Pubblicato su Politica Domani Num 31 - Dicembre 2003

Centrali nucleari si o no
Giovani fisici e vecchi ingegneri
Il futuro sarà nucleare?Alla Sapienza di Roma un incontro in cui si sono confrontate non solo conoscenze diverse, ma generazioni diverse e un diverso modo di intendere lo sviluppo energetico futuro

di Alessandro Lovato

Gli enormi consumi elettrici della torrida estate scorsa, ma soprattutto il black out della notte fra il 27 e il 28 settembre hanno messo in evidenza la precarietà delle rete elettrica nazionale. Per capire meglio, alla facoltà di Fisica della Sapienza di Roma c'è stata una conferenza molto seguita, con due relatori molto noti: gli ingegneri Roberto Vacca e Maurizio Cumo. Il pubblico, in gran parte aspiranti fisici, ha cercato di estrarre dalla catasta di dettagli tecnici di cui era infarcito l'intervento dell'ing. Vacca, l'idea di fondo centrale. In breve, un'ora di discorso si può riassumere così: la notte del black-out, in seguito al crollo d'importazione di elettricità dalla Francia, le nostre poche centrali in funzione, oltre a non essere riuscite a coprire la richiesta energetica, si sono per di più scollegate dal sistema causando il buio totale. Senza entrare nel dettaglio, la notte del fattaccio i sistemi di protezione della rete elettrica, che di solito garantiscono l'equilibrio tra domanda e produzione di elettricità, non hanno potuto fare niente per la scarsità di tempo a disposizione. Le centrali più veloci da riattivare, quelle a turbogas, impiegano infatti almeno 15 minuti per entrare a regime e produrre elettricità, un tempo enorme rispetto alle manciate di secondi di tolleranza di un sistema elettrico in sovraccarico.
Ma perché di notte importiamo energia dalla Francia? Perché costa pochissimo. La Francia di notte produce molto più di quello che consuma e, come è ovvio, vende il surplus. Da noi tutta questa energia è in parte utilizzata dalla popolazione e in parte è impiegata per pompare l'acqua dai bacini a valle verso quelli a monte, in modo che la mattina dopo le nostre centrali idroelettriche abbiano acqua per le turbine, risparmiando così sui costi di funzionamento. Perché, inutile dirlo, l'energia a buon mercato d'oltralpe spesa per pompare l'acqua a monte di notte è maggiore di quella che l'acqua fornisce di giorno alle centrali idroelettriche cadendo a valle.
Chiariti i motivi economici dietro il nostro acquisto di energia all'estero, l'ingegnere ha poi spiegato le ragioni del nostro fabbisogno energetico. L'estate scorsa il sistema elettrico italiano ha sfiorato il collasso a causa dei condizionatori d'aria spuntati come funghi sulle facciate dei palazzi. Il picco di consumo raggiunto, circa 53 Gigawatt, è in realtà nettamente inferiore alla capacità teorica di produzione delle nostre centrali elettriche: 79 Gigawatt. Ma allora perché si parla di collasso del sistema, di costruzione di nuove centrali, di riduzione dei consumi? Se la matematica non è un'opinione c'è in Italia un surplus di ben 26 Gigawatt (da usare magari rendendo ghiacciate le nostre case con altri milioni di condizionatori). In realtà mancano all'appello 30 Gigawatt perché le nostre centrali sono vecchie e obsolete e l'energia elettrica si disperde lungo la rete elettrica nazionale. Basterebbe recuperarne la metà per scongiurare il rischio black-out ed essere energeticamente indipendenti dall'estero, senza costruire nuove centrali. Migliorare la rete per diminuire la dispersione di energia e accelerare l'ammodernamento delle centrali, è stata questa la conclusione dell'applaudito discorso dell'ing. Vacca.
L'intervento successivo, sull'energia nucleare, dell'ing. Maurizio Cumo è iniziato con una diapositiva che mostrava, nazione per nazione, il numero di reattori nucleari in funzione e quelli in costruzione. È da notare che si stanno costruendo nuovi reattori in Iran, India e Argentina, paesi certamente non ricchissimi. Eravamo convinti che il nostro ingegnere fosse contrario al nucleare. Nulla di più sbagliato. Diapositiva dopo diapositiva, reattore dopo reattore - "ad acqua bollente", "ad acqua pressurizzata" -, l'ingegner Cumo si compiaceva, illustrandoli, dell'evoluzione dei sistemi di sicurezza, finché, al top della gamma, è arrivato al nuovo reattore nucleare progettato da francesi e tedeschi. In quest'ultimo reattore, dotato di avanzatissimi sistemi di sicurezza attivi e passivi, capaci di neutralizzare persino attacchi terroristici, il fattore di rischio ha raggiunto la straordinaria cifra di 1/1.000.000. Il che vuol dire - ha spiegato Cumo - che la probabilità di fusione del nocciolo (la zona che contiene le barre di combustibile, la cui fusione costituisce l'incidente nucleare più pericoloso), è inferiore alla probabilità di uscire di casa e rimanere uccisi da un meteorite precipitato esattamente sul nostro cranio. Possibile che le nuove centrali siano così sicure? Il pubblico interessato, competente e molto partecipe ha posto numerose e precise domande e così è venuto fuori l'inghippo. Nella "confortante" cifra non era stato compreso l'errore umano. Cosa inammissibile. L'incidente di Cernobyl è stato causato da imperizia, per non dire incoscienza criminale. Prima del disastro nucleare erano presenti nella sala di controllo della centrali solo ingegneri elettronici e meccanici, ma nessun ingegnere nucleare. Senza consultare nessuno i folli ingegneri pensarono di fare un esperimento che consisteva, molto genericamente, nel fermare il reattore senza l'ausilio dei motori diesel, provocando così il disastro che seguì. Ad onor del vero dobbiamo ricordare che la centrale di Cernobyl era priva dei sistemi di protezione delle moderne centrali (mentre il refrigerante evaporava, il moderatore di grafite continuava a tener accesa la combustione). L'ingegner Cumo, incurante delle critiche del pubblico, appariva sempre più favorevole all'uso dell'energia nucleare sostenendo che il nucleare è la soluzione dei problemi energetici dell'Italia e dell'Europa perché è sicuro (ricordate la storia del meteorite?), economico e non inquinante. Se sulla sicurezza il pubblico aveva fatto delle osservazioni sulle altre due si è limitato a "rumoreggiare". A sostegno della economicità del nucleare, l'ingegner Cumo ha affermato che l'uranio, a differenza del petrolio, è diffuso in tutto il mondo ed è presente in discreta quantità anche in Europa. C'è da chiedersi però perché la Francia acquista il combustibile nucleare dai paesi dell'Africa e se, utilizzando uranio europeo, le centrali sarebbero ancora così convenienti. Ancora una volta, approfondendo l'argomento, si è visto che nella statistica dei costi, mancava qualcosa: non era stata inserita la spesa per lo stoccaggio delle scorie, per nulla irrilevante, vista la pericolosità dei rifiuti trattati.
Anche la tesi che il nucleare sia poco inquinante lascia a dir poco perplessi perché, se è vero che le centrali nucleari non contribuiscono all'inquinamento atmosferico, è anche vero che la combustione nucleare produce di scarto, le famigerate "scorie", che in proporzione al peso sono decisamente più inquinanti di qualsiasi combustibile fossile. Il problema dello smaltimento, o meglio sepoltura, delle scorie è primario: come è possibile costruire nuove centrali se ancora non si riesce a localizzare e adattare un sito per le scorie di trent'anni fa? L'ingegnere nucleare andava comunque avanti per la sua strada, sostenuto dal precedente relatore e dagli altri vecchi professori presenti.
La discussione successiva ha riguardato per lo più il referendum del 1987. Secondo i professori presenti in aula, il referendum non ha vietato l'uso dell'energia nucleare in Italia. Strano…
In ogni caso, visto che il sistema elettrico nazionale fornisce al paese molto meno della potenza teorica disponibile, sembrerebbe più razionale adeguare e rendere più efficienti le centrali già invece di costruirne di nuove siano esse nucleari o convenzionali. È netta l'impressione che si stia cercando di riempire d'acqua un vaso bucato aprendo sempre di più il rubinetto, e che si ignori che si possono turare i buchi del vaso. Possibile che agli illustri ingegneri, vere autorità nel campo, ciò sfugga? Sembrerebbe di sì.

 

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Num 31 Dicembre 2003 | politicadomani.it