Dall’epistolario a Barbara Leoni
Gabriele d’Annunzio e Barbara Leoni Antologia di lettere
In “Tutte le sfumature della rosa”, un volume di Tobia Iodice per il 150° della nascita di d’Annunzio, la “foto” della passione amorosa più intensa del poeta, fra desiderio e vicende personali.
di Maria Mezzina | Jan 2014
“Le piace d’Annunzio?” La domanda è d’obbligo per un poeta abile e controverso, famosissimo e celebrato.
In ogni caso, vale la pena di curiosare nelle pagine di “Tutte le sfumature della rosa. Eros e passione nelle lettere d’amore a Barbara Leoni”, il volume a cura di Tobia Iodice uscito in occasione del centocinquantesimo anniversario della nascita del poeta, per i tipi di Cento Autori.
Vi sono pubblicate 140 lettere scritte dall’allora ventiquattrenne e squattrinato poeta all’amante Elvira Natalia Fraternali, coniugata Leoni, nei cinque anni del loro intenso rapporto. È solo una selezione fra le mille e novanta missive che il futuro “vate d’Italia” scrisse dal 1887 al 1892 alla sua “bella romana” che il giovane aveva ribattezzato Barbara, “la mia Barbarella”.

Torniamo alla domanda iniziale: “Le piace d’Annunzio?”.
Qui la risposta diventa personale, anzi personalissima perché dell’Arte e della Poesia ognuno ha una sua esclusiva visione. E se, come è per chi scrive, nell’Arte e nella Poesia, oltre all’ebbrezza dei contenuti e delle immagini e al di là dell’appagamento dei sensi che dà la musicalità dei suoni e delle parole, ricerca una sensibilità, un senso e una missione più alta e profonda di appagamento dell’anima, quella del “Vate” d’Annunzio, incantatore, maestro di suoni e compositore di melodie di parole, ha il grave difetto di esserne priva.
In queste lettere, poi, nonostante l’impeto della passione e il desiderio dei sensi continuamente dichiarati (per tenere avvinta un’amante appassionata e, probabilmente ancor di più, affetto da megalomania egocentrica, per affermare il suo “ego”), manca quel tocco magico che di una lettera fa una poesia. Il poeta si adagia su una relazione, quella con Barbara Leoni, che lo soddisfa e si rivelerà poi la più longeva e importante della sua vita, ma non gli impedisce di cercare anche altrove. Da qui la mancanza di autenticità e la evidente superficialità delle emozioni.

La donna, invece, sopportando con la riprovazione e il disprezzo sociale pressioni senza fine da parte del marito e della famiglia e perfino percosse, era capace di donargli dedizione e affetto, senza nulla chiedere in cambio, oltre a ore e giorni di passione sfrenata, di giochi erotici senza misura, di voluttà senza fine. Proprio ciò che il poeta cercava: a tal punto da diventare, il corpo di Barbara e le sue intime parti, quotidiana ossessione per il poeta.
La vera poesia, quella a firma d’Annunzio, qui è assente. Non c’è perché quelle lettere non contengono sentimenti sinceri; perché quella prosa è figlia della improvvisazione e anche della sciatteria; perché la realtà dell’esperienza che d’Annunzio riversa in quegli scritti ossessivi (anche tre volte al giorno) non è mediata dalla cura e dalla abilità del cesellatore di parole e del musico capace di trasformare le parole in melodia.

Un libro che contenesse soltanto in forma epistolare la storia di questa giovanile passione intrisa di erotismo sarebbe quindi povera cosa e perfino un po’ noiosa. Eppure non è così perché, fra lettera e lettera, l’intercalare del curatore tesse una trama che è avvincente come un racconto.
Tobia Iodice costruisce fondali sui quali si stagliano e acquistano forza i personaggi che ruotano attorno alle lettere, con il loro mondo di eventi, con le loro storie di miserie e di difficoltà, di speranze, di illusioni e disillusioni. È questo accompagnamento sapiente e appassionato che fa del volume una piccola perla, gradevole a leggersi, appassionante, nonostante, lo ripetiamo, il fastidio di tante espressioni del “vate”, ripetute fino alla noia. È questo tessuto di informazioni, racconti, chiose, riferimenti a ben altre espressioni poetiche usate da d’Annunzio in alcuni dei suoi poemi e romanzi che lo resero celebre - “Il Piacere”, “L’Innocente”, il “Libro Segreto”, “Il Trionfo della Morte”, “Il Notturno” -, che rende il volume avvincente.

Tobia Iodice conferma in questo volume la sua abilità di fine affabulatore e di storico appassionato e preciso, tracciando abilmente i contorni delle vicende e dei personaggi che nei cinque anni di intensissimo epistolario si muovono dentro e attorno a questo “amore” come protagonisti, come complici, come oppositori, come semplici testimoni.
Peccato che delle lettere di Barbara Leoni ci siano solo rari e sporadici estratti. E tuttavia, dal poco che si legge dell’epistolario della donna si intuisce un candore e vi traspare una purezza di sentimenti che è di gran lunga superiore a quelli dichiarati dal suo amante il quale nelle sue espressioni insiste sull’erotismo, il desiderio, la voluttà. D’Annunzio riesce a raggiungere la “poesia” solo quando descrive se stesso, la sua insofferenza, le sue solitudini. Ma sono espressioni in cui la donna, sia pure continuamente evocata, immaginata, dipinta, rimane inesorabilmente esclusa: un oggetto di desiderio, mai una persona.
In fondo d’Annunzio, nonostante l’autenticità dell’attrazione sessuale nei confronti di Barbara (che rimarrà comunque la più intensa e la più genuina nonostante i tradimenti e l’oblio apparente degli anni trascorsi in seguito alla fine del loro rapporto) è, e rimane, un vanesio bugiardo ed egocentrico.
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