudizio di chi scrive, dimostra di avere uno scarso contatto con la realtà. Chi sceglie di lavorare, per mantenersi gli studi, o per iniziare a costruire qualcos'altro, si presenterà regolarmente sul luogo di lavoro a prescindere dal solo obbligo contrattuale; sa bene infatti che solo in questo modo può raggiungere l'emancipazione economica e sociale a cui aspira. Questa "ambizione" fa superare anche le altre perplessità, come quella che riguarda i salari, è certamente noto che - in particolare nel settore dei call center - le retribuzioni derivanti da un contratto a progetto sono molto inferiori rispetto a quelle a cui hanno diritto i dipendenti, anche perché esse sono spesso legate al buon esito di affari che il telefonista gestisce per conto dell'azienda.
Anche l'idea che si ha del lavoro nei call center come "meramente transitorio" desta sconcerto: questa, come tante scelte della vita lavorativa, non è frutto di una decisione che dipende dal solo lavoratore. Molti sono i giovani, anche laureati, che vorrebbero lasciare il lavoro presso i call center per fare "qualcosa di meglio", ma troppo spesso si ritrovano a rimanervi per anni poiché il mercato del lavoro italiano - attualmente chiuso e accessibile a pochi - non è in grado di offrire loro nient'altro.

 

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Num 69 Maggio 2007 | politicadomani.it