La crisi del debito nella UE
Paesi virtuosi? Le critiche al sistema
In uno studio dell’Università di Friburgo il quadro della sostenibilità delle finanze pubbliche europee stravolge le opinioni correnti
di Maria Mezzina | Jan 2014
È di un anno fa uno studio su come viene calcolato il debito pubblico e sui criteri sui quali vengono espressi i giudizi di “virtuosità” relativi ai paesi dell’UE. Lo studio è stato condotto in Germania ed è il risultato della collaborazione di due enti di grande prestigio dell’Università di Friburgo, la Stiftung Mrktwirtshaft, una fondazione impegnata in studi sulla economia di mercato, e il Forschungszentrum Generationenverträge, un centro ricerche che si occupa di economia sociale di mercato con particolare attenzione ai “contratti” intergenerazionali.
La ricerca dipinge un quadro che è molto diverso da quello che media, esperti e politici ci hanno dato fino a questo momento. I risultati sono sintetizzati in una tabella (a pag. 5) che è sorprendente, e che in questo articolo andiamo ad analizzare, a partire da un documento dell’Università di Friburgo (“Honorable States? The Sustainability of European Public Finances in Times of crisis”).
L’Università di Friburgo non è propriamente l’ultima nel mondo accademico se il suo posto, fra gli 800 migliori istituti di studi è il 102°, in una classifica dove le nostre università cominciano ad apparire solo a partire dal 188° posto (Università degli Studi di Bologna) e il 196° (La Sapienza di Roma).
Nello studio l’analisi ha riguardato i 27 paesi dell’UE, la Svizzera e gli Stati Uniti.
La conclusione è più che severa: le strategie di uscita dalla crisi adottate dall’Europa, che sono fondate sul rigore dei bilanci e su garanzie di tipo finanziario (p.es. le garanzie sulle obbligazioni di stato, o/e il controllo sulle banche, affidato da noi alla Banca d’Italia) e garanzie di tipo fiscale (come un sistema fiscale adeguato e “senza falle”, e la certezza degli incassi), sono corrette; vanno però rivisti, profondamente, i criteri con i quali si distinguono i paesi “virtuosi” da quelli “meno virtuosi”, e vengono stabiliti i limiti e le condizioni di “default” di un paese.
Lo studio suggerisce criteri più appropriati, più adatti a superare l’attuale crisi e ad evitarne per il futuro una ancora maggiore che inevitabilmente porterebbe alla dissoluzione dell’Unione, se non peggio.
ERRORI DI CALCOLO
Sotto accusa sono il calcolo del debito pubblico e i limiti imposti al deficit di bilancio dai criteri di Maastricht e dal Patto di Stabilità e Crescita.
Il calcolo del debito pubblico – sulla base dell’ammontare del quale vengono formulate le direttive europee per riportare il paese “poco virtuoso” e a pericolo di default sulla via della stabilità e poi, presumibilmente, della crescita – è affetto da due gravi difetti, chiarisce lo studio. Sono difetti che non hanno aiutato a superare l’attuale crisi in cui si dibattono i paesi dell’area euro, anche quelli considerati tradizionalmente “virtuosi”. Anzi, questa crisi, l’hanno aggravata.
I PUNTI ERRATI
In primo luogo, chiarisce lo studio, i criteri sui limiti del debito (60% del PIL) e del deficit di bilancio (3% del PIL) decisi in sede europea non contengono strumenti e strategie di controllo. La conseguenza è stata che molti paesi si sono sentiti autorizzati a violarli regolarmente senza che ci fosse nessuna sanzione, aggravando così, nel pieno della crisi, la loro situazione. Le misure fiscali durissime che sono stati costretti ad adottare non sarebbero state necessarie, né percepite come tali, se l’imposizione fiscale fosse stata fin dall’inizio più adeguata a far fronte ai limiti imposti dall’Europa.
In secondo luogo, il modo tradizionale di calcolo del debito pubblico esclude quasi completamente dalla valutazione le entrate future e l’emissione di future obbligazioni. Le previsioni di bilancio degli stati sono limitate al presente o, al più, solo a pochi anni a venire e le considerazioni di tipo economico-finanziario hanno più il sapore di “pii desideri”: mancano infatti dati attendibili sulle entrate e sulle spese future, che pure si potrebbero prevedere e calcolare sulla base di andamenti, proiezioni e statistiche ottenibili dall’analisi dei dati pregressi.
LA CORREZIONE
Lo studio introduce il “debito pubblico effettivo”, composto da tre fattori (che concorrono a misurare la situazione economico-finanziaria passata e presente, i primi due, e in più le previsioni oggettive per il futuro) e non più solo da due come in passato: il debito pubblico esistente, quello cioè accumulato con i deficit di bilancio degli anni precedenti (passato); il deficit di bilancio dell’anno in corso (presente); e il debito implicito, una proiezione della capacità dello stato di far fronte al futuro. Con il debito pubblico effettivo rapportato percentualmente al PIL, gli economisti della Università di Friburgo hanno introdotto un nuovo criterio di valutazione dei paesi dell’area euro (più Svizzera e Stati Uniti): il “sustainability gap” (difetto di sostenibilità).
Il debito implicito, tecnicamente, si ottiene calcolando la differenza fra le spese e le entrate future.
Il punto critico è come sia possibile ottenere un valore attendibile per il debito implicito. Nessuno ha la sfera di cristallo ed eventi improvvisi e circostanze contingenti in bene e in male sono sempre dietro l’angolo, ma alcuni elementi sono facilmente identificabili e certe previsioni si possono fare altrettanto facilmente. Uno di questi è l’andamento demografico. Per esempio, un rapido aumento dell’età media della popolazione porta con sé un aumento delle spese necessarie alla erogazione di pensioni e servizi (specie sanitari) che vanno ad incidere sulla spesa pubblica per un fattore consistente. Questo significa anche una maggiore pressione sulla popolazione in età produttiva, che diminuisce ed è soggetta ad una imposizione fiscale maggiore per far “quadrare” i conti. Molti stati, osserva lo studio, trascurano di fare questi calcoli e di inserirli nei loro conteggi, “barando” così sui bilanci di previsione.
L’attuale sistema – trascurando nel calcolo del bilancio totale il fattore “debito implicito” – non aiuta gli stati meno virtuosi ad evitare le sproporzioni eccessive fra uscite ed entrate dei deficit di bilancio che concorrono di anno in anno al debito pubblico. Né aiuta gli stati più volenterosi ad emergere dalla situazione di grave debito pubblico in cui oggi si trovano, condannandoli a sacrifici necessari sì, ma dai quali è oggettivamente possibile uscire con gradualità. E nemmeno aiuta i paesi oggi “virtuosi” a scoprire eventuali “falle” nei loro sistemi aiutandoli a porvi rimedio in tempo. In questo modo l’intera Europa rischia di venire scossa violentemente ad ogni crisi economica che possa interessare un singolo paese, con la conseguenza di costringere tutti ad una situazione di disagio permanente o peggio.
Lo studio insiste così, giustamente, sul fatto che al debito implicito si debba dare la stessa importanza che si dà al debito pubblico esplicito (quello calcolato normalmente) perché quasi inevitabilmente conduce ad un aumento delle tasse, ad una diminuzione delle entrate destinate alla previdenza e all’assistenza e alla riduzione degli interventi pubblici a favore della popolazione.
L’alternativa di lasciare che il debito implicito si trasformi in debito esplicito non è un’opzione ragionevole per nessun paese che non voglia rischiare la bancarotta. Una eventualità, questa della bancarotta, che capipopolo cinici e irresponsabili omettono di considerare quando propongono (“pro domo sua”) l’alternativa dell’aumento del debito e l’uscita dall’euro come toccasana e rimedio a tutti i problemi, contando su un ampio seguito di scontenti e creduloni.
LA POLITICA
Lo studio, che è fondato su dati statistici e proiezioni ottenute mediante modelli matematici, non si sofferma sulle possibilità che i singoli stati hanno di migliorare complessivamente le loro prospettive attraverso cambiamenti strutturali che incidono sia sul declino demografico, sia sul controllo della spesa pubblica, sia sul versante delle entrate. Questo è compito della politica.
Certamente, per fermare il declino demografico servono politiche di sostegno alle famiglie; politiche migratorie volte a favorire l’immigrazione regolare, la stabilizzazione dei nuclei famigliari e una integrazione effettiva con il territorio e negli ambienti di lavoro. Per contenere la spesa è necessario un sistema rigoroso di controllo della spesa pubblica che passa, specie in Italia, attraverso la trasparenza assoluta di tutte le spese di tutte le amministrazioni pubbliche e gli enti pubblici e privati che hanno rapporti di qualsiasi tipo con le PA; e per l’eliminazione di privilegi, duplicazioni di incarichi ed enti inutili. Per aumentare le entrate occorrono politiche di sostegno al lavoro e alle imprese; un sistema fiscale amico, adeguato e rigoroso e una lotta seria alla evasione; politiche urbanistiche e dei trasporti che favoriscano lo sviluppo del territorio.
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