Lente d’ingrandimento
Il “corso forzoso” e le origini della Banca d’Italia
Politica, economia e finanza nella nostra storia, nei primi decenni della unità d’Italia. Conoscere le radici delle nostre istituzioni può servire a capire il presente e prevedere anche, almeno in parte, gli sviluppi futuri.
Il corso forzoso è un sistema monetario cartaceo o di cartamoneta, definito inconvertibile, poiché ai possessori di moneta cartacea non è consentito il diritto di trasformare i biglietti di banca in moneta metallica aurea. Il corso forzoso si distingue dal sistema aureo, o gold standard, la cui base monetaria è rappresentata dall’oro. In quest’ultimo, la cartamoneta in circolazione è convertibile, parzialmente o totalmente, nello stesso metallo prezioso.

Il sistema di cartamoneta inconvertibile apparve per la prima volta nel periodo napoleonico, a motivo di una profonda crisi del sistema aureo. La riduzione delle riserve in oro fu la ragione comune che, attraverso i secoli, indusse numerosi Stati ad adottare il corso monetario forzoso. Questa contrazione fu sovente determinata dalla necessità di adoperare l’oro per ottemperare ai debiti contratti con l’estero, indispensabili per coprire le spese legate alle operazioni di guerra. In tale situazione, molte nazioni registrarono contestualmente ingenti disavanzi della bilancia dei pagamenti. Questo scenario portò all’emissione di moneta fiduciaria in misura maggiore rispetto alle reali capacità degli Stati, costretti, a quel punto, a indebitarsi con la banca centrale, fino a quando la totale assenza di riserve auree, necessarie per la conversione, obbligava gli stessi governi a conferire mandato alla banca centrale per l’interruzione della convertibilità, e la trasformazione del sistema monetario in corso forzoso.

Nel 1861, all'indomani dell'unificazione politica, l’Italia era economicamente arretrata rispetto ai maggiori paesi europei: il prodotto pro capite era meno della metà di quello inglese, poco più della metà di quello francese. Il sistema bancario era composto da piccole ditte individuali, da pochi istituti pubblici e da alcune banche di emissione; scarsa era la circolazione di carta moneta.
Le banche di emissione si erano affermate negli Stati preunitari nella prima metà dell’Ottocento. L’Italia unita ebbe una moneta unica (la lira italiana, creata con la legge Pepoli del 1862) ma una circolazione cartacea spezzettata, perché quasi tutti gli istituti operanti nei vecchi Stati mantennero la facoltà di emettere biglietti nel nuovo regno. Tutte le banche emettevano biglietti in lire convertibili in oro, e operavano in concorrenza fra loro.

Il sistema inconvertibile (corso forzoso) fu adottato in Italia nel 1866, con l’obiettivo di far aumentare la circolazione della moneta cartacea rispetto a quella metallica.
Le banche italiane erano sei. Due di esse, ambedue al sud, erano pubbliche, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, le altre erano private, ma vigilate dallo Stato. C’erano: al nord la Banca Nazionale nel Regno d'Italia (che veniva dalla fusione fra la Banca di Genova e la Banca di Torino); al centro la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d'Italia; poi, in seguito all’annessione l'annessione di Roma nel 1870, la Banca degli Stati Pontifici, che divenne Banca Romana.

Il Paese viveva allora un’accentuata fase recessiva, legata a varie ragioni. Ragioni internazionali come la crisi degli Stati Uniti nata a seguito della guerra di Secessione (1861-1865), il conflitto franco-prussiano (1870-1871) e la caduta dei mercati finanziari con la conseguente perdita di valore dei titoli, inclusi quelli di Stato. A queste difficoltà, si aggiunse il persistente disavanzo del bilancio dello Stato, per il quale fu necessario il ricorso al debito pubblico, attraverso l’emissione di titoli quotati sotto la pari, per raggiungere un numero maggiore di sottoscrittori. Le criticità economiche del Paese divennero sempre crescenti, e per riuscire a corrispondere ai creditori esteri la cosiddetta rendita italiana, tasso annuo che lo Stato si obbligava a pagare, divenne indispensabile all’Italia la richiesta alla Banca Nazionale di un prestito di importo pari a 250 milioni di lire. Vincolo del prestito fu l’inconvertibilità dei biglietti dello stesso istituto. Ciò determinò l’adozione del corso forzoso. A seguito del provvedimento si manifestò un incremento del prezzo dei beni e dei servizi, per via della progressiva diminuzione del potere d’acquisto della moneta.

È a questo punto che hanno origine le vicende che portarono poi alla costituzione della Banca d’Italia. La storia che segue è tratta dal sito della Banca d’Italia.

“Nel 1874 fu varata la prima legge organica dello Stato italiano sull’emissione cartacea: indicando espressamente i sei istituti autorizzati, essa introdusse un oligopolio legalizzato e regolato. Non si realizzò dunque una banca unica, soprattutto per la forza degli interessi regionali che non volevano privarsi di una banca di emissione locale.
Data la scarsa diffusione dei depositi bancari, la fonte principale di risorse per effettuare il credito bancario era costituita proprio dall’emissione di biglietti: in pratica, accettando i biglietti di banca, il pubblico faceva credito agli istituti di emissione, e questi potevano far credito ai propri clienti. Soltanto negli anni Settanta cominciarono ad affermarsi banche non di emissione (cioè simili alle banche che tutti conosciamo)
(…) In questo quadro, gli istituti di emissione svolsero un ruolo importante: principalmente attraverso lo sconto di cambiali essi diedero un contributo essenziale al finanziamento della produzione e dell’investimento; combatterono l’usura; favorirono la monetizzazione dell’economia italiana.

Il corso forzoso venne temporaneamente abolito tra il 1881 e il 1893. Questo segnè l’inizio di una breve illusione: l’euforia provocò un surriscaldamento dell’economia al quale non si reagì con le politiche giuste. Intorno al 1887 il corso forzoso era restaurato di fatto. Il boom edilizio innescato da Roma capitale, sostenuto in parte da capitali esteri, coinvolse anche gli istituti di emissione. L’espansione eccessiva portò a una bolla speculativa, e poi alla crisi. La crisi bancaria dei primi anni Novanta, accoppiata a una crisi di cambio, assunse anche una dimensione politica e giudiziaria clamorosa nel dicembre del 1892, quando fu rivelata la grave situazione delle banche di emissione e soprattutto i gravi illeciti della Banca Romana.
In una situazione di estrema difficoltà, fra battaglie aspre, il Paese trovò la forza di reagire.”

La legge del 1893 voluta dall’allora Presidente del consiglio Giovanni Giolitti, dettò nuove regole per l’emissione e portò alla costituzione della Banca d'Italia, che risultò dalla fusione fra la Banca Nazionale e le due banche toscane. La Banca Romana venne liquidata, mentre gli istituti meridionali continuarono la loro attività.
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