Trattati transoceanici
La globalizzazione dei commerci non può avvenire a costo dell’abbattimento dei diritti
È in discussione un nuovo Trattato internazionale sui commerci e gli investimenti volto alla cancellazione di ogni barriera, non solo economica e doganale. Dietro le multinazionali e le tante società favorevoli al Trattato c’è un mondo di persone accorte e responsabili che si chiedono se non si stiano invece introducendo sul mercato, per essere venduti, diritti inalienabili faticosamente conquistati
di Maria Mezzina | Jan 2014
Il TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership, è un accordo commerciale che è attualmente in corso di negoziazione tra l'unione Europea e gli Stati Uniti. Il prossimo round di trattative è previsto fra un mese, dal 10 al 14 marzo. Lo scopo è di rimuovere le barriere commerciali in su l'acquisto e la vendita di beni e servizi tra Europa e Stati Uniti. Oltre a ridurre le tariffe in tutti i settori, UE e USA vogliono affrontare il problema delle barriere doganali non solo economiche ma anche e soprattutto le differenze nei regolamenti tecnici, nelle norme e nelle procedure di omologazione. Si tratta, per i fautori dell’accordo, di aggravi inutili in termini di tempo e denaro per le multinazionali e le società che vogliono vendere i loro prodotti su entrambi i mercati. Il TTIP mira a superare i vincoli che i due continenti potrebbero opporre.
I documenti ufficiali parlano di creazione, entro il 2027, di posti di lavoro e di aumenti giganteschi per le economie dell’UE, degli Usa e del mondo intero: +120 miliardi di euro per l’economia europea; +90 miliardi per quella statunitense; +100 miliardi per quella globale; + 2 milioni di posti di lavoro.
Il punto è che di questo accordo, le cui trattative sono iniziate nel luglio scorso e che dovrebbe concludersi entro quest’anno, sono in pochi a parlare. Il fatto è che dietro le promesse scoppiettanti di autorevoli centri di ricerca economico-politica del tutto interessati (i dati dei vantaggi economici citati sono tratti da un Rapporto del Centro Ricerca di Politica Economica di Londra, marzo 2013, che ha lavorato su mandato della Commissione Europea per preparare i negoziati), sulla cui assoluta indipendenza c’è più di qualche dubbio, ci sono aspetti di enorme valenza che investono temi quali il lavoro, la democrazia e la salute. Sono temi che a prezzo di molta fatica e enormi sacrifici sono diventati diritti acquisiti nei nostri paesi, ma che, lo vediamo ogni giorno, vengono continuamente minacciati proprio da quelle società multinazionali che promettono benessere e ricchezza per tutti. Come se ricchezza e benessere fossero merci facilmente acquistabili e non, invece, il risultato di una durissima applicazione costante e di un controllo continuo.
Il rovescio della medaglia ha infatti aspetti preoccupanti di cui poco o nulla si dice per informare correttamente l’opinione pubblica.

Scrive Marco Bersani, coordinatore nazionale di ATTAC Italia, sul sito della associazione (che si autodefinisce “movimento di autoeducazione popolare orientata all’azione e alla costruzione di un altro mondo possibile” ed è fra i non pochi movimenti che si occupa di campagne internazionali a difesa dei diritti fondamentali per tutti quali, ad esempio, quella su “Acqua bene comune”):
« il nucleo dell’accordo sta nel rendere “compatibili” le differenti normative tra Usa e Ue che regolano i diversi settori dell’economia, naturalmente all’unico scopo di rendere più libere le attività delle imprese, permettendo loro di poter muovere senza alcun vincolo capitali, merci e lavoro in giro per il globo. Sarà così possibile per le aziende statunitensi chiedere il drastico abbassamento degli standard europei in materia di diritti del lavoro o mettere in sordina il “principio di precauzione”, cardine dell’Ue in materia ambientale. Contemporaneamente, le aziende europee puntano ad una modifica delle severe normative Usa sui medicinali, i dispositivi medici e i test, e su un allentamento del più stretto regime di regolamentazione finanziaria.
Usa e Ue vogliono in sostanza spacciare per “uscita dalla crisi” il nuovo tentativo di realizzare l’utopia delle multinazionali, ovvero un mondo in cui diritti, beni comuni e democrazia siano considerate null’altro che variabili dipendenti dai profitti.
Con un’ulteriore minaccia per la sovranità dei popoli : l’accordo infatti prevede la possibilità per le multinazionali di denunciare a loro nome presso una corte speciale, composta da tre avvocati d’affari rispondenti alle normative della Banca Mondiale, un paese firmatario, la cui politica avrebbe un effetto restrittivo sulla loro vitalità commerciale; potendolo sanzionare con pesantissime multe per avere, con la propria legislazione, ridotto i possibili futuri profitti della multinazionale denunciante».

Barbara Spinelli, figlia di Altiero Spinelli uno dei padri fondatori dell’Europa, nel commentare (impietosamente) la situazione economica, politica e istituzionale, oltre che di degrado della democrazia e della morale, in cui ci troviamo in Italia, scrive (Barbara Spinelli, “I sottosuoli del caos”, laRepubblica.it, 05/02/14):
«Di che cosa, di quale caduta Grillo è sintomo? Di un immane dislocamento tellurico nelle democrazie odierne, che sposta i poteri dagli Stati verso entità incontrollate. Non solo verso l'Europa ancora flebile, ma verso la finanza-mondo e mercati senza regole. La crisi scoppiata nel 2007 ha acuito questo sisma enormemente.
Le democrazie ne sono travolte: specie quelle guastate da corruzione, cleptocrazia, mafie con cui occultamente si patteggia. Proprio in questi giorni un rapporto della Commissione Ue ci accusa. Il costo della nostra corruzione è di 60 miliardi l'anno: 4% del pil, metà del costo della corruzione in Europa. Ma ovunque le democrazie degenerano, come spiega Guido Rossi sul Sole 24 Ore: l'effetto inevitabile delle disuguaglianze legate alla crisi "è la svalutazione del potere legislativo e la riduzione degli Stati a semplici mediatori. (...) La più evidente conclusione rivela l’ impotenza di ogni singolo Stato di risolvere una crisi sregolata da un disordine di globalizzazione a mosaico, che porta le singole imprese o gli individui a operare un Jurisdiction Shopping”», un modo cioè di intendere i diritti come merce da acquistare al mercato.
Barbara Spinelli parla di un “fenomeno accertabile” perché, spiega, «in alcuni paesi - Grecia, Portogallo, Cipro, Irlanda - chi oggi guida le scelte economiche è la trojka (Banca Centrale Europea, Commissione, Fondo Monetario). Princìpi costituzionali decisivi sono ovunque scavalcati. La Germania riesce a custodirli, ma isolandosi senza splendore. Altri paesi, colpevolizzati, sacrificano costituzioni e parlamenti in omaggio diretto o indiretto alle trojke. Nell'aprile 2013 la Corte costituzionale portoghese respinse quattro misure di austerità che violavano il principio di uguaglianza, e Bruxelles la tacitò. Le stesse elezioni son considerate un irritante. Scandalosa fu giudicata, nell'ottobre 2011, la volontà dell'ex premier greco Papandreou di indire un referendum sulle discipline della trojka».
La Spinelli, poi, che vede nella situazione politico-istituzionale italiana seri pericoli, continua:
«È, così, importante che al caos risponda una politica non solo sentimentale, e non solo nazionale. L'alternativa è il predominio di interessi settoriali, anche se globali, radicalmente estranei alla nozione, cruciale in Europa, di bene pubblico. Il continente s'è unito nel dopoguerra proprio per creare uno spazio che consentisse agli Stati di salvare i loro patrimoni democratici, e anzi di potenziarli. Europa federale vuol dire assunzione di regole, stato di diritto. Il commercio, la finanza transnazionale, la moneta: impossibile governarli se l'Europa non ha una politica estera, e una democrazia piena. Altrimenti non è unione ma comitato d'affari e di lobby.
Che questa sia la posta in gioco è dimostrato dal negoziato euro-americano sul nuovo Trattato commerciale transatlantico (Ttip): discusso segretamente da ristrette cerchie di esperti della Commissione Ue e del Ministero del Commercio Usa, senza partecipazione democratica. Stupisce che il Movimento di Grillo, sensibile da anni alla globalizzazione, dedichi al tema poca energia. Anch'egli pare concentrarsi sui sintomi della crisi, più che sulla crisi.
Eppure, i pericoli del Trattato sono molteplici: quel che si cerca, è la completa libertà delle multinazionali di agire scavalcando le regole e gli standard di qualità che l'Europa impone al commercio di prodotti nocivi alla salute e al clima, e la cura di servizi pubblici come acqua o energia. Queste regole son viste come "generatrici di problemi", "irritanti commerciali" (trade irritants) dovuti a indebite interferenze del pubblico. Vanno aggirate da comitati e corti ad hoc (ecco lo shopping giuridico citato da Rossi). La tassa sulle transazioni finanziarie, esecrata da Usa e Fondo monetario, è tra i principali "irritanti".
La minaccia che incombe è una sorta di Ilva globale, economica e democratica: prima viene la produttività, poi la salute dei cittadini; prima la governabilità, poi la rappresentatività e la dialettica governi-opposizioni. I fautori più settari del Trattato Europa-Usa vogliono imporre "l'eliminazione, la riduzione, la prevenzione di politiche nazionali superflue", scrive un loro documento. Superflue sono le leggi, le Costituzioni, la regolazione della finanza, la lotta per il clima. Tutto questo in nome di un Progresso che arricchisce pochi e impoverisce i più. Che polverizza norme nate da anni di buona politica comunitaria».
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